Coro di “no” al bando di WeChat: 12 aziende si ribellano a Trump

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Notizie e approfondimenti quotidiani sul digitale a cura di Reputation Manager, la società di riferimento in Italia per l’analisi, la gestione e la costruzione della reputazione online. Elezioni Usa, Big Tech pronte al caos. Facebook, Google e Twitter stanno passando al vaglio con le agenzie federali statunitensi le modalità con cui le loro piattaforme possano prevenire la diffusione di fake news nei giorni precedenti e successivi alle elezioni presidenziali, dopo che l’intelligence statunitense ha avvertito delle interferenze straniere e il presidente Donald Trump ha messo in discussione l’integrità del voto.

Coro di no al bando di WeChat. Una dozzina di aziende statunitensi ha deciso di ribellarsi al bando delle transazioni commerciali con WeChat imposto dall’Amministrazione Trump a partire dal mese prossimo. La decisione presidenziale potrebbe minare la loro competitività nella seconda economia del mondo, riporta il Wall Street Journal.

TikTok rischia lo spezzatino anche in India. Stando ad alcune indiscrezioni riportate dalla stampa internazionale la casa madre della piattaforma di condivisione video, ByteDance, avrebbe intavolato dal oltre un mese delle discussioni con il conglomerato tecnologico locale Reliance Industries per un ingresso nel capitale della società. Dietro questa decisione, secondo la testata TechCrunch, ci sarebbe la necessità di preparare il terreno per un progressivo spin­off delle attività di TikTok nel continente onde evitare l’ennesimo provvedimento coercitivo.

Amazon taglia i partner di consegna Usa. Il colosso ha tagliato i rapporti con sette piccole aziende di consegna negli Usa, costringendole a chiudere strutture e a licenziamenti. Amazon ha avvisato almeno sette aziende che fanno parte del suo programma di partner di consegna Dps che stava rescindendo i contratti e le società hanno annunciato tagli per circa 1200 conducenti.

Uber e Lyft perdono in tribunale: «Gli autisti sono dipendenti». Le due società titolari dei servizi di “passaggi” in auto hanno perso la causa contro lo stato: i loro autisti non possono essere classificati come appaltatori indipendenti ma devono rientrare a tutti gli effetti nella categoria dei dipendenti. L’ad di Uber ha minacciato di chiudere l’attività in California fino a novembre se il suo ricorso non sarà accolto: assumere tutti gli autisti comporterebbe un aggravio sui conti di 500 milioni l’anno.


Primaonline.it

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