Farmaci col turbo grazie all’IA

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L’intelligenza artificiale può velocizzare l’arrivo di nuovi farmaci sul mercato, rendendo questo processo se non più facile almeno più rapido. Parola di Igor V. Tetko dell’Helmholtz Zentrum München, il centro di ricerca tedesco per la salute e l’ambiente in cui si occupa di chemoinformatics, l’informatica e i big data applicati ai farmaci. Il ricercatore ha tenuto ieri a Milano il primo keynote di Icaih 2019, la prima conferenza industriale su Intelligenza Artificiale e salute curata e presieduta da Francesco Masulli (si veda l’altro articolo in pagina), in cui ha spiegato come l’IA e i big data stiano cambiando il modo di fare ricerca legata alla salute e in particolare alla scoperta di nuove cure.

«Lo stadio pre clinico nella ricerca di nuovi farmaci, ciò di cui mi occupo io», ha spiegato Tetko a ItaliaOggi, «può essere anche dimezzato passando da 6/7 anni a 3 anni. Ma anche lo stadio clinico, con un impatto minore, può essere migliorato. Ci sono comunque investimenti da fare in tecnologie, ma ciò che importa è che nuovi farmaci potranno arrivare ai pazienti con maggiore rapidità. Fino, un futuro, a poter realizzare farmaci personalizzati, qualcosa da cui siamo ancora però lontani».

Questo scenario sta portando le università ad avere maggiori possibilità di ricerca nel campo e le aziende farmaceutiche a collaborare con le prime e con le società informatiche, in un ecosistema finora poco frequentato.

Non mancano però le sfide: nell’intervento introduttivo Paolo Panerai, editor-in-chief e ceo di Class Editori, ha ricordato come proprio in questi giorni il Wall Street Journal abbia rivelato che Google ha raccolto dati sanitari di milioni di pazienti negli Usa a loro insaputa per conto di Ascension, un’organizzazione che gestisce decine di ospedali e case di cura. «Credo che quanto rivelato dal Wall Street Journal sia l’occasione per chiarire dove stia il confine fra l’importanza della salute e quella della privacy di ciascuno di noi», ha detto Panerai che come esempio di utilizzo fondamentale dell’intelligenza artificiale per la salute ha indicato i lavori di Mario Rasetti, lo scienziato della Fondazione Isi di Torino (e presidente onorario di Icaih 2019) che fra le altre cose anni fa riuscì a stabilire che l’influenza aviaria non si sarebbe trasformata in pandemia proprio grazie all’utilizzo dei big data. Rasetti scoprì correlazioni insospettate fra i dati della diffusione di malattie contagiose e i fatti della vita di ogni giorno che anche oggi possono portare benefici.

Ad aprire la mattinata anche Francesco Peri, managing director di Fondazione University for Innovation (U4I) dell’Università Bicocca, Federico Cabitza dell’AI*IA Associazione Italiana per l’Intelligenza Artificiale, Nicola Gatti, Cini National Lab AI and Intelligent Systems -Italy, e il consigliere regionale Gianmarco Senna.

Antonio Pelliccia, business development healthcare and Life Science di Ibm ha mostrato come l’intelligenza artificiale aiuti ad accelerare la scoperta di nuovi farmaci grazie alla sua capacità di rivelare schemi nascosti e predire connessioni sui dati biomedici come finora nessun metodo tradizionale poteva fare. Ibm durante la giornata, alla quale hanno partecipato altri esponenti di università e aziende, ha anche mostrato lo stato dell’arte dalla ricerca alle cure (Robert Alexander) così come il ruolo della tecnologia nelle malattie croniche e nella cura degli anziani (Daniela Scaramuccia). Mentre i rappresentanti della ricerca nelle università hanno presentato i progressi grazie all’uso dell’intelligenza artificiale nella bioinformatica e nella scoperta dei nuovi farmaci: da Giorgio Valentini, Ivano Eberini, Giulio Vistoli e Antonio Servadio dell’Università Statale di Milano a Clelia di Serio dell’Università Vita Salute San Raffaele e Pavel Karpov dell’Helmholtz Zentrum München.

Un mondo, quello della ricerca accademica che ha oggi contatti anche con le aziende: «L’Italia ha una lunghissima tradizione nell’ambito della ricerca farmaceutica», ha commentato Elia Biganzoli, docente di statistica medica all’Università di Milano. «Abbiamo ancora molte cose da dire e speriamo di poterle dire insieme con la nostra industria. C’è la possibilità di essere competivivi unendo le richieste dell’industria con le capacità dell’accademia».

E che dire di annunci come quello circolato a settembre secondo cui con l’IA si progetta un farmaco in 46 giorni in luogo di anni? «Amo rimanere con i piedi per terra», ha detto Gaia Panina, chief scientific officer di Novartis. «È l’obiettivo di chi opera nel sistema salute portare il più rapidamente possibile nuove soluzioni terapeutiche ai pazienti e sicuramente le tecnologie aiutano, ma i processi di drug discovery e development sono molto complessi e rispondono a requisiti regolatori che giustamente tutelano la salute. Il miglioramento in ogni caso è continuo».

Andrea Secchi, ItaliaOggi

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