L’innovazione riparta dai dati. Zappia (Sky): l’Italia può diventare la Hollywood del futuro

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andrea zappiaSono i dati la vera ricchezza su cui ciascun paese e ciascuna impresa devono puntare per cavalcare l’innovazione e non subirla. «Nel 2020», doctor spiega Andrea Poggi, prescription partner di Deloitte e responsabile strategy consulting, health «ogni individuo del mondo sviluppato possiederà sette device connessi a Internet.
E se dall’inizio della storia dell’uomo fino al 2009 sono stati prodotti 0,8 zettabyte di dati, dal 2009 al 2015 ne verranno prodotti 7,9, e dal 2015 al 2020, addirittura, 35». Vagonate di dati, quindi, che vanno e andranno interpretati e usati. «D’altronde l’innovazione, che è un fenomeno ineluttabile, marcia sempre più veloce: per raggiungere 50 milioni di utenti, il telefono ci ha messo 75 anni, Facebook ha impiegato 3 anni e mezzo, al giochino Angry birds sono bastati 22 giorni». L’innovazione, tuttavia, pur essendo l’unica leva in grado di creare occupazione, non significa di per sé occupazione. «Instagram, per fare un esempio, ha 30 milioni di clienti», dice Poggi, «è stata comprata da Facebook per un miliardo di dollari, ma ha solo 13 dipendenti». Un conto è fare innovazione di processo, che in sostanza riduce la manodopera, un conto è innovare anche i prodotti: «Per ogni occupato in più nella Silicon Valley si creano cinque posti di lavoro nell’indotto tradizionale.
Per la manifattura, invece, il rapporto è di 1 a 1,6». Governare l’innovazione è però la cosa più complicata che esista. Ma guardando alle zone in cui questo è accaduto, ecco gli ingredienti della ricetta: promozione della cultura, investimenti in ricerca e sviluppo, incentivi fiscali, collegamento tra scuola e lavoro in modo che «chi esce dal sistema scuola abbia studiato quello che serve al mondo delle imprese».
Innovare significa rischiare e, quindi, pure accettare le sconfitte. «Spesso ci riempiamo la bocca dicendo che il 40% del Pil degli Stati Uniti è prodotto oggi da aziende che trent’anni fa non esistevano. Però ricordiamo che il 25% delle start-up muore entro un anno di vita. E che di quelle che sopravvivono», aggiunge Poggi, «la metà scompare entro tre anni».
Nel corso dello Strategy council organizzato ieri da Deloitte a Milano, si è persa l’occasione di un croccante duello tra il direttore del Corriere della Sera, Ferruccio de Bortoli, chiamato tra i relatori, e il presidente del consiglio Matteo Renzi, assente all’ultimo momento per sopraggiunti impegni e duramente attaccato, nei giorni scorsi, sulle pagine del quotidiano milanese.
Il direttore di via Solferino, comunque, dopo aver definito «coraggiosa e ambiziosa la legge di stabilità approvata», ha cercato di raccontare il suo punto di vista su innovazione e occupazione. «È giusto essere contenti per le start-up. Ma quando sento parlare di questi argomenti noto sempre una certa retorica nuovista che ha un sapore poco piacevole.
In generale, secondo me, quando si affronta l’argomento innovazione si tende a parlare di cose troppo micro, di piccole iniziative. E invece non deve essere così. Anzi, bisogna favorire lo sviluppo delle imprese più grandi, lasciando anche un po’ da parte tutti i vincoli antitrust. Si cita spesso la Silicon Valley come luogo virtuoso dell’innovazione. Una esperienza bellissima», prosegue de Bortoli, «che però non è stata solo figlia delle intuizioni e del libero mercato, come narrano le leggende. No, l’impulso di sistema è arrivato dallo stato, dalle forniture pubbliche, civili e militari. L’Europa vieta gli aiuti di stato alle imprese, pratica invece diffusissima negli Stati Uniti. Le over the top, tutte statunitensi, usano in Europa stratagemmi alla double Irish per non pagare le tasse. Insomma, ci sono tante cose da fare per aiutare l’innovazione pure nel Vecchio continente e in Italia. Una su tutte: investire nell’istruzione. Il maestro elementare aveva un ruolo centrale nella società italiana degli anni 50 e 60. Ora non è più così. Inoltre da noi evitiamo sempre i rischi, una pratica tipica di un paese cattolico. Ma questo è sbagliato, il rischio deve diventare una attitudine. Nella sola Milano la Ue finanzia oltre 240 progetti internazionali sviluppati dalle otto università. C’è una densità scientifica uguale a quella della Silicon Valley. Poi, però, tutto questo lavoro non si traduce in brevetti. Perché nessuno fa investimenti, nessuno rischia e finanzia. E le idee e i progetti emigrano all’estero».
Sull’importanza dei dati si sofferma pure Francesco Caio, ceo di Poste italiane: «Nel mondo dell’innovazione la materia prima è rappresentata dai dati. E di dati, vagonate di dati, è ricca pure l’Italia. Dati che noi regaliamo tutti i giorni agli over the top. L’Italia sarebbe il paese del turismo. Ma se guardiamo alle società internazionali quotate in borsa e che operano nel settore alberghiero, nessuna di queste è proprietaria neanche di una camera di albergo. Semplicemente intermediano, e portano via il 20-25% a chi le stanze le possiede veramente. Allora bisogna anche tornare a dare un valore alle cose. E l’informazione, di cui noi tutti siamo produttori ogni giorno, ha un valore pazzesco. Quanto alla innovazione», commenta Caio, «parlo della mia passata esperienza in Agenda digitale: in Italia la pubblica amministrazione investe circa 6-7 miliardi di euro all’anno per la cosiddetta digitalizzazione. Sono tantissimi soldi, nella gran parte spesi in informatica obsoleta, che non serve. Digitalizzano documenti che poi vengono ristampati, ritimbrati, ricatalogati, riarchiviati. E poi, magari, scannerizzati per essere spediti ad altre amministrazioni. Con processi a dir poco vittoriani».
Ci sono però speranze di ripresa. Almeno secondo Andrea Zappia, a.d. di Sky Italia. «È appena uscita la notizia che Hbo lancerà un sistema concorrente a Netflix. Hbo innova, ma lo fa a partire dai contenuti che produce. Sento spesso dire che si attende lo sbarco di Netflix in Italia. Ma servizi uguali a Netflix in Italia ci sono già, almeno quattro operatori hanno offerte del tutto simili. Perciò l’Italia, secondo me, potrebbe essere la Hollywood del futuro: produciamo tantissimi contenuti, i device digitali sono diffusissimi, e la gente passa molto tempo connessa, molto di più che in tanti paesi europei. Con un investimento in infrastrutture come la fibra ottica tutto il sistema potrebbe ripartire».

di Claudio Plazzotta

Italia Oggi

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