Accesso al credito, il rating è ancora sottovalutato

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Le piccole e medie imprese italiane godono di buona salute, ma paradossalmente non hanno accesso al credito. Anche se, ancor più paradossalmente, potrebbero accedervi se ottenessero un rating certificato. Rating che aiuterebbe anche le banche, soggette alle regole di Basilea III, secondo cui una banca per emettere un finanziamento a una azienda con un rating ufficiale, non deve accantonare il 100% dell’importo stesso a riserva di capitale. Passando alle cifre: scende l’indice di indebitamento delle pmi (dal 3.60 al 2.89); diminuiscono le aziende in perdita (nel 2015 erano oltre 5.700, nel 2018 si aggirano attorno alle 4.200) e si attendono 38 mila aziende in utile nel 2018. Tuttavia, in linea generale, per le pmi accedere a un finanziamento tramite i canali tradizionali è molto difficile: a giugno dello scorso anno, i prestiti bancari alle imprese non finanziarie hanno registrato un -6,4% sull’anno precedente, ovvero 45 miliardi di crediti in meno in 12 mesi (analisi dell’osservatorio Credito Confesercenti su dati Banca d’Italia).

Il quadro emerge dall’analisi modefinance, azienda FinTech diventata in pochi anni la prima Agenzia di rating FinTech d’Europa (certificata Cra ed Ecai dall’Esma, l’autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati), effettuata su un campione di circa 50 mila pmi (che al 30 novembre 2019 avevano depositato i bilanci dell’anno precedente).

Lo scenario. «Tutti i dati mostrano un miglioramento delle prestazioni aziendali nel 2018, ora bisogna capire se queste condizioni si sono ripetute nel 2019. Certamente le aziende dei settori più tech (collegati a It, biotech, etc., le cosiddette imprese innovative) sono andate molto bene, ma non si limitano a queste», spiega a ItaliaOggi Sette Valentino Pediroda, tra i fondatori, nonché a.d. di modefinance. Infatti, l’analisi mostra un generale e continuo miglioramento dei conti economici delle pmi, con una valutazione di investment grade, che sta a indicare investimenti particolarmente sicuri e poco rischiosi e si attestano attorno a un Rating mediano BB per il 2018, dimostrandosi equilibrate sia a livello di bilanci sia di eventuale capitalizzazione.

In generale, il fatturato medio mostra una crescita del 16% (da 3,18 milioni di euro nel 2015 a 3,70 nel 2018). La distribuzione del fatturato vede una netta crescita delle piccole e medie imprese a discapito delle micro (si può stimare un passaggio di molte attività da micro a piccola impresa). E ancor più nel dettaglio, il leverage mediano, cioè l’indice di indebitamento, che rappresenta il totale delle passività rispetto al patrimonio netto, scende dal 3,59 al 2,98. Che significa concretamente che le imprese dipendono meno dal capitale di terzi. Scende anche il leverage finanziario mediano (dallo 0,97 allo 0,80), e anche questo è un dato positivo, che testimonia la riduzione all’indebitamento finanziario, quindi una diminuzione del ricorso al debito bancario. Infine, la distribuzione del leverage mostra come la maggior parte delle imprese si attesta a un livello equilibrato, con valori che, tra 0 e 2, toccano il 40% mentre sopra il 5 si abbassano a poco più del 30%.

Per quanto riguarda la redditività, il Roe medio fa segnare una leggera diminuzione rispetto al 2017 (11,08% contro 11,45%), che si rimarca ancora di più se raffrontata al 2015 (9,42%). Mentre è stabile il Roce mediano, ossia l’indice che misura la redditività degli investimenti e, quindi, quanto una società sia in grado di rendere profittevole l’investimento effettuato.

Il tutto concorre a far salire il Rating, spostando le valutazioni in direzione sempre più positiva (al raggiungimento previsto della classe BBB).

I numeri del credit crunch. L’immutata tendenza negativa di flussi alle imprese ha caratterizzato in maniera stabile il periodo novembre 2011–giugno 2019 e, adesso, si manifesta con modalità che rendono ancora più rigido l’accesso al credito per le attività di minori dimensioni. Tra i comparti, l’emorragia più forte la registrano le imprese del commercio e del turismo (-10 miliardi). A dare la misura della gravità della crisi l’andamento dei finanziamenti a breve, utili alla liquidità, (-9% in 12 mesi), e quelli a cinque anni, per gli investimenti, che calano del 7%.

Secondo un recente rapporto di Unimpresa, in Italia, nel 2018, i prestiti alle pmi si sono ridotti del 5% rispetto all’anno precedente. La restrizione del credito bancario ha colpito con forza i 141 distretti industriali presenti nel territorio italiano che costituiscono circa un quarto del sistema produttivo del nostro Paese. Nel periodo compreso tra il 2010 e il 2017, i finanziamenti alle imprese dei distretti italiani si sono ridotti complessivamente di 57 miliardi.

L’utilità del rating. Sempre più pmi, spesso ex microimprese, che dimostrano un potenziale di crescita notevole, ma non sfruttato pienamente, che potrebbero beneficiare dall’ottenimento di un Rating certificato (emesso da parte di Cra ed Ecai) al fine di assicurarsi condizioni più favorevoli per l’accesso al capitale di debito tradizionale o di finanza alternativa (factoring, invoice trading, private equity, crowdfunding, mini-bond).

La normativa Basilea III prevede, inoltre, che una banca, per emettere un finanziamento a una azienda priva di rating, debba accantonare il 100% dell’importo stesso a riserva di capitale; se, invece, il finanziamento viene erogato a una società con un rating ufficiale questo non è necessario. È evidente, quindi, come questo nuovo strumento risponda a una esigenza di sostegno alle imprese di piccole dimensioni nel mercato europeo e ancor di più in quello italiano: per un istituto finanziario poter avere a disposizione un rating così innovativo e immediato per la valutazione del rischio di credito di una pmi rappresenta una svolta importante che potrebbe agevolare la riapertura delle linee di credito a favore delle imprese di più piccola dimensione maggiormente virtuose.

«C’è ancora molta strada da fare, soprattutto per quelle pmi che hanno tutte le carte in regola per crescere bene, ma non ne sono pienamente coscienti», commenta Pediroda. «Tra le opportunità che le nuove tecnologie hanno aperto alle imprese, una delle più evidenti è data dall’ampliamento delle modalità di finanziamento e accesso al credito grazie a un Rating certificato e accessibile in termini di tempistiche e costi».

Ma cosa c’è alla base della mancata consapevolezza delle pmi di rispondere a buoni requisiti per ottenere il rating? «Senza ombra di dubbio», risponde l’a.d., «fino a prima della crisi, i rapporti si stabilivano su relazioni personali: tra imprese e imprese, e con gli istituti bancari. Ci si fidava di coloro i quali già avevano lavorato con un altro cliente, partner o conoscente. Il concetto di qualità finanziaria, di salute economica delle aziende era in secondo piano, non veniva richiesto né calcolato internamente in alcun modo, se non tramite basilare fogli di calcolo (operazione prevalentemente in carico alla gestione amministrativa). Si è passati poi, con l’introduzione di verifiche terze e di un regime molto più controllato, a una fase di terrore dove la fiducia è venuta a mancare, e ci si è fidati soltanto dei numeri. Ora, anche grazie all’automatizzazione dei processi, tutto è demandato ai dati aziendali, esistono figure dedicate alla raccolta e all’elaborazione di informazioni economico-finanziarie, al fine di autovalutarsi. Quindi il rating del credito, emesso da agenzie preposte e certificate Esma, è certamente uno degli elementi principali, alla base della ricostruzione di una fiducia non più vaneggiata ma solida e verificabile».

Roxy Tomasicchio, ItaliaOggi Sette

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