Una brava canaglia

carlo tavecchio
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carlo tavecchioDimesso, pills stuff poco glamour e sgobbone. Ecco perché lo spernacchiatissimo Tavecchio può cambiare il calcio

Giovedì sera, la partita amichevole contro l’Olanda a Bari segna la sua prima ufficiale accanto alla Nazionale. Per l’occasione, si fa intervistare nell’intervallo sul prato dello stadio San Nicola. Sta quasi sulle punte dei piedi per arrivare almeno alla spalla del pur prono interlocutore. Parla con le mani in tasca, ha un’elocuzione incerta, a tratti incespica. Gongola perché Sepp Blatter, patron del calcio mondiale, si è congratulato per la sua elezione a presidente federale, a conferma dell’importanza della Federazione italiana. Sembra commosso. Ha l’approccio dimesso, non sprizza la vivida arguzia di un Danny DeVito cui pure somiglia un po’. Non è glamour. E’ agli antipodi del suo dirimpettaio al Coni, quel Giovanni Malagò che per dirla con Cesare Lanza è al centro di una leggenda che si arricchisce giorno dopo giorno e in cui c’è tutto quello che può rendere invidiabile un maschio adulto italiano. Carlo Tavecchio non è ricco, non è disinvolto, non nasce nel cuore bene della capitale, è figlio della grassa terra di Brianza: lui non lo invidia nessuno.
Anzi non gli si perdona nulla. Gli studi di ragioneria, il lavoro in banca, i diciannove anni da sindaco di Ponte Lambro, il comune dove è nato, i sedici alla testa della Pontelambrese, i quattordici a capo della Lega nazionale dilettanti: un mondo intimamente democristiano, popolato da boiardi dalla lenta scalata che il tempo lo misurano a periodi, lunghi molto lunghi. Non gli si perdonano le condanne, più che altro reati connessi alle funzioni che ha esercitato e che sembrano materiali per sceneggiature dei Vanzina, falsità in titolo di credito continuata in concorso, evasione Iva, omissioni in denunce obbligatorie, mancato versamento di ritenute previdenziali e assicurative, violazione norme anti inquinamento: una pena totale di un anno e quattro mesi, niente, eppure ha messo in agitazione un esponente Pdl che dovrebbe essere abituato a sentire ben altra musica. Non gli perdonano nemmeno le multe dunque, figurarsi gli svarioni semantici. Renzo Ulivieri, che è un ex rifondarolo e in seno alla Federazione rappresenta l’Associazione degli allenatori, dice un giorno che Tavecchio aveva l’intenzione di promuovere il calcio femminile con lo slogan “spogliati e gioca”, che detto fra noi è pure carino. Tavecchio va a “Report” e si difende, ovviamente male: “Noi siamo qui protesi a dare dignità anche sotto l’aspetto estetico della donna nel calcio, perché finora si riteneva che la donna fosse un soggetto handicappato rispetto al maschio sulla resistenza, sul tempo, sull’essere anche atleti. Invece abbiamo riscontrato che sono molto simili”.
L’esternazione passò inosservata o quasi, anche perché due figure importanti del calcio femminile lo difesero a spada tratta. Ma rivenne subito a galla qualche mese dopo, quando aggiunse il carico da undici su un altro argomento sensibile: “Le questioni di accoglienza sono una cosa, quelle del gioco un’altra. L’Inghilterra individua dei soggetti che entrano se hanno professionalità per farli giocare, noi invece diciamo di Opti Poba che è venuto qua, che prima mangiava le banane, adesso gioca titolare nella Lazio e va bene così, in Inghilterra deve dimostrare il suo curriculum, il suo pedigree”.
La reazione più blanda è stranamente sul web di uno che se la prende con l’uso improprio del termine pedigree, i cani corrono dietro la palla ma non giocano al calcio. Ovunque e per ogni dove furono alti lai: razzista, inqualificabile, indecente, inadeguato, volgare, ignorante, arretrato culturalmente, improponibile come presidente, vergogna nazionale, che si ritiri o che venga sconfitto dalle urne, rottamatelo e rinnoviamo il calcio subito, non c’è tempo da perdere, cacciamo questi che stanno attaccati alle poltrone da mezzo secolo, cancelliamo le escrescenze senili della Prima Repubblica. Il caravanserraglio dei fiutatori di sangue, degli impiccatori del reprobo a due esotiche parole tronche è lungo: Renzi e Del Rio, Agnelli e Della Valle, Annunziata e Severgnini e Serra e Merlo e Concita e Gruber e Lerner e D’Amico e Caressa e Mauro e Vialli.
Risultato? Tavecchio stravince la corsa alla presidenza, il 63 per cento dei voti. Il giovane Demetrio Albertini presentato come alfiere del rinnovamento, chissà perché poi visto che da anni è un alto dirigente della stessa Federazione, rimedia una sonora tangherata sui denti. Zamparini, presidente del Palermo e tavecchiano di ferro, poco prima aveva riassunto così l’aria che tirava nel suo mondo: niente bimbiminkia sorti dal nulla a dirigere il calcio.
Se l’Italia è scombinata e malata, il suo calcio lo è ancora di più, lo hanno dimostrato i risultati. E’ da sempre l’intreccio di cose nobili e meno, di frustrazioni e rancori di massa e di vanità individuali, di angelici mecenati e vispi delinquenti, si nutre e vive di interessi corporativi per lo più opachi: è insomma ben lontano dalle congregazioni delle persone perbene e dai talk-show in punta di forchetta, il galateo il calcio se lo mette dove è giusto che stia. L’Opti Poba appunto è pensiero largamente condiviso, sarà volgare, di certo non è razzista. A nessuno sarebbe venuto in mente di dire che Bruno Corbucci, a cui si deve la magistrale invettiva contro tutti i nord, “aho quando voi stavate ancora sugli alberi noi a Roma eravamo già froci”, fosse omofobo.
Lo hanno attaccato persino sull’erba artificiale che pure ha portato per primo in Italia, insinuando il sospetto di conflitto d’interesse perché la sola società che fa la certificazione dei campi appartiene al figlio di un consulente della Lega. Ora che è presidente cercano di screditarlo: è un eterodiretto, è Lotito il vero capo, l’ha messo in sella e ora si gode il trionfo, non vedi che faccia felice che ha il presidente della Lazio. Francamente non si capisce perché uno che ha mostrato di avere una base di potere personale enorme, che ha fatto della Lega dei dilettanti una potenza con settecentomila tesserati e un miliardo di euro nel bilancio della Federazione, che può contare anche su alleati solidi e di lungo corso, perché mai dovrebbe cercare più che amicizia e sostegno in un presidente di club abile certo ma sempre alla ricerca di pizza e fichi per colazione?
E poi qualcuno che dice “sì, ho 71 anni e allora? Ho ancora voglia di darmi da fare, cosa devo fare, ammazzarmi?” per forza deve avere qualcosa di buono.
E i primi passi lo confermano. Persino Andrea Agnelli, suo oppositore principe, sembra aver voluto fare un simbolico passo indietro nominandolo per l’Ice Bucket Challenge, la catena di secchiate di ghiaccio che ci ha afflitto per tutta l’estate. Antonio Conte è il nuovo commissario tecnico al posto del dimissionario Prandelli, partito dal Brasile e sbarcato direttamente a Istanbul senza nemmeno dare conto del suo poco commendevole fallimento, anche se a onore del vero ci sarebbe stato assai poco da dire. Quella dell’ex juventino è sembrata una scelta obbligata, ma non è così. Opinionisti autorevoli, fra i quali Gianni Mura di Repubblica, hanno detto che sarebbe stato “l’uomo sbagliato al posto sbagliato”.
Vero è che Conte è un grande rompicoglioni, stressa i calciatori tenendoli tutti i giorni al guinzaglio corto fino allo sfinimento, per questo eccelle e produce risultati incredibili in un club in cui è dominus incontrastato e può tenere costantemente d’occhio il pollaio, mentre alla guida della Nazionale i calciatori quando va bene li vede una settimana ogni tre mesi, il buon ct dovrebbe essere quindi un bravo selezionatore in grado di scegliere la rosa migliore anche stando in disparte, lontano.
Appena eletto Tavecchio fa lo gnorri, dice di non conoscere Conte e nemmeno l’altro, quello di Jesi, come si chiama… sì Mancini e di non conoscere nemmeno Guidolin, ma poi tira dritto e va spedito. Ci mette anche un pizzico di colore, di buona comunicazione, “Conte è rock”, e destrezza finanziaria: riesce a far pagare da uno sponsor, la Puma, la differenza tra quello che la Federazione poteva dare e quello che Conte pretendeva, legittimamente, dato che in una società di mercato non c’è altra misura del valore di una persona che la sua remunerazione. In poco tempo Conte è diventato quasi più simpatico, o meno antipatico, anche agli occhi dei non juventini che poi sono la maggioranza dei tifosi italiani. Ha perso un po’ di iattanza, non usa più quel suo tono lamentoso, persino l’acconciatura sembra aver trovato qualche riflesso naturale. E poi da quando ha spazzato via l’equivoco etico, nocciolo duro della mala ideologia di Prandelli e da lui stesso aggirato e violato a sua guisa, da quando insomma Conte ha avuto il coraggio di dire “l’etica c’est moi”, non possiamo non dirci definitivamente contiani. La nomina a team manager della Nazionale di Lele Oriali, ex campione del mondo del 1982 e benché artefice di tanti successi nerazzurri incomprensibilmente lasciato da Massimo Moratti a ciondolare in un angolo, conferma la giustezza della strategia di Tavecchio: per cambiare il calcio, più che i giovani servono i migliori.
E serve buon senso e niente ideologia, che è sempre perniciosa. L’esatto contrario di quella cultura da cui è nata la discriminazione territoriale, reato costruito ad hoc contro le curve che insultino gli avversari tirando in ballo la loro collocazione geografica. Nel paese dei mille campanili dunque, gridare ” Vesuvio pensaci tu” o “Giulietta è ’na zoccola”, storici esempi di creatività curvaiola, sarebbe reato punibile con la chiusura di parti dello stadio. In punto di diritto ricorda il concorso esterno in associazione mafiosa, grimaldello da usare contro la zona grigia che non è proprio il massimo della civiltà giuridica. Tavecchio intende abrogarla, il contrasto al razzismo è troppo serio per affidarlo agli spottoni della Uefa e della Fifa e a chi se lo può permettere ricordo una cara amica giornalista del Nouvel Obs che mai si perdeva una marcia contro il razzismo e intanto prendeva casa in un quartiere più chic e più tranquillo perché “non metissé”.
Evidentemente il senso della svolta del neopresidente deve essere sfuggito a quelli che abitualmente non frequentano gli stadi e che sono la stragrande maggioranza dei nostri intellettuali e fini pensatori. Sennò il naturale sarebbe tornato al galoppo.
Insomma non è poi così male questo Tavecchio che si è presentato con un programma in diciassette pagine, firmate diligentemente una a una come se fosse a scuola e avesse paura che glielo copiassero, ma forse è questa la regola in una Federazione dove, come si sa, si fa a fidarsi.
Mentre aspettiamo ancora le linee guida della rivoluzione che il pariolino di rovo e di voliera ha annunciato per lo sport tutto, il campestre, ruspante Tavecchio avanza con il rumore sicuro del diesel. Aprirà diciannove centri federali, uno in ogni regione, dove convogliare la meglio gioventù italica e formarla adeguatamente alla nobile arte del calcio. Impiegherà una folta schiera di preparatori e allenatori competenti e decentemente pagati. Soprattutto vuole fare quello che ancora non è riuscito a Matteo Renzi in materia di municipalizzate: una bella potatura alle società del calcio professionistico che sono decisamente troppe.
La cultura democristiana e la formazione da Prima Repubblica lasciano poi sperare che saprà resistere al canto delle sirene, liberandoci dall’ossessione del cosiddetto modello tedesco che corre sulla bocca e fra i piedi di tutti, a maggior ragione dopo la loro vittoria al Mondiale 2014. Cultura sportiva, educazione del popolo e giovani come se piovesse: altro non è che l’estensione grazie ai soldi del modello culturale e sportivo della Germania di ieri, quella di Honecker però, la Ddr detta ai miei tempi la Repubblica di Pankow.
L’Italia di oggi non ha soldi pubblici da usare o ne ha molto pochi. La cultura e la disciplina della falange, della divisione corazzata, del muoversi tutti insieme, questo nemmeno abbiamo, né oggi né ieri. Per rinascere non abbiamo bisogno né di somo reale né di socialdemocrazia, semmai di un po’ di maoismo, che cento fiori sboccino e crescano in autonomia e competizione, che le società professionistiche, per l’appunto opportunamente sfoltite, siano messe nelle condizioni migliori per operare, da un regime fiscale privilegiato alla possibilità di costruire ovunque stadi di proprietà dove si possa finalmente vedere una partita di calcio come Dio comanda, con la presenza e il calore della folla perché non c’è spettacolo né piacere a vederla attraverso un cannocchiale a rovescio, come l’altra sera allo stadio di Bari.
Che siano costruiti finalmente campi di erba naturale o sintetica che consentano ai calciatori di giocare senza eccessivi rischi per la loro incolumità.
Finché fare uno stadio in Italia sarà impresa titanica, nessun rinnovamento del calcio sarà possibile. C’è riuscita e celermente la Juventus sfruttando l’indubbia influenza che la Fiat e la famiglia Agnelli esercitano sui processi di decisione locali.
A Roma ci sta provando James Pallotta, rischia di fare la fine del marziano di Ennio Flaiano. E’ venuto da un altro mondo, ha portato investimenti e intelligenza manageriale, con ottimi collaboratori ha costruito una squadra che è le sette bellezze, ora vorrebbe un nuovo stadio a uso esclusivo del club, per altro il progetto è assai bello. E subito un prefetto anziché tacere e lavorare alla soluzione dei problemi, come sarebbe suo dovere, grida dai tetti che quello stadio non si farà mai se non alle sue condizioni. Presidente Carlo Tavecchio, come si dice prefetto in tedesco?

Il Foglio

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