MILANO – Sette, try diciotto, trentaquattro. Non è un terno al lotto, ma la prospettiva di risparmi (in miliardi di euro) pronosticati dalla spending review di Carlo Cottarelli. L’esito del lavoro del commissario ai tagli, nominato da Enrico Letta, e dei dossier studiati in oltre venti tavoli di lavoro tematico, è avvolto ad oggi dal mistero.

D’altra parte, il destino dei tagli allo spesa pubblica, o meglio della revisione complessiva della gestione dei costi dello Stato, è appeso alla sopravvivenza dei governi. Commissioni e commissari hanno bisogno della massima fiducia dell’esecutivo per portare a termine il loro lavoro. E con lo scioglimento del governo Letta, sembrano essersi dissolte anche le speranze di risparmio legate alla spending review di Cottarelli, di fatto cacciato da Matteo Renzi.

Non è un caso che con la breve vita dei governi italiani, anche i buoni propositi di contenimento dei costi non fanno altro che susseguirsi. Almeno dal 2007, quando l’allora ministro dell’Economia, Tomaso Padoa Schioppa, annunciò l’ennesimo ‘Avvio del progetto di Spending Review’: “So bene – disse – che per alcuni questo può apparire un altro tentativo che segue i molti già fatti in passato, ma io ripenso a una frase di Altiero Spinelli secondo cui ‘la qualità di un’idea si rivela dalla sua capacità di rinascere dai propri insuccessi'”.

Neppure questa consapevolezza è bastata a invertire la rotta. Eppure il piano del governo Prodi era semplice, partiva dall’idea di “spendere meglio, perché vuol dire risolvere il problema dello stallo della produttività in quella parte amplissima dell’economia che è il settore pubblico”.

Non era certo più complesso quello caduto nel dimenticatoio del commissario Cottarelli, dimissionario nello scorso ottobre. Le famose “slide” con il suo piano risalgono al marzo 2014, poi solo interventi sporadici. Che fine abbiano fatto i documenti stilati dai tavoli tematici, nessuno lo sa. Nel tempo, qualcosa si è iniziato a muovere sul fronte delle partecipate, all’interno del decreto Madia sulla Pa, anche se non si è vista l’incisività richiesta dal commissario. La riduzione delle auto blu, con tanto di norma applicativa, è in vigore ma di scarso impatto, se non simbolico. L’avvio dei fabbisogni standard per i trasferimenti ai Comuni è stato fatto, ma sui risparmi della politica molto resta da fare.

Lo sa bene Massimo Bordignon, economista della Cattolica di Milano che ha coordinato il dossier sui tagli riservati ai politici, poi uscito dal radar. E sì che lì c’erano spunti concreti, a cominciare dai 260 milioni di risparmi ottenibili dai Comuni e dai 330 dalle Regioni. Misure ben più vaste della sola cancellazione delle Province, che per altro porta con sé ancora molti dubbi sulla riallocazione del personale e delle competenze. “Abbiamo lavorato in tempi rapidi”, e detto per inciso senza compensi, “per arrivare nel febbraio 2014 a presentare i nostri report”, ricorda il professore. Il cambio di governo ha però fatto saltare il banco, lasciando cadere nel nulla il previsto “aggiornamento dei tavoli nei mesi successivi, dopo la selezione del Commissario sulle proposte valide da perseguire”.

Da quel momento, l’attuazione delle indicazioni di Cottarelli è avanzata a singhiozzo, mentre si faceva via via più chiara la rottura con Palazzo Chigi. Messo il tetto ai dirigenti pubblici, il governo non si è più interessato a quello sulle pensioni, che pure era centrale nelle famose slide del Commissario (quasi 3 miliardi sarebbero arrivati in tre anni da ‘contributo temporaneò dagli assegni più grassi). In generale, l’esecutivo si è impegnato fortemente nell’attingere dai risparmi per coprire gli stanziamenti della legge di Stabilità 2015 (16,1 miliardi di minori spese sono contabilizzati tra i circa 25 miliardi di coperture), ma della selettività delle proposte di Cottarelli non se ne ha notizia.

Del grande piano di revisione di spese e centri di costo, insomma, e dei dossier realizzati negli oltre venti gruppi di lavoro tematici, poco è rimasto. Tanto che è partita una vasta campagna (foia.it) per rendere accessibili tutti i documenti dalla Pa ai cittadini, a cominciare proprio dagli atti sulla spending review. Altri che hanno seguito passo passo la vicenda, spiegano che dei 25 tavoli avviati con Cottarelli, soltanto “quattro o cinque” sono arrivati a indicazioni concrete su come affrontare un taglio razionale delle spese. Per il resto, si è trattato di livelli accademici di discussione che avrebbero necessitato ancora di tempo per diventare un piano operativo.

Quel livello di concretezza che ora a Roma, nella cabina di regia economica che ha voluto il premier Matteo Renzi, si spera di recuperare. Molto è stato scritto sui presunti attriti tra l’ex sindaco di Firenze e l’ex dirigente del Fmi, che sarebbero stati una molla determinante nella rinuncia di Cottarelli all’incarico, insieme alla volontà politica di dare meno peso alla parola “tagli”.

Negli ultimi tempi, prima del ciclone politico dell’elezione del Presidente della Repubblica, i nuovi tecnici della spending che hanno raccolto l’eredità di Cottarelli nella struttura coordinata da Palazzo Chigi, hanno lavorato a stretto contatto con il Ministero del Lavoro, fornendo supporto nella stesura del Jobs Act. Ma il lavoro della cabina di regia economica è ancora permeato di quell’aurea di “fase di rodaggio” che necessita di un’oliata e una immediata ripartenza. Anche perché solo un anno fa tutto sembrava dipendere dalla spending review, locuzione magica sparita dal vocabolario e dalla cronaca.

A chi ha fatto parte dell’epopea del commissario, come Bordignon, resta l’interrogativo sul perché si ricorra sempre a figure esterne alla Pa quando si deve metter mano alle spese: “Negli altri Paesi i consulenti hanno un ruolo, ma poi sono centrali le strutture proprie del Tesoro e dei ministeri. Anche in Italia, ci vorrebbero più competenze economico/aziendali” in quelle stanze, per far sì che a ogni dipartita di un tecnico non si debba cominciare tutto da capo.