Decreto rilancio, Messina (Intesa Sanpaolo): «I 55 miliardi un primo passo, ora vanno sbloccati i cantieri»

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Carlo Messina, dal suo punto di osservazione quale ceo della prima banca del Paese, come giudica il Decreto Rilancio? Critiche sono piovute sui contenuti e sui ritardi con i quali ha visto la luce.
«Visto il contesto emergenziale nel quale è stata concepito, lo giudico una buona manovra. Non deve essere facile per chi è al governo misurarsi con una fase di straordinaria complessità come quella attuale. E non solo nel nostro Paese. Il provvedimento potrà essere migliorato, ma trovo che abbia un carattere strategico all’altezza del momento. Sarà fondamentale far arrivare rapidamente a destinazione le risorse stanziate».

La ripartenza è ormai in pieno svolgimento. Quali sono i problemi più imminenti e che vanno affrontati subito?
«Credo sia necessario tenere alta l’attenzione rispetto al rischio di un forte aumento della povertà. Dobbiamo mitigare gli impatti sociali di una crisi profonda. I risvolti potenzialmente più drammatici potranno essere contenuti se saremo in grado di mettere in campo strumenti concreti e innovativi».

Non sembra che il governo abbia lesinato sussidi destinati ai più bisognosi, basti pensare al Reddito di emergenza e alla selva di bonus a corredo.
«Penso a interventi più strutturali, con equilibrio di risorse tra pubblico e privato. A qualcosa di simile a quanto abbiamo fatto noi con la città di Bergamo. Interventi a fondo perduto e prestiti d’impatto a lunga scadenza e a tassi molto bassi destinati alle piccole imprese, esercizi commerciali e artigiani, strutture di base del tessuto produttivo locale. Oppure alle nuove emergenze che contribuiremo a risolvere con i 125 milioni messi a disposizione dal nostro Fondo d’impatto. Dobbiamo rafforzare la coesione sociale del Paese, credo sia una necessità assoluta, come lo è tentare di risolvere l’elevata disoccupazione giovanile, un problema strettamente connesso alla povertà».

Un problema serio quello della disoccupazione giovanile, di non facile soluzione.
«Vero, ma oggi paradossalmente abbiamo la possibilità di attenuarlo creando nuove opportunità di lavoro. Il virus ha arrecato al Paese gravi danni, ma ci ha costretto a sperimentare in brevissimo tempo un nuovo rapporto con il lavoro e i luoghi della produzione. Lo smart working, il massiccio ricorso al digitale, l’attività da remoto sono modalità che hanno aperto nuovi orizzonti nei processi con un’accelerazione incredibile».

A cosa pensa esattamente?
«Sono tra coloro che vedono le nuove tecnologie non come sostitutive dell’opera dell’uomo ma come opportunità per liberare risorse da destinare alla diversificazione e crescita dei ricavi. Intesa Sanpaolo è diventata la prima istituzione creditizia del Paese anche grazie a questa filosofia».

Dunque, povertà e disoccupazione. Ma l’Italia ha altri problemi che vanno affrontati con energia: eccesso di burocrazia, elevato debito, investimenti pubblici modesti, bassa produttività, una sanità da rifondare…
«Naturalmente. Affrontato il problema della sopravvivenza ora si deve rapidamente mettere mano a questi capitoli. Se il Decreto Semplificazione promesso dal governo sarà varato in tempi brevi, potrà avviare i motori di una ripresa sana, che riconduca il Pil a crescere a ritmi del 2%».

Nella sua proposta per una nuova politica industriale pubblicata sul Messaggero, Romano Prodi insiste che è dall’edilizia che bisogna partire, dai grandi progetti infrastrutturali già finanziati e però bloccati da un intreccio di norme e permessi che ne impedisce l’avvio.
«Prodi ha ragione e il suo ragionamento è condivisibile. Da anni sono fermi strade, ferrovie, scuole, opere di difese del suolo, porti con progetti già perfezionati. Bisogna estendere il Modello Genova che, come dimostrano i fatti, ha portato rapidamente risultati apprezzabili. Inoltre siamo un Paese con forti potenzialità nell’economia circolare. E con ritardi nella digitalizzazione delle imprese. Sono questi i fronti da rilanciare in un patto per la crescita il più aperto possibile».

Dove collocherebbe l’eccesso di burocrazia nella classifica dei mali che affliggono il nostro sistema?
«Probabilmente in cima. Lo abbiamo sperimentato direttamente nel nostro intervento da 100 milioni varato a febbraio, allo scoppiare dell’emergenza, e destinato a interventi d’urgenza per il sistema sanitario. Abbiamo deciso di metterli a disposizione delle istituzioni e, nonostante la buona volontà delle strutture con cui abbiamo collaborato, le difficoltà nel far arrivare le risorse a destinazione sono state enormi».

Poi c’è il problema del debito. Non teme che una sua crescita tanto importante a fronte di un Pil che farà fatica a riprendere forza, ci porterà altri guai nei prossimi anni?
«Oggi è indispensabile fare debito. Ma fin d’ora dobbiamo porci il problema di come, in prospettiva, poterlo ridurre. E qui diventa ancora più attuale il nostro progetto di utilizzare parte del patrimonio immobiliare pubblico per strutturare speciali fondi d’investimento che possano essere sottoscritti da investitori istituzionali e dalle famiglie italiane, dando così un taglio netto al nostro debito. Tanto più che in questa fase il progetto, gestito in modo privatistico, godrebbe di un credito d’imposta mai così favorevole».

Basterà a convincere i mercati che il nostro debito, per quanto massiccio, è sostenibile?
«Saremmo sicuramente più credibili. Poi si può considerare un altro aspetto: negli ultimi anni il risparmio delle famiglie italiane punto di forza della nostra economia si è allontanato dalla sottoscrizione del debito pubblico. Si possono individuare nuovi strumenti per accompagnare il ritorno di questa forma di risparmio: durata delle emissioni, fiscalità, titoli pubblici d’impatto. Tutte opzioni che stabilizzerebbero il debito, liberando risorse per la collettività».

Le sue sono proposte di buon senso e certo non banali, che cosa le fa credere che il governo non si limiti a prenderne atto?
«Segnalo che Intesa Sanpaolo, come banca e assicurazione, oggi possiede titoli del debito pubblico in quantità pari a quasi tre volte i 36 miliardi che il Mes si appresta a metterci a disposizione. Ricordo inoltre i 450 miliardi di affidamenti, poco meno di un terzo del Pil, accordati al sistema Paese. Possiamo essere un interlocutore valido quando si tratta di affrontare il tema del finanziamento pubblico. Ciò detto, come prima istituzione finanziaria del Paese ci sentiamo parte integrante del sistema e intendiamo continuare a esserlo con il massimo del supporto».

A proposito di Fondo salva-Stati, lei accetterebbe il prestito di 36 miliardi riservato all’Italia?
«Se la sola condizione fosse la destinazione al settore della sanità, non ci sarebbero ragioni per non farlo. Sarebbe una grande opportunità per rifondare un sistema sanitario all’altezza delle necessità del Paese. Quanto al risparmio in termini di interessi, calcolato in circa 7 miliardi, rifiutare significherebbe assumersi una responsabilità. Pensi a quanto si potrebbe fare con 7 miliardi sul fronte della povertà, dell’occupazione giovanile, della defiscalizzazione».

A proposito di banche, molte imprese lamentano la lentezza con la quale i prestiti garantiti dallo Stato vengono deliberati dalle banche. Comprensibile la prudenza degli istituti, visto che in gioco ci sono responsabilità penali. Epperò le imprese non hanno torto. Come è possibile accelerare l’erogazione?
«Un fattore di accelerazione è erogare risorse all’impresa capo-filiera, condizionando la destinazione del finanziamento al pagamento degli stipendi e dei fornitori entro un certo lasso di tempo. Data l’importanza delle filiere nel nostro Paese, l’effetto sulla ripresa e sull’occupazione sarebbe formidabile. Basti pensare a quanto potrebbe essere attivato dalle oltre 2.700 imprese italiane definite capo-filiera».

Condivide l’idea del presidente di Confindustria designato Carlo Bonomi sul fatto che la durata del prestito debba essere superiore ai 6 anni previsti dal Decreto Liquidità?
«Concordo, in questa fase è giusto allungare la durata del prestito garantito, stabilizza l’attività delle imprese».

Concludiamo con il capitolo Ubi Banca. L’Antitrust ha deciso di approfondire le dinamiche concorrenziali dell’Ops. Come pensate di rispondere?
«Intesa Sanpaolo ha sempre avuto rapporti eccellenti con le Autorità di vigilanza, improntati al massimo rispetto e collaborazione. Così faremo anche in questa occasione. È quanto ci si aspetta da chi a livello internazionale è percepito come una bandiera, un punto di forza dell’Italia. Nel caso specifico siamo convinti di aver promosso un’operazione con una valenza strategica e un grande significato per il sistema bancario italiano e europeo, tanto da essere intenzionati a portarla a termine anche con adesioni pari al 50% più un’azione».

Non crede che la reazione degli azionisti storici di Ubi sia anche il risultato di una posizione antagonista che fin da subito le hanno cucito addosso?
«Ma non è vero. Fin dal primo momento abbiamo risposto positivamente ad ogni istanza, sul fronte della presenza sui territori, della valorizzazione delle persone, sul rafforzamento degli interventi per il sociale, della attenzione per il valore del marchio, dell’occupazione e dell’assunzione di giovani. Per non parlare del credito alle imprese e alle famiglie: non ridurremo i fidi ma porteremo nuove risorse. Come nel caso di Pavia dove creeremo un polo per l’agroalimentare. La forza della nostra banca, un unicum a livello europeo, nasce dal radicamento nei territori, nelle comunità. Dai forti legami con imprenditori che rappresentano eccellenze a livello mondiale. Dalla stabilità dell’azionariato, grazie al supporto fondamentale delle fondazioni. Per questo abbiamo fatto nostra ogni istanza, ogni giusta osservazione. E ho intenzione di continuare in un atteggiamento di dialogo e di apertura per raccogliere suggerimenti da imprenditori e fondazioni azioniste di Ubi, affinché insieme si dia vita ad un gruppo ancora più forte».

Osvaldo De Paolini, ilmessaggero.it

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