Viva la radio che non muore mai

Share

Data per spacciata una prima volta con l’arrivo della televisione, site l’invenzione geniale di Marconi resta in ottima salute. Dopo oltre un secolo di vita sta dimostrando di sapersi adattare perfettamente alla stessa rivoluzione digitale. I dati la premiano: ascolti, pilule pubblicità e credibilità continuano a crescere. E il suo potere persuasivo resta intatto: negli Usa può cambiare le sorti della Casa Bianca, a Roma decide spesso il destino degli allenatori di calcio

La radio? “Il mezzo più umano tra esseri umani”

radio1

Pragmatica e camaleontica

di CARLO CIAVONI
ROMA – Di epigrammi accorati, fiammeggianti, densi di dolore sulla sua possibile tomba, la radio ne ha dovuti ascoltare parecchi nella sua lunga vita. Una vita che alcuni in Italia vogliono far cominciare non tanto 91 anni fa, da quel 6 ottobre 1924 quando ci fu l’inizio ufficiale delle prime trasmissioni dell’Unione Radiofonica Italiana, poi Eiar e poi ancora Rai. No: c’è chi vorrebbe scrivere come data della sua venuta al mondo in Italia l’8 dicembre del 1895, 120 anni fa esatti, quando Guglielmo Marconi fece trillare tre volte un campanello posto a distanza a Villa Grifone nella località che ora si chiama Sasso Marconi. Insomma, è successo in diverse occasioni in tutto questo tempo, di sentirsi trattare come un’anziana e gloriosa combattente, sul punto di essere seppellita da logiche iper-neoliberiste sull’infallibilità del mercato. Sussulto di vitalità. Momenti tristi, dunque, per la radio ce ne sono stati. Ad esempio, anche a metà degli anni Cinquanta, con l’inizio della programmazione Tv. Ma poi nel corso degli anni successivi, in un’altalena di “svenimenti” e “rianimazioni”, quando ha dovuto superare fasi in cui è sembrata lì lì per lasciarci o comunque finire nell’ombra. Un vero sussulto di vitalità ci fu poi all’indomani della sentenza della Corte Costituzionale del 1976, la numero 202 del 28 luglio. Cominciava la stagione delle “Radio Libere”. Che fino ad allora trasmettevano sfruttando un’interpretazione estensiva della legge allora vigente, la 103 del 1975, col rischio di denunce e sequestri. Nonostante tutto però, molte radio trasmettevano con regolarità. Solo a Roma, alla fine del 1975, ce n’erano già una dozzina in piena attività. L’ultima volta che il respiro della Radio s’è di nuovo fatto pesante, fu agli inizi negli anni ’90, quando – ancora una volta – le Tv commerciali sembrava stessero per sferrare il colpo finale e definitivo al medium più antico dell’era moderna. E invece no. Gli anni successivi a quell’ultima stagione un po’ opaca hanno al contrario segnato una rimonta impressionante delle emittenti. L’ultima testimonianza viene da una ricerca della Gfk Eurisko e dalla Ipsos, dal titolo che annuncia già il senso e l’esito del sondaggio: “Come afferrare Proteo”, il personaggio mitologico dalle forme mutevoli, capace di adattarsi con rapidità ai cambiamenti attorno a lui. Nessun dubbio. Le analisi delle due società di rilevamento non lasciano dubbi. Dicono e ribadiscono che la radio ha tutti i connotati per essere definita “immortale”, proprio grazie alla sua capacità di adeguarsi al mondo che la circonda. Un mondo geneticamente e tecnologicamente mutato, ma nel quale ha saputo convivere con discrezione assieme agli altri strumenti di comunicazione. Ma nello stesso tempo prosperando sulla nuova scena digitale, esibendo numeri che mostrano una crescita costante e, ciò che secondo gli analisti conta di più, aumentando la sua credibilità nella percezione diffusa tra il pubblico. Ha più valore un “… l’ha detto la Radio” che un “… l’ho sentito alla Tv”. Lo confermano le statistiche. La ricerca Eurisko-Ipsos s’è svolta tra l’r2aprile e il maggio scorsi su un campione rappresentativo di 52.903.250 cittadini italiani, circa l’84% della popolazione residente nel nostro paese. I dati più importanti ci parlano della tenace resistenza della radio alle “intemperie” e alle “traversie” incontrate lungo la sua lunga storia. Un mezzo capace di resistere all’urto con l’era digitale, confermandosi un “mezzo di tutti”, che vanta una platea complessiva di oltre 35 milioni di persone al giorno, all’interno della quale vive un target pubblicitariamente assai pregiato. Crescita. Così la radio fa gola agli inserzionisti e ai pubblicitari, proprio perché cresce tra segmenti di pubblico più esposti alle nuove tecnologie, come i giovani. Il sondaggio ci dice infatti che per il 50% dei ragazzi tra 14 e 17 anni e il 47% dei 18-24enni l’ascolto della radio è in aumento rispetto a 3 anni fa. Un altro dato assai interessante è che il 90% di chi ascolta la musica attraverso supporti digitali, ascolta anche la radio, con i giovani che stanno mostrando di farlo con maggiore intensità rispetto al passato. Dice Giorgio De Rita, segretario generale del Censis: “La Radio attira e accresce i suoi ascoltatori con un miscuglio tra continuità con il passato, semplicità d’uso e capacità di trovare ospitalità nei nuovi strumenti della società dell’informazione. Sta giocando una scommessa con il futuro – aggiunge De Rita – esibendosi su tanti fronti e cerca di r3ricavare dal proprio successo di ascolti una nuova capacità d’integrazione nel mondo dei nuovi media, facendosi carico di una società che ha cambiato il proprio modo di fare coesione sociale”. Qualità. Giorgio Simonelli, docente al corso di laurea di “Linguaggi dei Media” alla Cattolica di Milano, riflette sui livelli di qualità che la radio deve mantenere, curando sempre di più i contenuti, con una più evoluta cultura della programmazione. Cita prodotti radiofonici capaci di “produrre un alto grado di partecipazione emotiva e coinvolgimento intellettuale”. Un’attenzione particolare Simonelli la dedica all’audience radiofonica, citando il libro di Enrico Menduni (“Il mondo della Radio. Dal tansistor ai social network”, il Mulino)”. Sarebbe nato, insomma, un nuovo tipo di pubblico definito “reticolare”, il quale “benché minoritario rispetto a quello tradizionale analogico rappresenta una realtà fondamentale, perché anche se non è in grado di generare valore economico, è comunque decisivo nella produzione di quello che Danah Boyd (studiosa statunitense esperta di media e del loro rapporto con i giovani ndr) definisce ‘capitale reputazionale’, per cui il pubblico della radio si misurerà sempre meno in base a logiche di massa numerica e sempre più in termini ‘reputazionali’, appunto, attraverso strumenti assai vicini alla sfera sentimentale”. La prova simbolica della vitale longevità della radio e della sua inesauribile capacità di stupire e di generare gioie, ma anche tensioni e paure, viene da un ormai celeberrimo programma del 1938, La guerra dei mondi, uno sceneggiato radiofonico della CBS, protagonista Orson Welles. È rimasto un caposaldo della radiofonia di tutti i tempi, perché il perfetto realismo dell’interpretazione del grande attore e regista scatenò il panico tra la gente, dopo che Welles annunciò un’invasione di alieni, scesi sulla Terra con diverse astronavi, dalle parti di Grovers Mill, nel New Jersey. Furono in molti a non capire che si trattava di una finzione, nonostante dai microfoni della CBS, sia prima che dopo quella storica puntata del 30 ottobre, fossero stati diffusi avvertimenti che ricordavano, appunto, che si trattava solo di uno sceneggiato radiofonico. Merito. Nel corso del tempo è a personaggi e programmi di quella potenza che va attribuito il merito di aver creato, giorno dopo giorno, la fedeltà d’ascolto necessaria a generare la comunità di riferimento di ogni emittente. Di esempi nati sulle nostre onde hertziane e che hanno fatto la storia della radio italiana, ce ne sono numerosi. Rosso e Nero, tanto per citarne uno, che tenne per anni incollatir4 all’apparecchio milioni di italiani il giovedì sera; ma poi tanti altri “monumenti” della radiofonia nazionale, come la Hit Parade di Lelio Luttazzi, Bandiera Gialla, Il Gambero, Alto Gradimento, Chiamate Roma 3131, Fabio e Fiamma la trave nell’occhio, Raistereonotte… fino al Ruggito del Coniglio, Caterpillar e 610 di Lillo e Greg, solo per citarne alcuni, così, un po’ a casaccio. Ecco, oltre a questi esempi ci piace ricordarne un altro, che arriva dagli States, Arkansas. Si chiama Sonny Payne, ha 85 anni suonati, ed è ancora oggi, dopo 60 anni, al microfono di King Biscuit Time, un programma trasmesso da un’emittente della città di Helena. Il vecchio Sonny è lì tutte le sere a trasmettere ottimi blues, a dialogare con i suoi ascoltatori e, probabilmente, anche ad invitarli a gridare assieme lui, ogni tanto: “Viva la Radio”.

Presta: “Non ha trucchi, nulla la può fermare”
di CARLO CIAVONI
ROMA – “Dicono che dopo un disastro nucleare gli unici a sopravvivere sarebbero gli scarafaggi. Ma non è così”, sentenzia Marco Presta, attore, scrittore di successo, da vent’anni autore e conduttore assieme ad Antonello Dose, suo amico d’infanzia, di una delle trasmissioni cult di Radio Rai, Il Ruggito del Coniglio. “Non è così, perché a sopravvivere a tutto sarà soprattutto la radio. Sono sicuro che da qualche parte – dice – dopo quella malaugurata esplosione, si sentirebbe una voce che esce da una radiolina impolverata tra le macerie. Ho in testa questa immagine, sarà grave? Insomma, penso davvero spesso alla sua sostanziale immortalità e questo, secondo me, succede per un motivo molto semplice: la radio appartiene alla sfera del sentimento e i sentimenti, com’è noto, non muoiono mai. Si accendono, si trasformano, si spendono anche, ma vengono comunque rimpiazzati da altri stati emotivi. Insomma, c’è il vuoto sentimentale. “Alla radio – dice ancora l’autore che ha partecipato alla stesura della sceneggiatura della serie Tv Un medico in famiglia e che collabora alla scrittura dei testi per la Littizzetto – non c’è trucco né inganno, non ci sono paillettes, o smoking, né belle gnocche. C’è un flusso sentimentale che ha la stessa fisiologia e la stessa forza di quello che s’instaura tra esseri umani. Insomma, non c’è bisogno che io stia qui a ripeterlo, ma è un fatto che la radio è il mezzo che somiglia di più e che più di altri entra rapidamente e con efficacia in sintonia con l’animo delle persone. D’altra parte – conclude Marco Presta – la nostra lunga esperienza a Radio 2 con il Ruggito, ce lo continua a confermare: la radio riesce a trasformare in fatti rilevanti tutto ciò che riguarda la vita delle persone, persino le cose più banali. Nessuno riesce a raccontare o a rappresentare emotivamente meglio gli stati d’animo della gente. Ecco perché è immortale”.

La corsa alla Casa Bianca si vince anche in Fm
di ALBERTO FLORES D’ARCAIS
NEW YORK – Nell’era di Internet e dei social network, con dibattiti televisivi sempre più noiosi e la crisi della carta stampata, anche negli States la vecchia cara radio vive la sua ennesima giovinezza. Punta di diamante della propaganda politica nella prima metà del secolo scorso (poi arrivò la tv e il famoso scontro Kennedy-Nixon), quando celebri conduttori come Father Charles Coughlin (il prete anti-semita che amava Hitler e Mussolini raccontato da Philip Roth nel suo romanzo “Il complotto contro l’America”) erano ‘verbo’ per milioni di persone, i talk-show sulle radio restano tra i più formidabili veicoli dell’informazione per convincere un elettorato sempre più disattento. I padroni dell’audience. Al passo con i tempi del mondo digitale (grazie ai podcast e alle radio satellitari come Sirius) le voci (e la propaganda) degli odierni guru, raggiungono ogni giorno decine di milioni di abitazioni, automobili, diners e via dicendo. Se la National Public Radio (Npr) – l’ente fondato nel 1971 sull’onda del Public Broadcasting Act del presidente Lyndon Johnson per la crescita della radio non commerciali – con il suo network di circa 900 emittenti in ogni angolo degli States mantiene i suoi standard di pubblico servizio (con una tendenza decisamente progressista) nell’informare un’audience che raggiunge ogni settimana oltre 25 milioni di ascoltatori, i veri padroni della radio sono però altri. In primo luogo i conduttori di talk-show più ‘partigiani’ (e in grande maggioranza conservatori) che sono in grado di dettare gli argomenti più polemici e più esasperati (a volte anche più volgari) del dibattito politico. Conduttori che – in questo caso accomunati conservatori e progressisti – hanno come primo nemico i Palazzi di Washington (dalla Casa Bianca al Congresso) e la politica istituzionale. Campione indiscusso – ormai da più di un decennio – è Rush Limbaugh, 64enne del Missouri che iniziò la sua carriera nell’ormai lontano 1984 (a una radio californiana di Sacramento) che da solo ogni settimana ha un’audience che supera i 15 milioni di ascoltatori. Campione di ascolti e campione di polemiche. Con i suoi attacchi continui a tutto ciò che puzza di ‘liberal'(o più semplicemente di democratico), con le sue campagne accusate di razzismo (“prima di parlare togliti l’anello che porti al naso”, disse una volta sprezzantemente a un ascoltatore di colore), a favore della pena di morte e contro gli ambientalisti di ogni genere. I guru negli Usa. Negli ultimi anni il suo regno è sempre più in pericolo grazie a Sean Hannity, anche lui conservatore anti-liberal ma meno sanguigno (e più colto) di Limbaugh, che adesso lo tallona da vicino con i suoi 14 milioni di ascoltatori settimanali e con i suoi libri (ad esempio “Liberaci dal male: sconfiggere terrorismo, dispotismo e liberalismo”) che finiscono sempre nelle classifiche del New York Times sui libri più venduti. Altro guru radiofonico molto ascoltato è Glenn Beck, volto e star televisiva del canale Fox (il più conservatore, proprietà di Rupert Murdoch) che è anche fondatore e Ceo di Mercury Radio Arts, una casa di produzione multimedia (radio, tv, internet, teatro e carta stampata) e considerato da Hollywood Reporter uno dei cinquanta uomini “più influenti d’America nell’era digitale”. Tra i conduttori radiofonici non mancano neanche figli d’arte. Come quelli di Ronald Reagan, uno dei presidenti più amati d’America, oggi divisi da credi e ideologie. Con Michael (figlio adottivo) che con il suo programma era riuscito a raggiungere anche la ottima quota di 5 milioni di ascoltatori alla settimana e Ron, di tredici anni più giovane che – ateo e sostenitore di Obama già nel 2008 – ha tradito gli ideali familiari e lavora adesso per la radio liberal Air America. Tra i democratici. E i progressisti? Per troppo tempo democratici, liberal e radical hanno delegato a Npr l’informazione “politicamente corretta”. Solo negli ultimi anni, un po’ come è successo con il canale televisivo all-news MsNbc che si contrappone in modo molto partisan alla Fox, hanno capito che oltre a Internet e ai social network (grande intuizione degli uomini di Obama nel 2008) anche la radio continua ad essere una formidabile macchina da voti. Ed ecco comparire sulla scena uomini come Bill Press – già presidente del partito democratico della California negli anni Novanta, volto conosciuto ai telespettatori di Cnn e MsNbc – che ha lanciato, con discreto successo, il suo talk-show. Un caso a parte è quello di r5Howard Stern. Produttore, autore televisivo, attore e fotografo, famoso per il suo radio show andato in onda dal 1986 al 2005 (con picchi di venti milioni di audience), ha da dieci anni un contratto milionario con Sirius XM Radio, l’emittente satellitare (per soli abbonati) più seguita d’America. Provocatorio, populista, conduttore di programmi notturni al limite del porno, politicamente può essere definito un ‘libertario’. Come molti degli elettori indipendenti che alle elezioni possono fare la differenza.

Urlate e faziose, l’incubo di Roma e Lazio
di MATTEO PINCI
ROMA – C’è una radio che a Roma non si spegne mai. È quella che parla di calcio, e che sia Roma o Lazio non fa troppa differenza: più di cento ore al giorno in cui l’etere soffoca di polemiche e appelli, richieste e tifo, un mormorio costante e sotterraneo che non piace agli allenatori ma fa impazzire la piazza. In fondo, la Capitale s’è fatta interprete della terza declinazione della radio in Italia: dopo quella in musica e quella parlata, qui è fiorita la radio urlata. E pensare che nel 1974 le allora “radio libere” erano nate quasi come un bisbiglio: bastavano 5-10 watt di potenza per trasmettere. Oggi 30 volte tanti non sono sufficienti. Ma come spogliare la città di questa voce rumorosissima e costante che fa da sottofondo alle giornate di ministri e ambasciatori, pizzardoni e autisti atac? Perché il fenomeno non è solo costume, ma una tendenza che coinvolge le masse. Tifoserie. Chi ha il microfono diventa un guru riconosciuto nell’universo popolare, si fa portavoce di idee che trovano poi riscontro nell’una o nell’altra tifoseria. Addirittura generano frazioni interne nello stesso gruppo di sostenitori. Alimentando figure diventate mitologiche, nonostante un curriculum non sempre limpidissimo. Paradigma di questa immagine, quasi un capobastone, è Mario Corsi, per tutti “Marione”: capopopolo dell’etere, la sua – dicono i dati di ascolto – resta ancora la trasmissione più seguita. Tra le 10 e le 14 metà della Roma che si sposta in auto si sintonizza sulle frequenze in Fm per ascoltarne la voce. Ignorando – o fingendo di ignorare – il passato nei Nar e qualche accusa grave che negli anni ha macchiato la figura del conduttore. I tassisti lo adorano, i tifosi lo detestano e più o meno tutti lo ascoltano. Altra figura mitica dell’etere romano è quella di Carlo Zampa, radiocronista promosso a speaker dell’Olimpico giallorosso nell’anno dello scudetto che i bambini fermano per strada chiedendogli di mettersi i posa per un selfie.Tra chi parla di Lazio il capostipite resta invece indiscutibilmente Guido De Angelis, editore della rivista Lazialità, commentatore di rilievo delle emittenti in biancoceleste. Un guru, appunto. “Le radio romane sono sempre molto negative, non hanno mai un equilibrio e questo può influenzare il pubblico e la squadra”, dice ogni volta che si ritrova a parlarne uno sceriffo dello spogliatoio come Fabio Capello. Lui, che pure aveva dovuto convivere con il brusio altrettanto diffuso di Madrid, nei cinque anni a Roma se n’è fatto un’idea limpida, evidentemente. Almeno tre stazioni parlano abitualmente della Roma, altrettante della Lazio, più una mista. Si chiamano Teleradiostereo o Centrosuono Sport, Radio sei o Radio Incontro Olympia, Rete Sport e Radio Radio, nomi generici che nella stragrande maggioranza dei casi per i tifosi vogliono dire invece appartenenza a una o all’altra bandiera: in tutto, una copertura che supera le 100 ore di trasmissione quotidiana, oltre 1.000 settimanali. Strilli e contestazioni. E il fenomeno è dilagato al punto che anche le società di Pallotta e Lotito si sono dotate di una propria emittente radiofonica: un tentativo di contrastare il chiacchiericcio indirizzando l’ascoltatore verso una comunicazione istituzionalizzata. Tentativi che però non hanno soffocato la voce libera di chi strilla e contesta, punta l’indice dopo lo sconfitte per poi alzarlo al cielo dopo una vittoria. E non fanno sconti: a nessuno. Se n’è accorta Francesca Brienza, la fidanzata dell’allenatore della Roma, quando le è scappato un commento sul tema: “Uno degli elementi più pericolosi che ci sono a Roma – ha detto – sono le radio romane, e chi dice il contrario è perché non le ha mai ascoltate”. Il fuoco incrociato su Lady Garcia ne è la prova ulteriore: la radio (romana) non si discute, si ascolta.

L’oggetto muore, parole e musica sono eterne
di ERNESTO ASSANTE
ROMA – “Abbassa la tua radio per favor”, recitava il testo di una celebre canzone, “Silenzioso slow” del 1940. Difficile che oggi qualcuno possa ripetere la stessa frase, perché di radio, in giro, ce n’è sempre di meno. Intendiamoci, parliamo dell’oggetto fisico, dei ricevitori che dal secolo scorso ci accompagnano e che hanno preso forme sempre diverse, perché la radio, come strumento di comunicazione, funziona egregiamente, ha un grande successo e nelle sue forme più innovative e moderne, quelle digitali, sta addirittura conquistando nuovi spazi e nuovo pubblico. La radio, come oggetto fisico, invece, è sempre meno diffusa, sempre meno presente. Basta andare in un grande magazzino d’elettronica per rendersene conto, i modelli presenti nei negozi sono sempre di meno, e l’offerta cala di anno in anno, persino per i nostalgici è diventato difficile trovare delle macchine che siano solo e soltanto radio. La radio non è più un oggetto ma un concetto, una funzione all’interno di altri oggetti, un modo di organizzare contenuti e renderli fruibili al pubblico. La radio “vecchio stampo” resiste a fatica, insomma, a casa ha sempre meno spazio, in macchina gode ancora di buona salute, ma ovunque si trasforma, cambia forma. Oggi non c’è una “radio”, anzi a dire il vero uno dei problemi più grandi per chi ama il mezzo e vorrebbe poter avere un ricevitore in grado di poter catturare tutte le forme possibili di radio che oggi abbiamo a disposizione è proprio che non c’è ancora un oggetto definitivo che offra la possibilità di ascoltare le radio web only, le radio tradizionali in am e fm, le radio digitali, quelle satellitari e i podcast. Si, perché a definire la radio oggi non è più nemmeno il sistema di trasmissione, perché solo parte della radiofonia trasmette usando “onde radio o radioonde sono onde elettromagnetiche, appartenenti allo spettro elettromagnetico, nella banda di frequenza compresa tra 0 e 300 GHz ovvero con lunghezza d’onda da 1 mm all’infinito”, come recita Wikipedia. La radio oggi arriva a noi attraverso la televisione, i computer, gli smartphone e i tablet, i satelliti, internet, e a dire il vero in molti di questi casi per definirla avremmo bisogno di nomi nuovi. Del resto, in principio, più di cento anni fa, la radio non aveva nemmeno questo nome. E non assomigliava in nessun modo all’oggetto che noi oggi conosciamo ed amiamo. I primi esperimenti di Marconi erano in realtà trasmissioni radiotelegrafiche, in cui dei segnali, dei piccoli rumori, venivano trasmessi da una parte all’altra, da un trasmettitore a un ricevitore. Bisognerà aspettare circa venti anni per arrivare ad ascoltare qualcosa che fosse una trasmissione d’intrattenimento, fatta per un pubblico di ascoltatori, un programma vero e proprio, come quelli che siamo abituati ad ascoltare ai giorni nostri. L’oggetto radiofonico è cambiato parallelamente al suo diverso uso ed alla crescente popolarità del mezzo. E si è aggiornato seguendo i tempi e le mode. Le prime radio erano degli oggetti meccanici che avevano poco fascino ma erano perfette per l’uso che se ne faceva nei primi anni del Novecento. La radio in origine altro non era che un “wireless telegraph”, un telegrafo senza fili per comunicazioni da punto a punto, lì dove le linee telegrafiche non erano utilizzabili o affidabili. Il passo seguente fu quello di una trasmissione da una fonte simultaneamente a molti riceventi, usando il linguaggio Morse, e le macchine, pur modificandosi e migliorando, non furono molto diverse nell’aspetto. Erano macchine, erano utili per comunicare, non erano ancora strumenti di divertimento o intrattenimento popolare. Tutto cambiò con l’introduzione delle valvole elettroniche, che potevano essere usate in circuiti elettrici che rendevano i ricevitori radiofonici e agli amplificatori centinaia di volte più potenti e che potevano essere utilizzati per costruire dei trasmettitori più compatti ed efficienti. In pochi anni arrivarono sul mercato le prime vere e proprie radio, degli oggetti di legno, abbastanza grandi all’inizio, poi di dimensioni sempre più contenute. Oggetti eleganti, perché dovevano occupare un posto importante nelle case dei pochi fortunati che ne possedevano una, oggetti che avevano un design raffinato e che erano di facile uso. Tra gli anni venti e trenta la radio attraversa un clamoroso periodo di “boom”, entra nelle case di milioni di persone in tutto il mondo e la scatola magica dalla quale escono voci, suoni e rumori, diventa sempre più piccola, meno costosa e di maggiore qualità. Le dimensioni si riducono anche perché la radio, visti i costi in discesa e la sua ampia diffusione, non è più confinata nelle stanze delle case di ricchi signori, ma inizia a entrare in quelle di tutta la popolazione. L’oggetto diventa prodotto in serie, la stessa radio, lo stesso oggetto, è replicato in copie numerose e assume dimensioni da tavolo, più piccola e compatta. Tra gli anni trenta e quaranta l’oggetto radiofonico viene declinato in mille modi diversi, in modelli tra loro molto differenti, da quelli piccoli e compatti a veri e propri mobili in grado di occupare il posto d’onore nel salotto buono, dai grandi cassoni privi di forme ai piccoli oggetti di design, firmati anche, in alcuni casi, da veri e propri artisti. Quando alla fine degli anni Quaranta arriva la radio a transistor tutto cambia nuovamente: la radio non è più un oggetto casalingo, ma un modernissimo e portatile strumento in grado di seguirci durante tutto il giorno. Le piccole radioline a transistor conquistano i cuori degli ascoltatori degli anni Cinquanta, entrano nelle tasche, sono comode e leggere, permettono di ascoltare musica e notizie ovunque. La portatilità non è soltanto una rivoluzione tecnologia, ma il motore di una clamorosa rivoluzione culturale, attraverso la quale la radio conquista il ruolo centrale all’interno dell’universo dell’informazione che ha conservato fino ad oggi. Le radio perdono anche l’ultimo pizzico di seriosa importanza che avevano fino ad allora conservato, escono dalle case e dal controllo dei capifamiglia e diventano di plastica, si colorano di rosso, di giallo, di verde, diventano un oggetto dal costo bassissimo, perfetto per tutte le tasche e soprattutto per quelle dei giovanissimi, che eleggono la radio come strumento di comunicazione principale, come mezzo di divertimento e di svago, come piccolo simbolo generazionale, da mettere accanto ai dischi, ai jeans e al rock’n’roll. E gli adulti? Beh, di certo non vengono tagliati fuori dall’evoluzione della radio, anzi, l’avvento dell’alta fedeltà, intesa come una migliore esperienza di ascolto, porta alla nascita di apparecchi radiofonici costosi e più sofisticati, con amplificatori più potenti, filtri, e circuiti elettrici meno rumorosi, in grado di far ascoltare i suoni della radio in maniera più fedele all’originale. Se le piccole radio a transistor che si sentono piuttosto male catturano i cuori dei giovanissimi, le radio da salotto, comprensive di giradischi, degli anni Sessanta conquistano i genitori e gli appassionati di musica, che vogliono ascoltare sempre meglio la musica. Se a questo si aggiunge che i dischi, rigorosamente monofonici, cominciano ad essere stereo, si comprende come la qualità delle trasmissioni radio fosse destinata a migliorare costantemente. I ricevitori radiofonici diventano degli “elementi” dell’impianto stereo, perdono la forma tradizionale della radio per diventare “pezzi” di un insieme sonoro più ricco e complesso. Per la radio la chiave di volta per conquistare sempre di più il pubblico resta la portatilità. Ed ecco allora arrivare le autoradio, delle macchine che inizialmente garantivano un ascolto abbastanza limitato ma che in brevissimo tempo, complice il miglioramento delle trasmissioni e della copertura del territorio da parte delle emittenti, diventano un oggetto desiderato da ogni automobilista del mondo. Le autoradio si diffondono lentamente, a causa dei costi molto elevati dei ricevitori, ma con il passare degli anni diventano un accessorio di serie in tutte le macchine. Quando le trasmissioni in fm vengono “liberate” e nascono le radio private per l’oggetto radio inizia una nuova vita: la stereofonia si diffonde ovunque e le emittenti si moltiplicano come i funghi. Negli anni Ottanta, con l’avvento del walkman, anche la radio si adegua alla nuova moda, diventa sempre più piccola, elimina l’ascolto “aperto” in favore delle piccole cuffiette, si nasconde in mille altri oggetti, diventa radiosveglia, si fa piccina piccina e entra negli orologi, oppure cresce per diventare un ghetto blaster di grandi dimensioni. Insomma, non c’è più una radio ma mille oggetti che trasmettono musica e parole sulle frequenze preferite. E tra breve non ci sarà più nemmeno l’oggetto in se: già oggi è così, con le radio satellitari, che arrivano nelle nostre case dai ricevitori delle tv digitali, o con le radio internet, che non hanno bisogno nemmeno di un ricevitore e sono nascoste tra le pieghe del web, o con quelle che sono nelle nostre tasche all’interno del telefono cellulare o del lettore mp3. Insomma mentre il segnale della radio ha ampiamente superato i cento anni e gode di ottima salute, l’oggetto radiofonico sembra sempre di più destinato a sparire, a diventare una funzione di altri oggetti, a mescolarsi ad altri suoni, ad altre voci, restando sempre, straordinariamente, presente. La radio, nel nuovo mondo digitale, è un modo di organizzare contenuti, non più un modo di trasmetterli e riceverli, cosa che potremmo dire allo stesso modo dei giornali, o dei dischi, che perdendo fisicità hanno perso la forma comprensibile alla quale eravamo abituati. La radio, però, ha un vantaggio, è straordinariamente “contemporanea”, perché è per sua natura portatile, on demand, personalizzabile, si adatta con estrema facilità al nuovo mondo e alle nuove regole. E ha ancora uno splendido futuro davanti a sé.

da inchieste.repubblica.it

Share
Share