Lella Golfo “Perché serve ancora la nostra legge sulle quote rosa”

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«Al professor De Nicola non piacciono le quote rosa? Bravo, neanche a me piacevano. Poi quando lessi lo studio di Bankitalia che spiegava come, per raggiungere la parità di genere nelle società quotate, qui ci sarebbero voluti almeno altri 50 anni ho cambiato idea». Così Letta Golfo, ex parlamentare, presidente della Fondazione Bellisario, spiega come nacque la legge che porta il suo nome e quello di Messia Mosca. E così risponde alla critiche mosse a quella legge (che impone una presenza femminile minima nei cda delle società quotate) in un intervento di Alessandro De Nicola su Repubblica.

Presidente, oggi si fa notare che quella legge è superata perché da proteggere non ci sono solo le donne, ma anche i discriminati per etnia, religione e quant’altro.

«L’osservazione è giusta, ma il testo già la contiene. La legge in questione non parla mai di “quote rosa”, ma di “quote di genere”: il suo obiettivo è quello di proteggere il genere meno rappresentato. Oggi le donne, domani chissà. Se in futuro, nei cda delle società quotate, dovessero risultare discriminati ali uomini. la norma difenderà anche loro».

Dall’entrata in vigore di quel testo sono però passati nove anni. Che non sono bastati a cambiare le cose, visto che la commissione Bilancio del Senato ha ritenuto di dover estendere l’obbligo di quota per altri 9 e di ampliarla passando dal 33 al 40%. Non sente tutto questo come una sconfitta?

«Per niente. La legge ha funzionato. Nel 2009, prima che entrasse in vigore, nei cda c’era solo il 5,6 % di presenze femminili, oggi superiamo il 36. Vedo i risultati e dico che abbiamo vinto. Non è stato né facile, né scontato. Lo dimostra il fatto che, dopo aver presentato la legge, mi hanno fatta fuori». Davvero? «Ho lavorato bene, e di certo non sono stata lì ferma a schiacciare il bottoncino a comando, ma il mio partito non mi ha ricandidata».

Parliamo di Forza Italia?

«Sì, ma la sinistra, fatta salva la parentesi del governo Renzi, non è da meno quanto a scarsa rappresentanza femminile nei posti che contano».

Quindi le donne hanno bisogno ancora di tutela?

«Purtroppo sì. Non possiamo nascondere il fatto che questo resta un Paese maschilista dove sono ancora gli uomini a decidere la politica e l’economia. Magari adesso si sentono più sotto controllo e ci stanno un po’ più attenti, ma dal punto di vista culturale siamo ancora lontani dalla meta».

Però le quote rosa non piacciono nemmeno a molte donne che si sono stancate di essere considerate dei panda.

«Di quali donne parliamo? Di 50-60enni che si sentono arrivate, ma non ricordano come sono arrivate. Basta guardare alle più giovani per capire che c’è ancora molto da fare. Il peso delle cariche, per esempio. E vero che nei cda siamo vicini a una presenza del 40% ma la grande maggioranza delle donne ha la carica di consigliere Fra gli amministratori delegati ce ne sono solo il 6,4 % e fra i presidenti il 10. Il prossimo obiettivo sarà quello di equilibrare anche la presenza ai vertici. E ricordiamolo, stiamo ancora parlando di un’élite che comunque ce l’ha fatta. La vera tragedia di questo Paese resta la inaccettabile disoccupazione femminile».

Se la sua legge non fosse stata riconfermata le aziende avrebbero smesso di nominare donne?

«Mi auguro di no, anche perché le donne sono brave, ma è importante continuare. La rivoluzione non si fa in un giorno solo».

Luisa Grion, la Repubblica

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