EMMANUELE EMANUELE, COME LORENZO IL MAGNIFICO ILLUSTRA I GRANDI RISULTATI DELLA FONDAZIONE ROMA

Share

Il-Presidente-di-Fondazione-Roma-Emmanuele-Emanuele-480x355di Stefania Miccolis

Il Professore Emmanuele Francesco Maria Emanuele, treat Presidente della Fondazione Roma, è sempre stato ossequiato e temuto; si aggira raramente nei suoi palazzi e non sempre chi lavora per lui riesce a vederlo. Ma anche quando si prende un appuntamento per parlargli è difficile raggiungerlo: si percorrono i lunghi corridoi di palazzo Sciarra in via del Corso a Roma – meraviglioso palazzo che comincia a formarsi nella seconda metà del ‘500, continua poi a ingrandirsi nel ‘600, con un portale che lo fa considerare una delle quattro meraviglie di Roma, e viene rinnovato nel ‘700 anche grazie al Vanvitelli e adornato dal Gabinetto degli specchi, da decorazioni pittoriche, dalla libreria – in cui ha sede la Fondazione Roma, si è ricevuti con il massimo garbo dalle assistenti rigorosamente in tailleur nero, si attende in una saletta rococò, quelle circondate da conchiglie al soffitto, specchi antichi e pareti pitturate, con poltrone probabilmente di seta, infine si entra nell’enorme studio del Professore Emanuele.
È una figura gigantesca ed elegantissima, direi gattopardesca, e sembra di essere tornati ai tempi della nobiltà, ed in effetti il Professore, – lo si legge anche nel nome- è di origine nobile, appartenente al Sud dell’Italia, la Sicilia. Forse si è anche impauriti di non esser poi così all’altezza di tanta eleganza, e poi ancora di potere sbagliare nei movimenti o in qualche parola di troppo – mai contraddirlo, si infastidisce – ma è comunque piacevole ascoltarlo, nel suo italiano forbito, e osservarlo, così ritto sulla sedia, quasi immobile, con quelle mani incrociate, che poi utilizza solo se deve alzare la cornetta del telefono, o pigiare un pulsante per chiamare qualcuno.
“Non ha visto ancora nulla di questo palazzo, ma ricominceremo a farlo visitare due volte a settimana da settembre, con visite gratuite programmate. Ho ricostruito tutti i luoghi del palazzo secondo la sua struttura antica; era stato modificato a fini di utilità bancaria nel corso degli anni, e ora lo abbiamo riportato ad essere il palazzo che era. Qui tutto sarà consacrato alla storia della Fondazione e alla collezione permanente”. Il Professore ci ha messo ben tredici anni per fare quella che lui definisce “la più grande collezione dal ‘400 ad oggi”, e che verrà inaugurata prima per i soci e poi messa a disposizione del pubblico da settembre. – un assaggio lo si ha già nell’articolo di Lauretta Colonnelli uscito il 9 luglio sul Corriere della Sera: “Fuori dai caveau, ora per gli occhi di tutti Palazzo Sciarra, museo dei tesori ritrovati”, dove si scorrono piacevolmente le opere descritte di questo tesoro. Tra l’altro, sotto il Palazzo, rivela il Professore, scorre l’Acquedotto della Vergine, e ci sono due arcate dell’acquedotto che apriranno al pubblico il prossimo anno. “Sono feroce avversario di una interpretazione governativa sbagliata nei confronti della cultura e del grande patrimonio di cui disponiamo. Ahimè non rispetta il dettato costituzionale della sua fruizione, ma rispetta invece una vecchia legge – risale al tempo del fascismo – che parlava di conservazione: i sovraintendenti, gli addetti ai lavori, i ministeri, conservano le opere d’arte, ma non le rendono fruibili come dovrebbero. Le meraviglie vanno utilizzate”.
Alla Fondazione Roma appartiene anche l’edificio di fronte, Palazzo Cipolla, ricomprato da Unicredit, dove sono allocati la Fondazione Musarte, gli uffici della IULM dove si tiene un Master organizzato in collaborazione con la Fondazione Roma sulla gestione del nostro patrimonio artistico “Management dei beni artistici e culturali”, e in futuro anche la Fondazione Terzo Pilastro – Italia e Mediterraneo. Storico palazzo del XIX secolo progettato dell’architetto Cipolla per la Cassa di risparmio di Roma, è diventato sede espositiva prestigiosa della Fondazione (dal 1999 ad oggi si sono susseguite oltre quaranta mostre temporanee), ed ora è in corso una mostra sul Barocco, con i più grandi pittori del ‘600 e nomi di nicchia, con i magnifici busti del Bernini, con progetti architettonici del Bernini e del Borromini. Ma i cittadini non sembrano poi così attratti da tale spettacolo; si sa, lo abbiamo ormai detto tante volte, il pubblico non è molto educato alla visita di opere d’arte e di musei, e il Professore dice che è, “giustamente”, più interessato alla contemporaneità, anche se forse sarebbe meglio usare un “probabilmente”. La sua mostra street art a Tor Marancia ha riscosso grande successo: “Ho contribuito a far venire i più grandi artisti da tutto il mondo che hanno dipinto il quartiere con le loro opere d’arte”; ” le persone vivono nella contemporaneità e questo è un modo per essere vicini al mondo”.
È molto dispiaciuto, ma anche rattristato per come il Governo sembra quasi non preoccuparsi della cultura in generale: “Eppure siamo un paese che diversamente da molti altri ha una componente patrimoniale talmente rilevante che fa la differenza. Oggi con la crisi del sistema economico che ha fatto decadere la grande piccola e media impresa, dobbiamo puntare sul nostro patrimonio di bellezze naturali e artistiche, che non ha comparabilità, a mio modo di vedere, con la quasi totalità dei paesi che ci circondano. Mi parrebbe opportuno i che i nostri governi dedicassero a questo nostro grande asset l’importanza dovuta. Non accade, da sempre la componente di attenzione e sostegno al mondo di cui parlo è quasi inesistente”. Il Decreto Cultura di Franceschini ha ricalcato quello che Emanuele ha scritto nel libro “Arte e finanza” (ed. Unilibro, 2015) “sulle tematiche di natura finanziaria ed economica legate al mondo della cultura e al mercato dell’arte”. “E’ un decreto che va nella strada giusta, ma cosa può fare un ministro con pochi soldi? Solo lo 0,1% del pil va all’attività culturale, ciò dimostra miopia e incapacità di comprendere l’importanza di questo comparto. Per far sviluppare il Paese ho creato musei, festival di poesia, ho sostenuto per anni un’orchestra, avviato un progetto culturale teatrale e creato un master in management delle risorse artistiche e culturali: così formo il personale che un giorno dirigerà, spero, il patrimonio del nostro paese in fatto di fruibilità”.
Parla con ompiacimento il Professore, ha un ego molto forte, dato dalla sicurezza di essere uno dei pochi mecenati rimasti, uno dei pochi a far funzionare come si deve una Fondazione. “Le Fondazioni devono rispettare il dettato della legge Amato/Ciampi, non fare politica, non coinvolgere i banchieri, ma dedicarsi ad aiutare il nostro Paese nei campi di salute, ricerca scientifica, istruzione, cultura, aiuto ai meno fortunati. La Fondazione Roma, meglio di tutti gli altri, ha interpretato correttamente questa legge: non abbiamo partecipazioni bancarie, mai avuto personale politico. Siamo la società civile, facciamo quello che la legge dice”. Fondamentale è quello che lui chiama il terzo pilastro del welfare Community, o welfare civile, “per una maggiore efficienza, una più equa distribuzione delle risorse ed un più ampio esercizio delle libertà individuali”. Secondo il Professore bisogna creare concrete partnership tra pubblica amministrazione e contesto privato, in modo tale che lo Stato possa operare insieme con le imprese e i soggetti non profit: “Come Presidente della Fondazione Roma devo poter fare le cose che né lo Stato né i privati fanno. Il terzo pilastro è una realtà vitale: riesce a fare le cose nonostante lo Stato, nell’interesse della collettività. Ma non c’è una norma sanzionatoria per cui si possano condannare il sindaco o un assessore, se non rispondono al dettato di una norma costituzionale (art. 118), che dice che quando lo Stato non può operare, il privato, sotto il suo controllo, può farlo. Vi è una crisi irreversibile del welfare, gli asset del paese sono liquefatti e a questo mio desiderio si oppone biecamente una posizione preconcetta che mi impedisce di realizzare in pieno l’art. 118 della Costituzione, il principio di sussidiarietà orizzontale come criterio informatore dei rapporti fra pubblico e privato anche nelle realizzazioni delle finalità di carattere collettivo.”
Da sempre il professor Emanuele opera in campo espositivo su due binari paralleli: “Visualizzo il ruolo di Roma negli anni e nei secoli dipanando i vari periodi di Roma dal ‘400 al ‘900 senza tuttavia tralasciare l’arte contemporanea. La prossima mostra sarà infatti dedicata a un artista che è stato molto trascurato, Alessandro Kokocinski, e in autunno verrà esposta la grande mostra del Periodo Cobra, il periodo più bello e fantasioso dal ‘48 in poi, con i più grandi artisti dell’epoca”. “Ho una grande osmosi con il mondo che mi circonda, dalla Cina ho portato “I capolavori dalla Città proibita”, dall’India “Akbar”, ho fatto la grande mostra su “Hiroshige”, ho portato l’America… tutto il mondo che amo e il mondo che mi circonda: l’arte è universale”. Nel campo del dialogo con i Paesi del Mediterraneo, “abbiamo ricostruito la Cattedrale di Sant’Agostino di Ippona ad Algeri, sosteniamo il Festival di El Jem a Tunisi, abbiamo una sede a Valencia e Cordoba, iniziative in Cina e un accordo con la provincia cinese dell’Hubei. Siamo presenti nel mondo orientale e in tutto il bacino mediterraneo”.
È “onnivoro” di arte, legato a tutto perché ama l’arte in tutte le sue manifestazioni, sin da giovane. Ha difficoltà nello scegliere un periodo o un artista, anche se non nega di essere profondamente legato al mondo del Mediterraneo dal quale proviene e di avere una grande passione per Federico II al quale presto dedicherà una mostra. Gli sfugge comunque un ricordo più vivo: “Se dovessi pensare a quando la vita è stata più prodiga di emozioni, allora penso agli anni ’60, in cui vivevo tra Milano e Roma frequentando i grandi artisti di quell’epoca e che ho raccontato nella mostra Gli irripetibili anni ’60: un dialogo tra Roma e Milano.” Qui si intravede una vena di nostalgia: sa, il Professore, di aver fatto molto e ancora vuole continuare. Agli occhi di chi lo ascolta sembra un Lorenzo il Magnifico… Ha fatto tanto e verrà ricordato per questo, sa che vivrà soprattutto attraverso le opere della sua collezione, e questo lo salva dall’essere solamente il Mazzarò della novella del Verga, perché l’arte per fortuna non è solo materiale, ma immortale.

Share
Share