“UNA STORIA OPERAIA” DI RICCARDO RUGGERI E’ COMMOVENTE E DA’ CORAGGIO E SPERANZA

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51AO3Yn-ATL._SY344_BO1, <a href=search 204, sale 203,200_” width=”231″ height=”346″ />di Stefania Miccolis

Non pensavo che “Una storia operaia” (ed. Grantorinolibri, 2013) un libro in cui Riccardo Ruggeri parla della sua vita di operaio della Fiat, divenuto poi manager di successo (anche troppo, considerato che verrà licenziato proprio per questo – nel primo giorno di contrattazioni del titolo della New Holland alla Borsa di New York). Da Torino arri­vò nel suo ufficio di Londra un altissimo fun­zionario: «Mi notificò che, avendo 61 anni compiuti, dovevo andarmene in pensione». Ruggeri aveva formato il colosso della New Holland con la fusione di due ra­mi d’azienda virtual­mente falliti: Fiat trattori e Fiatal­lis, e Ford tractors)… Non pensavo che “una storia operaia” potesse interessarmi così tanto, e invece… È curioso, questo libro mi ha commosso e allo stesso tempo dato tanta speranza e coraggio. La commozione probabilmente per la forte presenza del padre: anche il mio è fortemente presente nella mia vita. Riccardo Ruggeri è figlio di un antifascista, di quelli che portavano orgogliosamente la fede di oro al dito sotto lo sguardo di disprezzo fascista. Mi ha colpito l’amore per la lettura del padre Carlo, quella rivista della “Rivoluzione Liberale” di Gobetti in casa, la convinzione che Gramsci e Gobetti avevano compreso cosa sarebbe accaduto in futuro (Gobetti è sempre stato presente nella mia famiglia, uno dei numi tutelari di mio padre, e di copie della Rivoluzione Liberale ne abbiamo tante); e poi la grande considerazione di Prezzolini che veniva sempre letto (in particolare Ruggeri ricorda il testo sugli “apoti”). Un padre che è stato sempre fedele ai suoi ideali e principî: passato da operaio a impiegato Fiat, viene degradato perché rifiuta la tessera del Partito nazionale fascista. Finita la guerra non vuole iscriversi al Partito comunista, opponendosi a Sulotto, all’epoca il dominus del Lingotto, e quindi di nuovo retrocesso. Diceva con orgoglio: «Noi operai, a differenza dei borghesi, abbiamo la schiena dritta e siamo ricchi di valori veri, che difendiamo comunque, senza scendere mai a compromessi». A 40 anni Carlo Ruggeri viene stroncato da una cardiopatia (come mio padre, ma venti anni più tardi) lasciando nel figlio una forte impronta e grandi insegnamenti. La frase che ricorre sempre nel libro è “Spingere la carriola, con energia, con determinazione, guardando sempre avanti, ma mai e poi mai tirarla”. È un po’ come quella frase di mio padre che tengo sempre a mente: “Solo con la tenacia e con la costanza si ottiene sempre ciò che si vuole, non bisogna mai perderla”. Nel libro Ruggeri scrive: «È come se la vita di mio padre, alla sua mor­te, fosse confluita nella mia”; ed è incredibilmente quello che penso anch’io della mia. Lui perché entrato nella Fiat come il padre, scalando poi le vette più alte, io perché ho cominciato la mia “carriera” di giornalista con un articolo-intervista alla figlia di Adriano Olivetti, (uomo che conoscevo benissimo, riecheggiava in casa anche con la sua lettera 22). La cosa ironica è pensare che se per Ruggeri la Fiat è stato tutto, per noi Olivetti è stato tutto: Ruggeri non ha una grande considerazione di Olivetti a livello manageriale, tanto che rifiuterà di lavorare per la sua azienda, perché aveva capito che “quando un’azienda sceglie di avere come direzione guida, non quella tecnica o quella commerciale, ma quella del personale, e vi mette a capo, in successione, personaggi di straordinaria cultura […], significa che ha una visione molto romantica del management”. Mentre in casa mia si ascoltava Gianni Agnelli, lo si rispettava, ma si odiavano le macchine per muoversi in strada, e si adoravano le macchine da scrivere.
“Una vita operaia” lancia messaggi molto forti: ho provato la sensazione di stare sempre dalla parte dei più deboli, ho avuto il gusto di essere contenta che dal nulla si possa ottenere tutto, ho provato la conquista, ho sentito la tenacia, la risoluzione e la realizzazione, ho sentito forte il senso della famiglia, unita, felice, quella che poi aleggia in tutto il libro e che dà la forza di andare avanti, sempre. E poi una metafora significativa: quell’essere sempre fieri di tifare il grande Torino che per gli operai “rappresentava il riscatto contro i borghesi fascisti della Juve” (e quasi mi sono sentita a disagio a pensare che invece la Juve si è sempre tifata in casa mia). Attraverso la sua vita Riccardo Ruggeri racconta un po’ la storia economica di Italia (racchiusa nella Fiat che ha condizionato vita sociale, politica ed economica italiana) partendo dagli eventi storici del fascismo e continuando poi negli anni successivi alla guerra, arrivando fino ai giorni nostri. La vita di Ruggeri è incredibile: veniva dalla portineria di Piazza Vittorio Veneto 9 a Torino, cresciuto in un luogo che emanava un “odore acre di umanità, minestrone, carbone, fiori morenti, umidità”; una scuola di vita, luogo di apprendimento e osservazione del genere umano, nelle sue varie sfaccettature materiali e di sentimento. Mi hanno colpito i racconti di “Palazzo”, i personaggi conosciuti da Riccardo Ruggeri: Vittorio Valletta, Enzo Ferrari, Carlo d’Inghilterra, Saddam Hussein, Gianni e Umberto Agnelli, Carlo e Franco De Benedetti, Franco Tatò, Cesare Romiti, Umberto Quadrino, Pier Luigi Celli e tanti altri. È stato interessante leggere le conquiste economiche dell’azienda, le uscite dalla crisi grazie all’intuito e capacità di Ruggeri e grazie a grandi teste, ai manager, che sono uomini con qualità e capacità di visione e leadership, ma anche con manie e debolezze, che hanno creduto in lui ed hanno portato avanti l’azienda. Per 20 anni è stato spostato da un ufficio all’altro (si è occupato del «personale», poi delle «risorse umane», poi è pasasto alla geometria delle organizzazioni aziendali. Diventa amministratore delegato di alcu­ne aziende del gruppo che andavano male rispondendo solo del risultato finale, perché era libero nelle scelte come fosse un vero imprenditore, e trattava le società come se fossero sue (l’Ivi, l’Industria ver­nici italiane di Milano, poi per sette anni presidente del consorzio Fiat-Oto Melara, vendendo carri armati e blindati in mezzo mondo). Un’esperienza unica per capire co­me funziona una grande azienda, altra scuola di vita dunque, una conoscenza del genere umano ad alti livelli: ha analizzato business, strategia aziendale, organizzazione; ha valutato personaggi del mondo economico. Per lui, “il più grande manager italiano del XX secolo”, come lo definì Enrico Mattei, rimarrà Valletta. Spiega che “dopo aver passato oltre quarant’anni nel mondo del management, e averne studiato a fondo i modelli organizzativi e le dinamiche”, l’azienda aveva avuto, grazie a Valletta e al nuovo direttore generale della Fiat, Gaudenzio Bono, da lui nominato, “un enorme patrimonio, sia emerso che sommerso, nessun debito, una gamma di prodotti completa e aggiornata, giganteschi investimenti in moderne tecnologie e fabbriche, una intelligente diversificazione, una immagine della Fiat superiore a quella del paese, management e quadri intermedi di altissimo valore e di assoluta fedeltà”; e tre erano i profili vincenti: “mission visionaria, mission chiara, capacità e velocità di execution, intelligenza sociale”.
Di Gianni Agnelli scrive che “con l’arrivo ai vertici iniziò per la Fiat un declino” perché “fece l’errore strategico di delegare, nei fatti, la governance alla cuscuta della finanza italiana, la Mediobanca di Enrico Cuccia”, ma dice anche che era ” un uomo normale, perdutamente innamorato di se stesso e della sua immagine”, di “innata classe e piacevole leggerezza”, con una “tipica mescolanza di arroganza e narcisismo, entrambi simpaticamente mascherati”, nel quale “albergava” un “infantile flamboyant”. Umberto Agnelli divenne un suo grande amico e consigliere, ed era secondo lui “la mente più lucida della famiglia”. Cesare Romiti lo tratterà sempre bene – “professionalmente mi diede un’ampia autonomia, mi supportò nelle decisioni più difficili, riconobbe ed apprezzò i risultati che ottenni”. Fu “un capo giusto e leale”, “un leader vero, con una grande capacità di valutare gli uomini, di motivarli, perché umanamente era un uomo ricco, molto migliore di come venne descritto, dopo, dai media o dai suoi collaboratori invidiosi”. “Non si sentì mai il nuovo Valletta, mai l’uomo del destini”,” ma “non sapeva valutare i suoi superiori”. Di Enzo Ferrari ricorda la frase premonitrice: «Lei è destinato a fare una grande carriera, in Fiat o altrove». Si potrebbe continuare a lungo su aneddoti, descrizioni, spiegazioni; è un libro affascinante e si comprende la vita nelle sue varie sfaccettature, che Ruggeri ha avuto la fortuna di provare. Molti sono gli insegnamenti che si possono ricavare, ma sta a noi poi metterli in pratica e farli fruttare, oppure farli rimanere in uno stato ideale (o con una “visione molto romantica”).

STEFANIA MICCOLIS