Intervista. «Abbiamo messo la sostenibilità al centro della strategia di illimity»

Corrado Passera
Share

Corrado Passera, Ceo e fondatore della banca innovativa: «Aiutando le piccole e medie imprese che possono crescere e quelle in crisi con piani di rilancio diamo un contributo allo sviluppo del paese»

L’emergenza sanitaria non ha fatto dimenticare agli italiani la questione ambientale. Una ricerca condotta da Ipsos e promossa da illimity mostra che il 72% degli italiani si dice «pienamente d’accordo» con l’idea che «nel lungo periodo i cambiamenti climatici saranno un problema più serio di Covid-19». «Non era scontato, nei momenti di crisi si tende a pensare a problemi più ‘immediati’. Invece questa sensibilità per la sostenibilità ambientale è ormai radicata, lo vedo anche tra i miei figli» commenta Corrado Passera, che della banca innovativa illimity è fondatore e Ceo. Passera ha voluto mettere la sostenibilità al centro dell’azione della banca. «L’attenzione alla sostenibilità – spiega – fa parte del nostro impegno a comportarci da azienda responsabile. Ci sentiamo interpreti delle convinzioni più vive e valoriali della comunità nella quale operiamo e di cui siamo parte. Questo significa anche sentire questa forte sensibilità verso le tematiche ambientali e sociali».

Che cosa significa fare banca in modo responsabile e sostenibile?

Non si tratta di essere buonisti o rifugiarsi dietro frasi fatte. Come banca abbiamo scelto di fare un’attività imprenditoriale orientata non solo all’utile, ma al fare qualcosa di utile. Cioè facendo cose importanti per la nostra comunità. Dall’inizio abbiamo deciso di impegnarci per colmare un bisogno sentito da molte piccole e medie imprese: aziende che vogliono crescere perché hanno il potenziale per farlo anche se, talvolta, non hanno ancora la forza economica o patrimoniale dimostrata per convincere altri finanziatori. Abbiamo scelto di essere la banca delle imprese che hanno l’energia per crescere e svilupparsi oltre i loro apparenti limiti. Poi ci rivolgiamo alle imprese che hanno avuto problemi ma hanno idee, energie e piani per rilanciarsi. Infine, lavoriamo con aziende che sono andate male ma dove sono rimasti elementi che si possono recuperare. Siamo convinti che questo tipo di attività dia un contributo concreto allo sviluppo sostenibile del nostro Paese.

Spesso, soprattutto per le aziende quotate, il principale ostacolo ai progetti di sostenibilità sono gli azionisti: gli investitori hanno obiettivi di rendimento che possono non conciliarsi con piani di crescita solida, per i quali serve tempo.

È vero, la stragrande maggioranza degli investitori, anche quelli istituzionali, sono molto orientati al breve termine. Gli azionisti oggi te li devi un po’ ‘scegliere’. Noi abbiamo detto fin dall’inizio ai nostri investitori che ci saremmo impegnati per risultati ambiziosi nel medio termine, su 3-5 anni, e che quindi all’inizio non ci sarebbero stati dividendi perché avremmo investito molto su persone e tecnologie, oltre che sulla crescita. Nel tempo, anche nelle mie esperienze precedenti, ho avuto la fortuna di incontrare azionisti pazienti, con una visione di medio-lungo periodo, però il mercato è ancora molto tarato sul breve e questo spinge molte aziende quotate a scelte miopi, che danno risultati finanziari immediati ma penalizzano l’impresa nel tempo.

Quindi il boom della finanza sostenibile è meno potente di quanto possa sembrare?

Ci sono investitori anche molto rilevanti che danno molta importanza ai temi ESG, cioè alla sostenibilità ambientale, sociale e di governance. Non dico che non si stia andando in quella direzione, però dobbiamo ammettere che non sono ancora quelle le regole del gioco. Non sono tra coloro che vorrebbero esasperare i criteri ESG a discapito della performance aziendale: le aziende devono fare utili e remunerare adeguatamente le risorse loro affidate. La strada del capitalismo responsabile è quella di trovare l’equilibrio tra i diversi stakeholder, centrare i target imprenditoriali ma anche quelli di sostenibilità.

Ad aprile ha presentato il piano ‘Reopenitaly’, una serie di proposte e interventi per affrontare la crisi e ripartire. La gestione dell’emergenza e del rilancio da parte del governo la convince?

La strategia suggerita si muoveva su ‘quattro ruote’ del Paese: controllo del contagio, adeguamento delle strutture sanitarie e assistenziali, finanza di emergenza, rilancio economico. Sul controllo del contagio bene o male l’Italia, con un po’ di ritardo, è riuscita a gestire la situazione. Sull’adeguamento delle strutture si è fatto qualcosa, ma la pandemia ha mostrato che eravamo molto impreparati e senza la generosità dei sanitari e del Terzo Settore, la sofferenza sarebbe stata ancora più grande. La finanza di emergenza per imprese e famiglie ha funzionato solo in parte, sono state dedicate risorse ingenti ma attivate procedure troppo complicate che non hanno permesso di fare arrivare crediti davvero di emergenza a tutte le imprese in difficoltà. Sul rilancio invece, non ci siamo ancora: vediamo interventi di breve termine, bonus a pioggia, mentre sarebbe saggio approfittare di questa situazione non solo per affrontare i problemi più impellenti, ma anche per affrontare le nostre storiche aree di debolezza. Nell’immediato servono fortissimi incentivi ai comportamenti più virtuosi delle imprese (investire in innovazione, assumere, aggregarsi e rafforzare il patrimonio), accelerare anche con misure straordinarie la modernizzazione delle infrastrutture fisiche e digitali e varare in maniera coordinata misure di contrasto strutturale alle tante povertà che si stanno accumulando. Nel contempo dobbiamo mettere mano, ma sul serio, a scuola, giustizia e burocrazia: tre zavorre che possono trasformarsi in grandi opportunità.

Sembra una ricetta per usare al meglio i fondi europei.

Dall’Europa è arrivato un segnale molto forte, il Recovery Fund è uno strumento ‘federale’ di formidabile potenza che può rimettere in pista l’Europa rispetto alle altre grandi potenze globali, Stati Uniti e Cina. Serviranno ancora più risorse nei prossimi anni. Se l’Europa vuole recuperare il ritardo tecnologico, riavviare la crescita e ritrovare il ruolo che le spetta sulla scena globale dovrebbe raccogliere 4 o 5 trilioni di euro da investire su infrastrutture, innovazione, transizione energetica e istruzione. Se avremo il coraggio di progetti di questa portata, dietro l’angolo c’è una fase di crescita sostenuta e sostenibile entusiasmante: l’Europa resta il sistema dove la civiltà ha portato a una combinazione di diritti e libertà che nessun altro nel mondo ha raggiunto.

Avvenire

Share
Share