Uber, rivoluzione dopo gli scandali: il fondatore pronto a un’aspettativa

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Via il numero due della compagnia. Negò che una cliente fosse stata stuprata.
L’idea dell’ad Kalanick e la scelta di introdurre un nuovo codice di comportamento

NEW YORK Se non è un ribaltone, poco ci manca: Uber, una compagnia di enorme successo che è stata, però, protagonista di diversi gravi scandali negli ultimi mesi, prova a cambiare pelle per ricostruire la sua reputazione. Dopo aver licenziato, una settimana fa, venti manager della società di autotrasporto gestito via «app», coinvolti in gravi episodi di abusi sessuali o rei di aver tollerato illegalità dei loro autisti, lunedì Uber ha messo alla porta anche il vicepresidente responsabile per il business, Emil Michael, il numero due dell’azienda. Mentre il gran capo, il fondatore Travis Kalanick, sta valutando se mettersi in aspettativa, cedendo per tre mesi il ruolo di amministratore delegato: lo ha proposto lui stesso al «board» riunito domenica a Los Angeles.
Criticatissimo e sotto pressione da mesi per il suo stile manageriale eccessivamente disinvolto, a tratti brutale, Kalanick ha anche buoni motivi personali per farsi momentaneamente da parte: un dramma familiare. A fine maggio sua madre è morta e il padre è rimasto ferito quando la loro imbarcazione da diporto si è schiantata su una scogliera.
Il passo indietro momentaneo (Kalanick deve tenere conto dell’inquietudine di importanti azionisti, ma controlla ancora, coi suoi amici più fidati, la maggioranza di Uber) servirebbe a rafforzare il messaggio di un vero reset della compagnia: azienda un tempo lodata per la sua capacità di farsi largo ribellandosi allo status quo, anche a costo di violare leggi e regolamenti.
Tollerata nella fase pionieristica, la prepotenza di Uber è diventata insopportabile quando la start up californiana è diventata un gigante che opera in 75 Paesi e al quale il mercato attribuisce un valore di 68 miliardi di dollari. Da febbraio si sono succedute le denunce di abusi sessuali dopo il primo atto d’accusa di Susan Fowler Rigetti, un ingegnere informatico che ha lasciato la società. Poi uno scandalo in India: lo stupro di una donna da parte di un autista che Uber ha cercato di nascondere. Quindi gli insulti rivolti da Kalanick a un autista, ripresi dalla telecamera di bordo e la scoperta che l’azienda aveva introdotto, all’insaputa dei suoi driver, un software che li spingeva a coprire zone non battute dagli altri autisti, ingannando i conducenti sulla convenienza economica di questa scelta.
Infine il caso del furto della tecnologia Google per l’auto che si guida da sola. Alphabet, la holding di Google, ha denunciato Anthony Levandowski, l’ex capo del progetto self driving car, andato via un anno e mezzo fa trafugando migliaia di file di proprietà del gruppo di Mountain View. Levandowski è andato a lavorare per la società di Kalanick, in rapporti con lui fin da quando era in Google. Uber per un po’ lo ha difeso, anche perché, grazie alla sua tecnologia, ha potuto avviare a Pittsburgh un primo esperimento di autoservizi senza autista. Poi, messa alle corde dagli avvocati di Aphabet, lo ha licenziato.
Analogamente, dopo aver tollerato per anni una cultura maschilista, Kalanick è corso ai ripari solo davanti a scandali sfociati in vari tentativi di organizzare boicottaggi di Uber. Ha assunto due donne, una manager e una professoressa di Harvard, per gestire le strategie di Uber e questioni di leadership. Mentre nel board è entrata una terza donna, Wan Ling Martello: manager esperta e tosta che oggi è vicepresidente esecutivo della Nestlé e consigliere d’amministrazione della Internent company cinese Alibaba. Poi il capo di Uber ha affidato un’indagine interna a Eric Holder (il ministro della Giustizia di Obama). Holder ha presentato domenica il suo rapporto al board che ne ha approvato all’unanimità tutte le indicazioni, a partire dall’uscita di scena di Emil Michael responsabile, tra l’altro, di aver sostenuto che lo stupro in India era un colpo basso inventato da un concorrente, pur sapendo come stavano le cose. Domenica sera Michael ha rifiutato di dimettersi, ma lunedì ha ceduto. Oggi la società comunicherà al personale (14 mila addetti più un milione e mezzo di autisti indipendenti) la nuova organizzazione aziendale e il nuovo codice di comportamento.
Massimo Gaggi, il Corriere della Sera

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