Mediobanca, le “sorprese” del nuovo piano

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IL BUSINESS PLAN 2016-2019 PROCEDERÀ SULLE STESSE LINEE STRATEGICHE DEL PRECEDENTE, CHE HA DIVERSIFICATO E RIEQUILIBRATO LE FONTI DEGLI UTILI, CHE ORA ARRIVANO ANCHE DAI SEGMENTI CORPORATE E RETAIL. PER IL FUTURO “OBIETTIVI ANCORA PIÙ SFIDANTI”

MEDIOBANCA: NAGEL, DOMANDARE AI SOCI SU FUTURO SENZA PATTOAlberto Nagel non è superstizioso. Il nuovo piano industriale di Mediobanca sarà infatti presentato il prossimo 17 novembre. L’amministratore delegato confida più sui freddi numeri del bilancio che sulle credenze irrazionali. E i numeri dell’ultimo business plan triennale terminato proprio adesso sono dalla sua parte. L’utile netto è passato dai 465 milioni del 2014 ai 590 del 2015 e ai 605 del 2016 (riferiti tutti all’anno fiscale che per Mediobanca si chiude il 30 giugno di ogni anno). E anche volendo escludere le partite straordinarie (ad esempio levendite di partecipazioni), e prendendo quindi in considerazione soltanto l’utile operativo, i tre numeri sono 292, 666 e 736 milioni. La banca non soltanto guadagna ma è anche tra le più solide patrimonialmente con un Cet1 ratio del 12,6 per cento. Ha un cost/income ratio (costi su ricavi) del 40 per cento contro un 60-65 medio del mercato. Inoltre, ha un Texas ratio, che misura la qualità degli attivi (rapporto tra i crediti lordi deteriorati e la somma del patrimonio tangibile più gli accantonamenti) del 16 per cento, fra i migliori d’Europa. Infine, gli azionisti hanno solo che da gioire perché in tutti questi anni di crisi a tratti violenta sulle banche, non hanno mai dovuto mettere mano al portafoglio: l’ultimo aumento di capitale risale al lontanissimo 1998. La banca ha surfato sulle onde delle turbolenze finanziarie trovando le risorse necessarie a investire nei nuovi business vendendo parte del tesoretto di partecipazioni, in cui brilla la stessa Generali, tuttora al 13,2 per cento, nonostante l’annunciata vendita di un 3 per cento che però non si è finora concretato a causa del calo del titolo nell’ultimo anno. Tutto sembra aver funzionato, dunque. E questo significa una cosa sola: cavallo che vince non si cambia. Ovvero, il nuovo piano industriale sarà nel segno della continuità con il passato. Si andrà avanti sulle stesse linee guida viste finora. Ma nessuno pensa che non ci saranno sorprese, perché nessuno – neppure Nagel può presentarsi alla comunità degli investitori dicendo semplicemente che continuerà sulla vecchia strada. La sorpresa sarà questa volta rappresentata da obiettivi “più sfidanti”, almeno così si mormora nelle sale ovattate di Piazzetta Cuccia. La Mediobanca di Nagel ha perso l’aura che aveva un tempo di perno di tutta la finanza italiana. Centro di potere che faceva e disfaceva a seconda delle necessità dei vari imprenditori e delle opportunità da cogliere. Quella era l’era di Cuccia, ma è finita da un bel pezzo. Questa invece è più prosaica. Dismesse progressivamente le partecipazioni, e reinvestito il tutto nel business creditizio, l’ad si è focalizzato su come fare meglio la banca. E ha sfruttato le peculiarità e i punti di forza di Mediobanca per creare una diversificazione in altri settori. Se guardiamo la fotografia dei ricavi e degli utili alla fine dell’anno fiscale 2014 (vedi grafici in pagina), primo dei tre anni del vecchio piano, vediamo che la principale fonte di utili era in quel momento il “principal investing”, ovvero le partecipazioni: queste, a fronte di ricavi per 288 milioni, avevano dato utili per 449, grazie anche all’intensa vendita di partecipazioni che ha toccato il culmine proprio nel 2014. Le altre due aree, corporate & private banking e retail avevano dato briciole in termini di utili (insieme, 40,5 milioni). Anche nel 2016 la fonte primaria di profitti è stata nelle partecipazioni: 370 milioni. Però l’apporto delle altre due aree è esploso: insieme hanno prodotto utili per 312 milioni: 134 il corporate & private banking e e178 le attività retail, ovvero Che Banca e, soprattutto, Compass. Compass: gli azionisti non la ringrazieranno mai abbastanza: è numero 1 in Italia per il credito al consumo e ha contribuito in modo sostanziale alla crescita del margine d’interesse del gruppo, salito del 6% al 30 giugno scorso. Si tratta di un’attività anticiclica, che bilancia perfettamente le altre, più soggette all’andamento dei tassi d’interesse. Compass, spiega Matteo Ghilotti nel report di Equita del 28 ottobre scorso, è molto efficiente con un cost/income del 37 per cento e un tasso di copertura dei crediti in sofferenza di ben il 90 per cento. In più, nell’ultimo anno ha accresciuto i volumi dell’8 per cento. Gli analisti hanno generalmente una buona opinione dell’attuale stato di salute di Mediobanca: il 69,2 per cento di quelli raccolti nel “consensus” di Bloomberg ha dato un giudizio “buy”, il 23,1 dà un hold e il 7,7 un “sell”. Il target price (prezzo obiettivo) verso cui il prezzo del titolo dovrebbe tendere è – facendo una media fra i vari analisti – di 7,94 euro, contro i 6,46 del 3 novembre scorso. Sul fronte delle partecipazioni, dopo la vendita dell’1,3 per cento di Atlantia, rimane ora un altro 1,4 da cedere alla prima occasione. Ma la partita più grande rimane quella di Generali. Il ricambio al vertice, con la promozione di Philippe Donnet a ad dopo la partenza di Mario Greco, e l’arrivo dell’ex Axa, Frédéric de Courtois a capo delle operazioni estere, ha spaventato molti tanto che lo stesso Donnet ha dovuto smentire ogni idea che Generali possa mai fondersi con Axa. Anche Nagel ha rinviato la cessione della tranche del 3 per cento di Generali già programmata. E ha aggiunto proprio nei giorni scorsi che comunque non c’è nessun obbligo per Mediobanca di vendere quella quota. In questa considerazione può aver giocato un ruolo anche la repentina discesa del titolo nell’ultimo anno, calato del 35 per cento. L’intenzione di scendere al 10 per cento sembra però irreversibile. E succederà, prima o poi, nel momento più favorevole del mercato. Quei soldi servono per investire ulteriormente sul business bancario, in particolare per comprare, se i Doris cederanno, il 50 per cento di Banca Esperia. 1 2 3 Il presidente di Mediobanca, Renato Pagliaro (1); l’ad di Generali, Philippe Donnet (2) e Ennio Doris (3), presidente di Banca Mediolanum Alberto Nagel , amministratore delegato di Mediobanca. Il 19 novembre presenterà il nuovo business plan triennale.

Repubblica