Un braccialetto per controllare lo stress lavorativo

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stress da lavoro(Sara Moraca, recipe Wired) Un’equazione customizzata, in grado di descrivere la reazione di ogni singolo individuo a situazioni di stress: questo è l’obiettivo di Javier Hernarnez e del suo team, che alla sezione Affective Computing del Mit di Boston stanno cercando di trasformare lo stress in un’opportunità, soprattutto nell’ambito lavorativo.

“Anche se non siamo sempre perfettamente consci dei meccanismi che regolano la nostra tensione emotiva, il nostro corpo registra a livello fisiologico il cambiamento di diversi parametri, doctor come la dilatazione delle pupille, una respirazione più profonda, l’aumento della pressione arteriosa e l’accelerazione cardiaca”, spiega Hernandez.

Il team sta lavorando da anni sul tema dello stress in ambito lavorativo, effettuando diversi esperimenti in contesti reali, non limitandosi cioè a riprodurre una situazione fittizia in laboratorio, con l’obiettivo di osservare reazioni spontanee e non indotte da variabili inserite artificiosamente.

Con l’aiuto di speciali gadget indossabili e non intrusivi, il team di Hernandez sta cercando di descrivere in maniera sempre più precisa l’algoritmo individuale che regola i meccanismi fisiologici dello stress: l’ultimo ritrovato è un polsino che permette di tracciare il cambiamento dei vari parametri, durante un’ipotetica situazione d’ansia.

Gli esperimenti hanno permesso di registrare un aumento medio del 30% dei battiti cardiaci e del ritmo respiratorio, durante le situazioni di stress. Se, tramite l’ausilio di questi device, si riuscisse ad abbassare questa percentuale fino a una soglia del 10-15%, le criticità diminuirebbero notevolmente.

Gli studi sottolineano inoltre l’importanza di un altro importante parametro: la resistenza elettrica della pelle, strettamente legata allo stato emotivo e all’attività delle ghiandole sudoripare. Questo valore, in situazioni di ansia, può oscillare fino al 10%; quando l’umidità della pelle cambia, la resistenza al passaggio della corrente viene alterata.

“I computer, così come altri dispositivi elettronici, possono essere fonte di stress elevato” continua Hernandez. “Questo è dovuto principalmente alla mancanza di empatia delle tecnologie, il che le rende molto differenti dall’interazione umana. Per esempio, se un amico ci vedesse particolarmente stressati, cercherebbe di non parlarci di cose negative, offrendoci invece conforto. Cosa accadrebbe se anche le tecnologie fossero in grado di leggere le emozioni umane? Si potrebbero autoregolare, per garantire un’interazione uomo-macchina più naturale e meno stressante”.

Il team sta studiando strumenti sempre meno invasivi, che possano non solo cogliere la variabilità con cui ogni persona risponde alle situazioni di tensione emotiva, ma che sappiano poi modularsi di conseguenza, offrendo un feedback calibrato sulla soggettività del caso.

Ma come? “Se una persona reagisce a situazioni di ansia modificando la respirazione, per esempio, il suo gadget dovrà idealmente intervenire proprio su questo parametro”, spiega Hernandez, “riportandolo a livelli normali e modulando quindi l’induzione di esercizi rilassanti di respirazione. Se riuscissimo a ridurre l’intensificarsi del ritmo respiratorio durante le situazioni di stress, riportandolo ad esempio da +30 % a +10%, il vantaggio per il lavoratore sarebbe notevole. L’obiettivo degli ultimi device era proprio questo, ma abbiamo intenzione di continuare le ricerche e programmare dispositivi che garantiscano performance ancora migliori ”.

La gestione ottimale dello stress permetterebbe non solo al dipendente di vivere una situazione di benessere, ma garantirebbe al datore di lavoro una maggiore produttività, dettata dal miglioramento delle condizioni ambientali.

Esiste però l’altra faccia della medaglia, come evidenzia lo stesso Hernandez: “In un futuro prossimo, strumenti come questi potranno aiutare il management a rilevare e fronteggiare adeguatamente la tensione emotiva dei dipendenti, garantendo un feedback personalizzato e potendo assicurare così un alto livello di benessere. Di contro, se questi strumenti venissero usati a discrezione totale del management, all’insaputa dei dipendenti, potrebbero essere potenzialmente dannosi“.

Su quest’onda di pensiero si inserisce la modifica dell’articolo quattro dello Statuto dei lavoratori, presente nel Jobs Act, la cui discussione alle Camere è calendarizzata proprio per questi giorni.

La ratio dell’articolo, risalente al 1970, era tutelare la privacy del lavoratore attraverso la determinazione delle modalità d’uso dei controlli a distanza sugli impianti e sugli strumenti di lavoro. La riforma va quindi ad aggiornare la normativa, tenendo conto dell’evoluzione tecnologica degli ultimi 45 anni. La tendenza vuol essere quella di individuare forme di controllo che contemplino le esigenze produttive dell’azienda, senza ledere la riservatezza e la dignità del lavoratore.

Verranno quindi inseriti tra gli strumenti tecnologici il computer e i diversi device che possono essere oggi utilizzati nel contesto aziendale.

Se il timore del lavoratore potrebbe essere forse quello di diventare il protagonista di 1984 di George Orwell, non andrebbero invece dimenticate le opportunità che potrebbero derivare da modalità di controllo concordate, tra datore di lavoro e dipendenti, e volte all’aumento del benessere totale del contesto aziendale.

“Ci sono contesti dove queste tecnologie potrebbero costituire davvero un valore aggiunto. L’importante è che le persone arrivino a fidarsi del device, attraverso un’informazione completa e la spiegazione dei vantaggi che ne potrebbero derivare”, conclude Hernandez.

Le ricerche di Hernandez si stanno ora concentrando su device sempre meno invasivi, alla ricerca dell’algoritmo perfetto. E che rispetti in ogni caso la privacy di ciascuno.

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