Ebola, ecco come si combatte con le mappe in crowdsourcing

mappe vs ebola
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mappe vs ebolaÈ proprio vero: dalle situazioni di crisi nascono spesso soluzioni profonde e vincenti. Oppure si portano a un livello superiore alcune già esistenti ma che, medicine senza l’emergenza di una specifica fase storica, non avrebbero mai fatto quel balzo.

L’altro giorno ho parlato di Ebola Deeply, il progetto di giornalismo verticale e monotematico messo in piedi dall’ex reporter diBloomberg ed Abc Lara Setrakian. OpenStreetMap è invece una celebre iniziativa che punta alla realizzazione condivisa, volontaria e dettagliata – attraverso software open source e tool programmati ad hoc come Java OpenStreetMap editor – di mappe. Meno noto è il meccanismo attivato in situazioni come, appunto, le emergenze umanitarie.

In certe zone del mondo quelle di Google semplicemente non esistono e, quando esistono, non sono sufficientemente dettagliate da essere d’aiuto a chi è coinvolto nelle emergenze: operatori umanitari, medici, cooperanti, le stesse autorità governative locali. Spesso, come rivela Co.Labs, è già tanto se risultano le strade. Ma il problema va ben oltre: mancano i nomi dei villaggi e spesso i villaggi stessi. Per non parlare delle città più grandi, punti di snodo dell’epidemia di ebola in corso.

Sierra Leone, Guinea e Liberia oggi. Come le Filippine l’anno scorso, in occasione del ciclone Haiyan. O Haiti nel 2010, col devastante terremoto che ha fatto oltre 200mila morti. Saperedove andare e cosa si troverà a destinazione è dunque un elemento fondamentale per chi lavora sul terreno, spesso senza troppo tempo per documentarsi e senza la necessaria collaborazione delle autorità locali.

D’altronde l’opera di contenimento delle pandemie fa leva esattamente sulla ricostruzione dei movimenti degli infetti e la messa in sicurezza di persone e luoghi da questi frequentati nel lasso di tempo in cui erano appunto considerati contagiosi. Difficile farlo in Africa occidentale. Così come in molti altri quadranti del pianeta.

Ecco perché, all’interno del progetto OpenStreetMap, è operativo da quattro anni un gruppo specializzato battezzato Humanitarian OpenStreetMap Team, meglio noto come Hot. È al lavoro di questidata volontari che si rivolgono sempre più, almeno in certi scenari e momenti, organizzazioni come Nazioni unite, Croce rossa e Medici senza frontiere.

È un’operazione lunga ma essenziale. Da una parte ci sono editor, in ogni angolo del mondo, che traducono in mappe i dati raccolti dalle fonti più diverse, che costituiscono appunto l’altro lato della storia: dispositivi dotati di Gps ma anche immagini satellitaridisponibili o acquistate ad hoc da enti che finanziano Hot o altri tipi d’immagini che arrivano da accordi particolari, come quello con Bing.

In questo modo, il modello di business di Google – che lascia scoperte aree ininfluenti per i suoi affari, ecco perché certe operazioni come la mappatura del deserto fanno un bel po’ ridere – viene agevolmente superato. Certo, si lavora spesso in tempi strettissimi ma a volte il livello di precisione è impressionante, proprio grazie a questo cervello collettivo messo al lavoro.

A parte villaggi, città – è accaduto con Guéckédou, in Guinea, considerata l’origine dell’epidemia, Macenta e Kissidougou – un tema sentito è quello della mappatura delle strade. “Troverai  ovviamente più casi in una città collegata da una strada – racconta Andrew Buck, un volontario che coordina il team di Humanitarian OpenStreetMap – dunque i dottori di Medici senza frontiere sapranno dove concentrare i loro sforzi per i controlli successivi e per la sensibilizzazione”.

A volte, grazie al lavoro di volontari sul posto perché i satelliti non sempre riescono a fornire questo genere d’informazioni, si riescono addirittura a indicare le condizioni del percorso: sterrato, asfaltato, sconnesso o regolare? Stesso discorso con i nomi dei villaggi (spesso ce ne sono decine simili nelle stesse zone) o dei quartieri. Tutti dati spuri, che sposati a quelli satellitari e all’orchestrazione in remoto danno vita a carte digitali senza le quali il lavoro dì emergenza di questi mesi sarebbe ancora più lento e complicato.

La prima volta a stretto contatto con la Croce rossa internazionale è stata proprio nelle Filippine. Ma le azioni di Hot sono state utili in diversi altri casi. Perfino in occasione del colpo di Stato in Malidi due anni fa.

Fino allo scorso marzo, quand’è arrivata la richiesta d’aiuto di Medici senza frontiere. Tanto per dare un dato, le tre città principali della Guinea già citate sono state mappate in meno di tre giorni. E nel giro di cinque 244 volontari avevano individuato più di 90mila edifici. Ad oggi, in tutta l’Africa occidentale, sono stati collocati al posto giusto 8 milioni di oggetti (edifici, strade, fiumi, campi e altri elementi geografici). “Se riceviamo una richiesta prioritaria siamo spesso in grado di mappare una determinata area spesso in meno di 24 ore” ha aggiunto Buck.

Come molti altri casi di utilizzo intelligente dei dati, Hot è la prova che una delle grandi ricchezze di quest’epoca sono i dati. Ma non lo sono – e in fondo non devono esserlo – solo per i colossi commerciali. Al contrario: l’integrazione fra i primi e il mondo della cooperazione dà forse la prova più tangibile della cosiddetta, spesso tanto decantata e in fondo poco studiata, intelligenza collettiva prodotta dalla Rete. Eccola.

di Simone Cosimi

Wired

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