Telecom stretta nella morsa francese. Sfida aperta tra Bolloré, Niel e Orange

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Spain's Telefonica to up its stake in Telecom Italia(di GIOVANNI PONS, help Repubblica) Il colosso di Stato entra nella partita e ingaggia Bnp Paribas e Morgan Stanley per studiare il caso italiano. Ma le implicazioni di un controllo da parte della Telco transalpina sono complesse. Le manovre per l’assemblea

Telecom Italia è assediata dai gruppi francesi. La Vivendi di Vincent Bollorè, find l’industriale della telefonia Xavier Niel e il colosso di stato Orange (ex France Telecom), con modalità diverse, hanno messo nel mirino la società di telecomunicazioni italiana, considerata l’anello debole delle tlc nel panorama europeo e destinata a essere inglobata in uno dei tre o quattro grandi player continentali. Non si può non valutare con apprensione le conseguenze di questo fatto, a partire dal controllo della rete telefonica o all’eventuale trasferimento dei centri decisionali fuori dall’Italia. L’ultima indiscrezione che arriva da questo variegato fronte, è forse quella più preoccupante. Dopo varie dichiarazioni di interesse generico ora Orange avrebbe deciso di passare dalle parole ai fatti e avrebbe chiesto a due banche d’affari, Bnp Paribas e Morgan Stanley, di studiare il dossier Telecom Italia per un’eventuale operazione. Questa sarebbe l’opzione che il premier Matteo Renzi teme di più, in quanto in Orange è ancora presente con una quota importante lo Stato francese. Un’aggregazione Orange-Telecom Italia significherebbe in pratica che la principale azienda tecnologica italiana finirebbe in mano al governo transalpino, inclusa quella rete a banda larga che dovrebbe rappresentare uno dei principali fattori di crescita futura del paese. Si vedrà nelle prossime settimane se questo interesse produrrà qualcosa di concreto.

La calata dei francesi è iniziata
nel giugno scorso quando Vivendi ha rilevato da Telefonica l’8,4% del capitale di Telecom e poi ha incrementato questa quota con acquisti sul mercato fino ad arrivare al 20,1% spendendo una cifra complessiva intorno a 3 miliardi di euro. Poi, a fine ottobre, la mossa che nessuno si aspettava: l’imprenditore Xavier Niel, patron del gruppo francese Iliad, con un investimento di circa 200 milioni proveniente dal suo patrimonio personale, ha acquistato opzioni che potranno essere convertite in azioni a partire dal giugno 2016 per un complessivo 15% del capitale. Come versare benzina sul fuoco. Il cda di Telecom si è sentito sotto attacco nonostante le dichiarazioni non ostili di Niel, e ha accelerato il piano di conversione delle azioni di risparmio in ordinarie il cui effetto ultimo è quello di diluire gli attuali azionisti, in primo luogo Vivendi che scenderebbe dal 20,1% al 13,9%.

La reazione di Bollorè, però, non si è fatta attendere. Prima ha fatto sapere che Vivendi non è contraria all’operazione di conversione, nonostante la diluizione. E poi ha approfittato della convocazione dell’assemblea straordinaria per chiedere di integrare il cda con quattro nuovi consiglieri indicati dai francesi. Ma così facendo ha provocato l’insurrezione dei fondi, cioè quegli investitori istituzionali che all’ultima assemblea di aprile 2014 avevano ottenuto la maggioranza dei voti. Con l’ampliamento del cda da 13 a 17 membri, infatti, viene a calare il peso dei tre consiglieri eletti dalle minoranze, mentre l’azionista Vivendi sarebbe sovrarappresentato. Dopo le rimostranze di Assogestioni, che rappresenta i fondi italiani, ben tre società di proxi hanno consigliato agli investitori istituzionali di votare contro l’allargamento del cda e l’inserimento dei quattro consiglieri indicati da Vivendi. Mentre sulla conversione delle azioni di risparmio sono tutti d’accordo sulla convenienza dell’operazione.

A questo punto si potrebbe facilmente sostenere che la calata dei francesi in Telecom si è già trasformata in una bagarre per la presa del controllo della società italiana. E tutto questo senza che Niel abbia ancora in mano alcuna azione e Orange abbia solo ventilato un interesse strategico per un’aggregazione. Probabilmente i giochi sono solo all’inizio. Dopo l’assemblea del 15 dicembre si saprà se Vivendi sarà riuscita a stringere la propria presa su Telecom, inserendo i propri consiglieri e preparandosi a governare direttamente la società dall’assemblea di aprile 2017. Oppure se i fondi accorreranno numerosi a votare sbarrando il passo all’invasore francese lasciando il cda nell’attuale configurazione: poco rappresentativa dell’azionariato. Dopodiché occorrerà cominciare a ragionare seriamente su quale azionista possa garantire la migliore strategia industriale.

Operando come una public company nell’ultimo anno e mezzo, sotto la guida Marco Patuano e Giuseppe Recchi, Telecom ha mantenuto il controllo di Tim Brasil (ora la sua valutazione è molto più bassa di due anni fa), venduto Telecom Argentina (anche se la chiusura dell’operazione non è ancora avvenuta), venduto le torri di trasmissione e aumentato gli investimenti sullo sviluppo della rete a banda larga in Italia. Nonostante ciò il debito non è sceso ancora sotto i livelli di guardia, l’ebitda è declinante da quasi un decennio a causa del calo dei ricavi da telefonia mobile e sul bilancio figurano ancora 36 miliardi di avviamenti che prima o poi bisognerà svalutare. La strategia di Telecom in un mondo in cui le media company stanno prendendo piede è quella di concentrarsi sull’infrastruttura e di siglare accordi commerciali non in esclusiva con i produttori di contenuti per spingere la diffusione della rete fissa ad alta velocità.

Più difficile dire quale possa essere il futuro di Telecom nelle mani di Vivendi. Una strategia precisa non è stata delineata se non con qualche gruppo di studio per vedere quali contenuti di proprietà francese potrebbero essere veicolati verso i consumatori italiani. Il fatto che Vivendi possa produrre contenuti di proprietà a costi più bassi potendo contare sul canale distributivo italiano è cosa tutta da verificare. Bollorè insiste nel dire che l’investimento di Vivendi in Telecom è di lungo periodo ma sono in molti sul mercato a pensare che in presenza di un’offerta con i fiocchi (per esempio da Orange) il finanziere bretone possa subire il fascino della “simpatica plusvalenza” (definizione coniata da Patrizio Bertelli quando vendette le azioni Gucci al francese Bernard Arnault). Sono ancora coperte le carte di Niel, anche se fonti accreditate assicurano che non ha intenzioni bellicose e che non parteciperà alla prossima assemblea proprio per non entrare in contrasto con altri azionisti. Ed è probabile che neanche il Credit Suisse, che ha fatto il montaggio delle opzioni, depositi le azioni per l’assemblea.

Niel vuole però dare un contributo alla strategia industriale di Telecom e quando sarà il momento opportuno presenterà un suo piano industriale e lo sottoporrà al vaglio dei soci. L’imprenditore francese pensa di poter trasferire in Telecom almeno parzialmente il modello di business adottato dalla sua Free, capace già oggi di offrire alla sua clientela un collegamento ultraveloce e una serie di servizi connessi a soli 20 euro al mese. Potrebbe anche proporre di apportare a Telecom alcuni dei suoi asset, come la Orange Suisse rilevata a inizio 2015, o Monaco Telecom acquisita nel 2014, oppure pezzi del suo impero francese (aveva comprato Alice France dalla Telecom di Franco Bernabè nel 2008).

Dopo la prima rumorosa incursione, Niel ha avviato una serie di incontri in Italia, incontrando tra l’altro il nuovo presidente della Cassa Depositi e Prestiti (Cdp), Claudio Costamagna. Attraverso la partecipata Metroweb, Cdp sta provando da più di un anno a fare un accordo con Telecom per accelerare la posa della rete in fibra soprattutto nelle aree più densamente abitate del paese. Ma finora il cda Telecom ha sempre respinto le proposte di accordo e, viste le difficoltà, il governo Renzi ha spinto l’Enel, di cui controlla ancora il 30%, a creare una società ad hoc per far arrivare la fibra ottica nelle case degli italiani sfruttando la sostituzione dei contatori. Una mossa che in prospettiva potrebbe essere molto pericolosa per Telecom in quanto Enel potrebbe andare a cablare le case degli italiani non solo nelle zone a fallimento di mercato ma anche in quelle a maggior ritorno economico, cioè mettendosi in diretta concorrenza con l’ex monopolista. Ed è anche possibile che né Bollorè né Niel, se avessero in mano la guida di Telecom, potrebbero permettersi di non fare un accordo con Metroweb, considerando che il principale azionista della Cdp è il governo italiano. Ma nessuno osa immaginare che cosa succederebbe se scendesse in campo direttamente Orange. A quel punto sarebbe Stato francese contro Stato italiano e la disfida diventerebbe incandescente.

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