I media hanno sbianchettato accuratamente le idee e l’intera vita politica di Pietro Ingrao, di Pierluigi Magnaschi

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ingraoÈ morto, nurse a poco più di cent’anni di età, Pietro Ingrao, esponente di punta del Partito comunista italiano. E tutti i media (scritti e trasmessi) gli hanno inventato una biografia che non è la sua, sbianchettandola accuratamente dalle sue idee più care, da lui professate a lungo, anche nel pieno della sua maturità politica. Idee non condivisibili da chi scrive ma che sono state le sue e che non possono essere estratte da lui, in un lifting imbarazzante, realizzato sulla sua vita e figura per farlo apparire per quel che non era e quindi per espropriargli la sua storia (che, come per tutti, è fatta di verità ma soprattutto di errori) e così togliere alle nuove generazioni la possibilità di capire come sono andate le cose, non nel medioevo (che pure è importante) ma nel nostro recente passato. Un periodo che, nelle teste dei nostri giovani, è ancor più opaco del medioevo, visto che non lo si studia a scuola. E quindi, quel poco che si sa, lo si apprende dalla propaganda che quasi sempre è unidirezionale.

Intendiamoci bene, non si tratta di demonizzare Ingrao e di inchiodarlo ai suoi errori. Ma bisogna non sbianchettare la sua esistenza dagli errori che Ingrao (e non certo solo lui) ha commesso, proponendo il comunismo come via di libertà, di democrazia, di crescita economica e di benessere. Il comunismo invece, ovunque abbia avuto modo di governare, negando la libertà alla gente, ha finito per costruire un mondo opposto a quello dichiarato come perseguibile con la dittatura rossa, un mondo cioè basato sull’intimidazione, sull’impossibilità di dibattito, sul divieto ai cittadini di organizzarsi politicamente e di poter votare liberamente e sull’incarcerazione nei gulag, non solo degli oppositori ma anche dei dissenzienti, perfino quelli silenziosi e addirittura supposti tali. In Urss i processi contro i dissidenti politici non erano celebrati per accertare la verità in un pubblico dibattito ma solo per irrogare pene predeterminate.

Dire le cose come sono state, non significa, ripeto, demonizzare gente come Ingrao ma impedire la ripetizione di questa sanguinosa esperienza. Non si può far finta che gli errori commessi (che pure erano così palesemente errori) non siano stati tali. In caso contrario, non si attua la doverosa bonifica intellettuale da una dittatura che, al pari di quelle non meno feroci, di segno opposto, possono rifarsi vive, illudendo le menti giovani, già eccitate, per conto loro, dal testosterone biologico che spesso alimenta quello ideologico. Questa bonifica avrebbe dovuto essere stata fatta, esplicitamente e reiteratamente (persino le scritte sui muri non vengono via da sole al primo passaggio della pulitrice; immaginarsi le idee ficcate nella testa), la bonifica dell’idea del comunismo, dicevo, andava (e deve essere) fatta dai comunisti più anziani, che si sono poi ravveduti e che invece fanno finta di guardare altrove, aiutati, in questo, dai media che tengono loro bordone, consentendogli di non guardarsi nello specchio del loro passato.

E questa mancata bonifica ideologica consente, per esempio, proprio in questi giorni, a una persona civile e genuinamente democratica, che di sicuro non farebbe male a una mosca, come il presidente della regione Piemonte, Sergio Chiamparino, di dire sui giornali, senza che nessuno eccepisca: «Sono orgoglioso di essere comunista». Come si fa a essere orgogliosi di un’idea che, per vergogna (o per marketing; che è il rovescio della vergogna), è stata lessicalmente tolta, con il plauso anche di Chiamparino, dal simbolo del partito?

Ingrao, oggi descritto come una sorta di Mahatma Gandhi ciociaro, è stato invece staliniano finché Stalin era in vita. In quei tempi, nel pieno dei suoi 35-40 anni (reso certo cieco dai suoi convincimenti – le anoressiche non si vedono grasse? Questa è un’attenuante che però non elimina i fatti), Ingrao fu sempre a fianco, senza eccepire nulla, di Palmiro Togliatti, l’uomo dell’Hotel Lux di Mosca, che avallava (e promuoveva) la pulizia della colonia dei comunisti italiani emigrati in Urss, molti dei quali, con il suo assenso, furono fatti fuori senza tanti complimenti dalla Ceka, la polizia segreta sovietica e le sue successive denominazioni. La destalinizzazione krusceviana (che aveva scodellato davanti agli occhi di tutti, e in modo documentatamente indubitabile, i delitti a milioni del regime sovietico di Stalin e dei cacicchi a lui sopravvissuti nel Cremlino) turbò Ingrao che però, dopo qualche tentennamento, si rifece subito, rientrando nell’ortodossia. Tant’è che nel 1956, quando i carri sovietici invasero l’Ungheria e spensero nel sangue la ribellione popolare e giovanile di Budapest, Ingrao (assieme a Giorgio Napolitano, un altro che adesso fa finta di niente) dalle colonne de l’Unità prese reiteratamente posizione a favore dei cingolati di un regime oppressore che schiacciava la libertà contro le ragioni degli ungheresi che avevano, per sola colpa, quella di voler decidere liberamente il loro futuro e che, per questo, andavano annientati.

Quando i tank sovietici spensero nel sangue la rivolta di Budapest, Ingrao aveva 41 anni e una lunga esperienza politica, anche internazionale, alle sue spalle. Era quindi (o avrebbe dovuto essere) nelle condizioni di capire ciò che era chiaro, a quei tempi, persino a un coltivatore diretto dell’Appennino tosco-emiliano che, analfabeta di ritorno, ma con l’occhio vispo per decifrare le cose evidenti, si era allontanato da casa solo per fare il servizio militare a Pordenone, fra i muli. Inoltre, questo asservimento alla verità del partito spinse Ingrao ad avallare anche l’espulsione dal Pci dei dissidenti del Manifesto, colpevoli solo di avere espresso idee diverse da quelle della direzione del partito, in tempi in cui il dibattito non autorizzato, era considerato un reato politico. E persino dopo l’assassinio di Aldo Moro quando anche nel Pci (a partire da Enrico Berlinguer) tutti avevano chiaramente capito come stavano realmente le cose, Ingrao riteneva che le Brigate Rosse fossero sedicenti marxiste.

Se non si ricordano queste cose, si sbianchetta a tal punto Ingrao da renderlo irriconoscibile. L’Ingrao di cui si parla in paginate e paginate, non è lui. La brutta figura però non la fa lui, ma chi ha scritto le paginate.

Pierluigi Magnaschi
Direttore Italia Oggi