Il governo stringe sulle Popolari a un giorno dalla scadenza del decreto

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Renzi, <a href=buy Politecnico non è piccolo comune” width=”322″ height=”239″ />(di RAFFAELE RICCIARDI, order Repubblica) Il viceministro allo Sviluppo, de Vincenti: “Il governo deciderà se mettere la fiducia”. Il testo al Senato, la scadenza è domani. Becchetti: “Rischio di ricorsi alla Corte Costituzionale”. Il governo stringe sulle Popolari a un giorno dalla scadenza del decretoMILANO – Si annuncia un rush finale intenso per arrivare alla conversione del decreto su banche popolari, portabilità dei c/c, agevolazioni fiscali e agli investimenti. Un provvedimento che rivoluziona il sistema delle Popolari, portando le maggiori di esse verso la trasformazione in spa. Ma che, secondo alcuni osservatori, apre a possibili contenziosi di rango costituzionale: una spada di Damocle che potrebbe pendere sugli istituti nel prossimo futuro.

Il testo è atteso alla verifica dell’aula del Senato nella mattinata. Per il governo c’è la necessità di chiudere i lavori in tempi rapidi, visto che la ‘scadenza’ del testo è ravvicinata: mercoledì 25 marzo, domani. Anche per questo a Palazzo Chigi si è ragionato sul porre la fiducia, che troncherebbe sul nascere ogni discussione. Ieri il viceministro dello Sviluppo Economico, Claudio de Vincenti, aveva detto: “L’esecutivo deciderà domani (oggi, ndr)”, specificando che “finora la discussione in Senato è andata molto bene” e si tratterà di capire se ci sono i tempi tecnici per chiudere senza fiducia.

Dalle Commissioni Industria e Finanze del Senato, il testo era arrivato all’aula senza modifiche. In caso di cambiamenti, infatti, sarebbe necessario un ritorno alla Camera che a questo punto è impensabile.

Tutte le norme del provvedimento

Il tema caldo del documento è l’articolo 1, che riguarda le banche popolari e la riforma che dovrebbe portare le maggiori tra di loro (10 istituti sopra 8 miliardi di attivi) a diventare società per azioni. “Le trasformazioni in spa delle popolari si faranno attraverso una serie di aggregazioni, con un processo di consolidamento non è detto che poi rimanga confinato a quel solo mondo”, ha detto oggi in proposito Giuseppe Castagna, il numero uno di Bpm.

Restano forti critiche al testo, che impone la trasformazione in Spa degli istituti oltre 8 miliardi di attivi. Un portavoce della frangia contraria è Leonardo Becchetti, professore di Economia politica all’Università di Tor Vergata, primo firmatario di un manifesto per le Popolari insieme ad altri 162 economisti. Per Becchetti si aprono scenari inquietanti di ‘incostituzionalità’ del provvedimento: “Una volta a regime, un socio delle Popolari potrebbe decidere di far ricorso alla Corte Costituzionale. Lì si aprirebbe una partita difficile: già importanti giuristi riconoscono che il testo è in conflitto con la Costituzione, che prescrive alla Repubblica di riconoscere ‘la funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità'”. Insomma, il professore prefigura scenari di un blocco a posteriori del provvedimento, con tutte le possibili ricadute “sui mercati azionari e sulla stabilità delle banche”.

Nel complesso, Becchetti definisce a Repubblica.it la riforma “una decisione politica che non trova riscontri nei dati e nelle migliori prassi degli altri Paesi”. In particolare, per quanto riguarda l’abolizione del voto capitario (decade il principio ‘una testa un voto’ in assemblea), Becchetti sottolinea che “le prime 50 banche Ue con voto capitario hanno in media 122 miliardi di attivo” e sono quindi “ben oltre il parametro che l’Italia vuole introdurre”. Per di più, banche grandi e a voto capitario ci sono dovunque: in Europa si trovano in Olanda, Finlandia, Austria, Germania e Francia”.

Per il professore, “se l’obiettivo è far ripartire l’erogazione del credito, con la norma si colpisce il settore che ha garantito le performance migliori durante gli anni della crisi economica”. Più efficace sarebbe imporre la separazione tra attività di banca commerciale e d’investimento, cioè la divisione tra concessione di prestiti e attività speculativa (la cosiddetta Volcker Rule): “In Canada c’è e funziona: grazie all’importanza delle popolari quel sistema finanziario può esser considerato un modello”.

Bisogna ricordare che più volte Antitrust e Bankitalia hanno spinto per il provvedimento, in nome della contendibilità degli istituti e del loro rafforzamento patrimoniale. “Ma nel primo caso non si tratta di un valore assoluto per una banca: non è certo una virtù paragonabile alla capacità di prestare denaro a famigli e imprese”. Quanto alla preoccupazione della vigilanza di dotare le banche di assetti in grado di rafforzare rapidamente il capitale, “le Popolari hanno finora mostrato solidità e reattività, anche dopo gli stress test della Bce, paragonabili alle Spa, se non superiori”.

Obiezioni che non sembrano avere più spazio per essere accolte, visto anche il fallito tentativo (sospinto dalla minoranza Pd) di alzare da 8 a 30 miliardi il limite per imporre il cambio di definizione societaria. “Sarebbe stato più auspicabile un intervento meno ‘a gamba tesa’, come il governo sta facendo promuovendo l’autoriforma del Credito cooperativo o l’evoluzione del ruolo delle Fondazioni bancarie”. Una volta entrato in vigore il provvedimento sulle Popolari, serviranno le disposizioni attuative da parte di Bankitalia che faranno scattare i 18 mesi di tempo entro cui le popolari con asset superiori agli 8 miliardi dovranno trasformarsi in Spa. Recentemente, il direttore generale di via Nazionale, Salvatore Rossi, ha garantito che ciò avverrà in tempi “molto brevi”.

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