Processo Saipem, parla l’accusa: “Una tangente mai vista”. Il parallelismo con Tangentopoli

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LOGHI: ENI SAIPEM(di EMILIO RANDACIO, physician Repubblica) I pm Fabio De Pasquale, sovaldi sale Giordano Baggio e Isidoro Palma hanno chiesto il rinvio a giudizio di Scaroni e di una nutrita schiera di ex manager Saipem per corruzione internazionale nella requisitoria conclusa venerdì scorso nel processo per la presunta maxitangente pagata in Algeria da Saipem, con il via libera diretto dell’ex numero uno dell’Eni.
Processo Saipem, parla l’accusa: “Una tangente mai vista”. Il parallelismo con TangentopoliPer capire meglio “l’enormità della questione”, come la chiama il pm milanese, Fabio De Pasquale, basta snocciolare i numeri. “Il processo nasce su un pagamento di 197 milioni di euro di commissioni in un periodo di poco più di due anni, dal novembre 2007 al febbraio 2010, da parte della società Saipem a una società che si chiama Pearl Partners”. A volere essere estremamente sintetici, il processo per la presunta maxitangente pagata in Algeria da Saipem, con il via libera diretto dell’ex numero uno dell’Eni, Paolo Scaroni, si potrebbe anche riassumere così.

Ma De Pasquale – che insieme ai pm milanesi Giordano Baggio e Isidoro Palma – ha chiesto il rinvio a giudizio di Scaroni e di una nutrita schiera di ex manager Saipem per corruzione internazionale, nella sua requisitoria conclusa venerdì scorso, usa parole pesanti per fare capire meglio al gup Alessandra Clemente “l’enormità della questione”. Ricorda che le tangenti – mascherate come “commissioni” – servivano a portare a casa “contratti da parte di Saipem per un totale complessivo di 8 miliardi di euro”. Per l’accusa, la percentuale versata rappresenta un unicum. “Non ho conoscenza – è il ragionamento dell’accusa – di casi in cui siano state pagate commissioni di questa entità in Italia o all’estero da parte di una sola società”.

De Pasquale si spinge oltre nell’invocare il rinvio a giudizio degli imputati, sostenendo che i soldi girati intorno agli appalti in Algeria, ammontano in realtà a “400 milioni di euro di mediazioni”, e che appena arriveranno le rogatorie dal Libano, la procura depositerà le nuove contestazioni. Il magistrato fa un parallelo tra quello che – secondo la sua ricostruzione – succede oggi in Saipem-Eni, e quello che succedeva prima di Tangentopoli, “quando venne accertata un’intensa attività di pagamenti all’estero di commissioni. Questi soldi – è scritto nella trascrizione dell’udienza – “spesso finivano ai partiti politici italiani oltre che all’estero”. Dopo Mani pulite, le commissioni “tra le linee guida di Eni, erano sparite”. Mentre oggi, il processo milanese torna ad affrontare una mediazione da 200 milioni di euro “per una gara pubblica”. Secondo il pm, tutto questo è semplicemente “inconcepibile”.

Prima di chiedere al gup il rinvio a giudizio di Scaroni e altri 10 manager, l’accusa sostiene come “ci siano prove certe” per dimostrare il pagamento di tangenti da parte di Saipem. Anzi, De Pasquale sostiene ci sia una “prova regina” in questo processo. “Il denaro parla la lingua più certa fra tutte quelle che esistono. E non esiste documento più certo di un documento bancario”. Le prove raccolte dalla procura di Milano indicano il Libano come ultimo paese in cui 400 milioni di euro di commissioni sarebbero arrivati prima di essere spartiti.
In merito alle responsabilità dell’ex ad di Eni, Scaroni, De Pasquale riassume tre intercettazioni telefoniche dalle quali – sostiene – c’è la prova che era a conoscenza delle commissioni illecite algerine.