L’elezione del Presidente degli Stati Uniti d’America

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Brevi annotazioni generali e una ‘ipotesi di scuola’ in merito con riferimenti alla non certo ordinaria contingenza

(di Mauro della Porta Raffo, Presidente onorario della fondazione Italia USA) Il Presidente degli Stati Uniti d’America non viene eletto direttamente dai cittadini aventi diritto, i quali, invece, dal 1848 (in precedenza, dal 1792 – essendo le Presidenziali datate 1788/89 da questo punto di vista anomale – e fino al 1844 compreso si votava per oltre un mese), scelgono Stato per Stato “il primo martedì dopo il primo lunedì di novembre dell’anno coincidente con il bisestile” i cosiddetti Grandi Elettori (in Americano – secondo Oscar Wilde una lingua diversa dall’Inglese – ‘Electors’ con l’iniziale maiuscola per distinguerli dai normali ‘electors’) il cui numero complessivo è oggi di cinquecentotrentotto (538).

Riuniti formalmente dipoi “il primo lunedì dopo il secondo mercoledì del successivo dicembre” nel Collegio da loro formato, i predetti Grandi Elettori effettivamente nominano il Presidente. 

È pertanto quella del Capo dello Stato USA una ‘elezione di secondo grado’, la cui certificazione inoltre dipende dalla definitiva ‘consacrazione’ dell’intero iter da parte del Congresso nei primi giorni del gennaio del seguente anno (a).

Essendo ai nostri giorni i citati Delegati Nazionali cinquecentotrentotto (538) – pari alla somma degli attuali Congressisti, cinquecentotrentacinque (535): cento (100) Senatori e quattrocentotrentacinque (435) i Rappresentanti, più i tre (3), riservati al District of Columbia – la maggioranza da raggiungere nell’assise è ovviamente al minimo di duecentosettanta (270).

Nel corrente 2020, conseguentemente a quanto sopra detto, si vota per i Grandi Elettori il 3 novembre e la riunione del Collegio è fissata al 14 del mese a venire.

Naturalmente, al termine dello scrutinio dei voti espressi nei seggi il giorno elettorale, salvo casi eccezionali (accadde l’ultima volta nel 2000, ma si veda quanto sotto vergato), si può affermare che l’uno o l’altro candidato abbia vinto, ancorché formalmente non sia così.

L’eletto entra in carica a mezzogiorno del successivo 20 gennaio, allorquando, durante la cerimonia dell’Insediamento, giura sulla Bibbia (o presta la propria parola d’onore) nelle mani del Presidente della Corte Suprema.

Quest’anno, essendo soprattutto a causa dell’epidemia in corso, molto più numerosi, laddove possibile (non tutti gli Stati li consentono), i voti cosiddetti ‘anticipati’ e quelli postali (che in alcuni casi e per esempio in Pennsylvania possono pervenire fino a tre giorni dopo il 3 novembre allungando gli spogli), con ogni probabilità e salvo una elezione ‘a valanga’, sarà molto difficile affermare qualcosa di definitivo in relazione al vincente e possibili, probabili o perfino certe, molte contestazioni e numerosissimi ricorsi (visto altresì che i repubblicani ritengono proprio in questo ambito attuabili varie frodi elettorali) che quasi certamente coinvolgeranno la Corte Suprema.

E’ da questa importantissima prospettata evenienza che ben si comprende la ragione dell’urgenza – peraltro, nel pieno rispetto della norma – con la quale il competente Senato sta procedendo alla ratifica della designazione da parte di Donald Trump di Amy Coney Barrett, considerata conservatrice e soprattutto, nella interpretazione delledisposizioni, ‘originalista’ (essendo legata alla legge scritta quale è non alle sue interpretazioni ‘evolutive’) e in grado di volgere in quella direzione la maggioranza (ora ‘ballerina’ per via del fatto che il Chief John Roberts di sovente si esprime, diciamo così, liberamente), quale membro dell’alto consesso.

  1. Premesso che i Padri della Patria così deliberarono perché non si fidavano assolutamente dei normali ‘electors’ (con la e minuscola, non per niente) e che Alexander Hamilton riteneva che il voto dovesse essere limitato a pochissimi, può avvenire (ed accadde per la prima fra poco citata evenienza nel 1800 e per la seconda nel 1824) che per una qualche ragione (pareggio tra i candidati
  1. possibile per quanto davvero improbabile eventualmente risultando oggi duecentosessantanove, 269, a testa gli ‘Electors’ – o più contendenti in grado di conquistare Stati) nessuno raggiunga nel Collegio la maggioranza assoluta dei Delegati Nazionali alla bisogna eletti.

Nel caso, il XII Emendamento del 1804 (va qui sottolineato che la norma costituzionale allora consolidata per l’elezione dell’inquilino della Executive Mansion non ha più subito variazioni altre essendo – e partitiche – le regole relative alla designazione dei candidati attraverso Caucus, Primarie e Convention) prevede che la nomina sia di competenza della House of Representatives.

La votazione avverrà ‘per Stati’ valendo pertanto, per fare un esempio, la California e il Wyoming – lo Stato più popoloso e dotato per questo del maggior numero di Grandi Elettori: cinquantacinque (55), e il meno popolato capace di eleggere (non da solo, con altri nelle medesime condizioni) il minor numero degli stessi: tre (3) – entrambi uno.

Questo significa che prevarrebbe il candidato il cui partito controlli la maggioranza dei Representatives nelle varie Delegazioni statali.

Potrebbe pertanto risultare Capo dello Stato del tutto correttamente, nella ipotesi di più candidati in corsa (come avvenne nel citato 1824 quando John Quincy Adams, secondo dietro Andrew Jackson tra quattro concorrenti, gli fu preferito), addirittura un aspirante alla carica che abbia preso meno voti popolari e meno Delegati di un altro.

E’ anche possibile – e la cosa si verificò nel 1836 – che nessuno tra i candidati Vice raggiunga il previsto quorum.

Nell’ipotesi, sarà (e fu) il Senato a provvedere.

I Laticlavi, differentemente dai Rappresentanti, esprimono personalmente il suffragio.

E’ la procedura camerale ora descritta una necessaria conseguenza della origine federale degli USA.

Contano alla fine ogni volta sia necessaria una ‘definizione’ i singoli Stati.

La questione è determinante (ed assai poco comprensibile in differenti contesti) in particolare nelle circostanze nelle quali il vincitore a livello nazionale per suffragi popolari (è accaduto nel 1876, nel 1888, nel 2000 e nel 2016) perda in sede di Collegio dei Grandi Elettori.

Fatto è che (tranne che nel Maine e in Nebraska – essendo la legge locale quella definente, la determinazione in merito è delle singole realtà) gli ‘Electors’ Stato per Stato sono attribuiti al candidato che vince colà anche solo di un voto non avendo rilievo alcuno (Hillary Clinton nel 2016 ‘sprecò’ milioni di preferenze in California laddove bastava prendesse il sopra detto unico voto in più) il margine.

Post scriptum. Una ‘divertente’ (???) ipotesi di scuola infine a proposito del voto prossimo novembrino con riferimento a quanto ora vergato. Supponiamo che sul serio Donald Trump e Joe Biden concludano alla pari in sede di Collegio (o perché effettivamente il risultato del giorno delle votazioni così abbia concluso o per, possibili tra i Delegati di alcuni Stati, cambi di opinione o schieramento). Dato che il Presidente sarebbe nominato dalla Camera (nella maniera illustrata) e il Vice dal Senato, potrebbe risultare confermato a White House Trump avendo però al proprio fianco Kamala Harris!

*I testi sono stati vergati in Varese nel giorno dedicato dalla Chiesa Cattolica a San Berengario Aleman de Bellpuig, Mercedario, nell’anno della pandemia 2020.

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