Il Corriere, il Fai e le mille battaglie di Giulia Maria Crespi

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«A te non è mai mancata la coda?», chiese un giorno a bruciapelo Giulia Maria Crespi a Marco Magnifico che sarebbe diventato uno dei suoi primi collaboratori e amici. E quello, scoppiando a ridere: «Perché? A te manca?» «Certe volte sì. Ogni tanto vorrei poter scodinzolare per mostrare che sono contenta». Raramente, si capisce. Perché nei suoi novantasette anni di vita intensissima finiti la scorsa notte tra le lacrime dei sette nipoti, la fondatrice del Fai tutto ha fatto meno che scodinzolare. Tanto più davanti agli uomini di potere. Nata a Merate, a sud di Lecco, nella primavera del 1923, destinata ad esser l’unica erede di una ricchissima famiglia di cotonieri proprietaria del Corriere della Sera , fu tirata su dal padre Aldo come una regina d’altri tempi. Solo tate, maestri, precettori privati. Di francese, tedesco, inglese. «Non andavo a scuola, agli inizi dovevo soltanto andarci a fine anno per gli esami e dopo le elementari non più…», avrebbe raccontato nel libro«Il mio filo rosso: Il “Corriere” e altre storie della mia vita», edito nel 2015 da Einaudi. La prima volta entrò col batticuore nella scuola di via Spiga «con un vestitino di seta rosa in netto contrasto con tutta la classe dal rituale grembiulino bianco! Ero morta di vergogna e venivo guardata come una bestia rara». Legatissima alla storica dell’arte Fernanda Wittgens («bionda, possente e bella come una Brunilde wagneriana») scelta come istitutrice dai genitori e destinata a diventare la prima donna direttrice della Pinacoteca di Brera, appassionata lettrice e frequentatrice di musei, weekend indimenticabili nella tenuta sul Ticino della Zelata che via via negli anni farà diventare tra le prime aziende agricole biodinamiche d’Europa, estati a Forte dei Marmi e inverni sciistici sulle piste del Sestriere in compagnia dei rampolli di casa Agnelli, quella che dai nemici (parecchi) sarà soprannominata la Zarina del Corriere, ricorderà gli anni del fascismo e della rimozione di Luigi Albertini solo attraverso i racconti del padre: «A un certo punto ci arrivò un ultimatum di Farinacci che ci ingiungeva di allontanare Albertini dalla direzione del giornale entro otto giorni. Se ciò non fosse avvenuto Farinacci minacciava di intervenire con le sue milizie per lanciare due bombe su via Solferino e distruggere il Corriere».

Impugnate le redini del quotidiano come accomandataria a metà degli anni Sessanta dopo la morte degli zii Mario e Vittorio e la malattia del padre, Giulia Maria aveva allora una quarantina di anni, era stata segnata dal dolore della morte in un incidente del primo marito Marco Paravicini dal quale ancora non sapeva di attendere due gemelli, Luca e Aldo (il quale morirà in un altro incidente stradale a metà maggio del 2020) e probabilmente non aveva l’esperienza necessaria per reggere un ruolo così difficile. Sostituito nel ’68 Alfio Russo con Giovanni Spadolini («Colto, facondo, pieno di vita, svolazzava, malgrado il peso, come una libellula tra i pensieri e le cose», dirà ad Antonio Gnoli) cambiò presto opinione: «Scoprii improvvisamente il suo lato vanitoso, prolisso, ossequioso al potere». E fu così che nel 1972 decise di affidare la direzione a Pietro Ottone dando al Corriere, tra mille polemiche che avrebbe pagato carissime, una svolta culturale e politica che Indro Montanelli liquiderà come un episodio «autoritario, prepotente e guatemalteco». L’episodio scatenante fu un’intervista del Gran Toscano a Cesare Lanza: «Non esiste un contrasto personale fra Piero Ottone e me e siamo anzi in ottimi rapporti. C’è piuttosto un’impostazione del Corriere del tutto diversa da quella che è la tradizione del giornale… Non discuto la linea politica del Corriere attuale (anche perché non capisco di che linea si tratti: nella stessa pagina c’è tutto e il contrario di tutto). Non discuto la fattura, il giornale è tecnicamente buono, più sveglio di prima. Quello che discuto è lo stile. Disordinato, tumultuoso, terribilmente demagogico…» Seguiva una sorta di preavviso: avrebbe fondato un suo giornale. Troppo. Giulia Maria era allora in vacanza nel suo stupendo e poverissimo stazzo in Sardegna dove per scelta di vita (e per spirito d’adattamento del secondo marito, l’architetto Guglielmo Mozzoni) non aveva elettricità, caloriferi, telefono: «Una mattina dal centro telefonico di Palau venni avvertita di telefonare con estrema urgenza a Piero Ottone. Con estrema velocità mi recai al telefono pubblico di Palau. Ottone mi comunicò la sua decisione di licenziare Montanelli dopo aver letto quelle frasi secondo lui ingiustificabili. Io presi subito la nave e tornai a Milano. Personalmente ero dubitosa su questo provvedimento».

Anni dopo avrebbe confidato che certo, era stato un peccato perdere uno come Montanelli. Quando diceva «nella mia vita ho commesso un sacco di sbagli» si riferiva anche a questo. Continuava tuttavia a ripetere di non aver mai capito bene perché fosse andata così. Certo i rapporti non si ricucirono mai più. Lo stesso Montanelli però, due mesi prima di morire, nel maggio 2001, ribadendo nella sua Stanza le accuse alla Crespi di aver voluto gestire la linea del giornale di persona orientandola «secondo i suoi gusti politici, che non erano precisamente quelli tradizionali, cioè d’ispirazione liberale. Essa s’ispirava invece al “nuovo corso” della contestazione sessantottina che incontrava larghe simpatie nei salotti della borghesia radicalchic milanese di cui ella stessa era esponente, anzi una bandiera», spiegava però a una lettrice, Alice Zanuso: «Questa, ti ripeto, è la vicenda vista dalla mia angolatura, di cui hai non il diritto, ma il dovere di diffidare…» Certo è che quella rottura fu fatta pesare su Giulia Maria Crespi fino in fondo. Al punto di spingerla nel 1974 a cedere il Corriere («il “mio” Corriere ») prima a Gianni Agnelli e Angelo Moratti, poi ad Andrea e Angelo Rizzoli. Una vicenda vissuta come un tradimento del vecchio amico di Forte dei Marmi e del Sestriere: «In nome di questi ricordi gli chiedo di scrivermi una lettera autografa in cui mi promette di rimanere al Corriere, lui personalmente, per cinque anni e di versare subito i cinque miliardi di lire come nell’accordo pattuito. Vedo ancora Gianni sedersi senza battere ciglio a quella mia scrivania stile Luigi XVI, prendere un foglio e scrivere questa lettera: «Cara Giulia Maria ti do la mia parola di uomo d’onore…» Eppure, quell’uscita per lei così traumatica da un mondo che amava («La verità è che mi consideravano una pazza, una irresponsabile, una comunista. Misero in giro la falsa voce che fossi diventata l’amante di Mario Capanna!») fu per lei l’occasione di dare il meglio di sé stessa. Fondando nel 1975 con Renato Bazzoni quel Fondo Ambiente Italiano nel quale avrebbe riversato per oltre quarant’anni tutto l’entusiasmo e la forza di volontà dedicati alla salvaguardia del paesaggio, dell’ambiente, del patrimonio culturale dell’Italia. Un amore totale. Appreso «in particolare da Antonio Cederna». E portato avanti, scrive oggi il presidente Andrea Carandini, con «una creatività inesauribile, una riluttanza per i compromessi, una passione per il dialogo, una singolare unità di ideali e concretezza…». «Per lei niente era impossibile», ricorda Magnifico, «Quando si metteva in testa una cosa non c’era ostacolo capace di intimidirla».

Tra gli innumerevoli aneddoti che ha lasciato (divertente l’incontro nel salotto di casa col leader sessantottino Mario Capanna che sbottò: «Oooh! Finalmente conosco la più celebre delle mie amanti!») almeno un paio resteranno indimenticabili. Come quando, non riuscendo a trovare uno spunto per la sua annuale commediola natalizia coi nipotini in costume, chiese un’idea a Pier Paolo Pasolini. E quello le rispose che era occupatissimo perché sommerso da mille impegni e che doveva partire per l’Africa e fare questo e quest’altro ma via via che si scansava buttò lì il canovaccio di una bellissima favola natalizia coi re Magi… Per non dire di quando, ospitati nel suo stazzo sardo di Cala di Trana una quarantina di ragazzi spartanamente ammucchiati su letti a castello, fece togliere i rubinetti ai due lavandini piazzando un cartello: «I limoni hanno bisogno di acqua più di voi. Se volete lavarvi lavatevi in mare».

Gian Antonio Stella, Corriere della sera

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