Banche, accordo tra governo e Abi per 50mila prepensionamenti

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I dettagli saranno messi nero su bianco nei prossimi giorni, il Fondo esuberi chiede 150 milioni di euro l’anno. “Una misura straordinaria”, dicono gli esperti. Intanto Bnl chiude 100 filiali: 700 i dipendenti in uscita

bceC’è l’accordo tra governo e banche, con il placet dei sindacati, per la gestione di 50mila dipendenti che vanno verso il prepensionamento volontario. Si tratta di una misura che, fino a ora, è stata sopportata soltanto dalle banche attraverso il fondo di categoria che ora però vede le sue risorse fortemente ridotte.
L’accordo dovrà essere limato nei prossimi giorni, sia per quanto riguarda la modalità che le risorse da utilizzare. Si parla infatti di un contributo del governo che, per i prossimi tre anni, dovrebbe andare a colmare, in parte, la richiesta del Fondo. Le banche e i sindacati hanno chiesto 150 milioni di euro l’anno, anche se il governo starebbe cercando di ridurre tale impegno.
“Una misura straordinaria per un momento straordinario – dicono gli esperti del settore – visto che il comparto sta attraversando una crisi paragonabile a quella vissuta dal manifatturiero alla fine degli anni Settanta”. Dato che, a differenza di allora, gli esuberi non possono essere posti a carico completo della pubblica amministrazione o del bilancio pubblico, sia per motivi di ristrettezze fiscali che di convenienze politiche, si tratterà di un sostegno della quota (normalmente il 60% dell’ultima retribuzione) a carico del Fondo, per sostenere il reddito del lavoratore in uscita. Il meccanismo, finanziato dalle banche e dai lavoratori, che ha consentito di gestire senza licenziamenti e in maniera non traumatica le crisi in questi anni è infatti sotto pressione per mancanza di risorse.
E’ stato escluso il ricorso alla Cassa Integrazione (lo stato di crisi che si dovrebbe dichiarare farebbe scattare l’intervento delle autorità di vigilanza europee) quindi la strada del sostegno al Fondo è parsa la più ragionevole anche perchè consente alle banche di programmare gli interventi di riduzione nei loro piani industriali con certezza e ai dipendenti di non essere colpiti da licenziamenti collettivi obbligatori. Già negli scorsi mesi l’esecutivo ha consentito di allargare il ricorso alla flessibilità in uscita da 5 a 7 anni. Ora con questa misura si darebbe agli istituti una spinta a compiere quella profonda ristrutturazione chiesta con sempre maggiore insistenza da Banca d’Italia, Bce, investitori e dallo stesso governo.
Bnl, 700 in uscita. Un netto taglio del costo del personale con 700 uscite da realizzare attraverso i pensionamenti incentivati, la riduzione del 30% dei premi di produzione per il personale, la richiesta di 12 giornate di solidarietà tra il 2017 e il 2018 e la chiusura di altri 100 sportelli: sono la cifra del nuovo piano industriale della Bnl varato dall’amministratore delegato Andrea Munari a undici mesi dal suo arrivo a Via Veneto.
La cura dimagrante di Bnl, secondo quanto riporta l’agenzia di stampa Radiocor, viene motivata dall’azienda con la necessità di di alzare la redditività della banca giudicata troppo bassa dall’azionista Bnp Paribas. La riorganizzazione voluta da Munari punta a rilanciare la vocazione corporate di Bnl che aprirà a Milano un centro per i grandi clienti e avrà presidi corporate sia a Napoli che a Roma. L’attenzione di Munari al corporate si è già vista nelle prime scelte fatte a Via Veneto: l’amministratore delegato nel luglio scorso ha avocato a sé le deleghe della direzione corporate togliendole al vice direttore generale Alberto De Angelis.
Il piano viene definito “inaccettabile” dai sindacati, perché “per recuperare redditività, si propongono investimenti che pagherebbero essenzialmente le lavoratrici e i lavoratori, soprattutto i più giovani e i più deboli”.
Contestato innanzitutto il ricorso ai prepensionamenti obbligatori, ma non solo: “Il problema non è il piano industriale in sé – spiega Marco Fogu, segretario First Cisl Bnl – che prevede una riorganizzazione molto profonda, ma non tale da metterci in condizione di non poter gestire la trattativa. Il problema sono le leve che l’azienda intende usare per finanziare la riorganizzazione, senza passare per la trattativa sindacale, dal taglio dei premi di produttività al blocco degli inquadramenti e delle carriere”.7

Repubblica

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