All’inferno e ritorno / Anche D’Annunzio si lasciò sedurre dal lotto

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Il Vate attribuiva ai numeri dei «poteri magici» e detestava quelli pari. Ma grazie a loro vinse una cospicua somma spesa per un sontuoso banchetto al Vittoriale. Il popolare gioco affascinò pure Dickens, che lo descrisse nel suo diario di viaggio

(di Cesare Lanza per LaVerità) Il gioco del lotto è affascinante soprattutto perché è legato, per puntare i numeri da 1 a 90, all’interpretazione dei sogni. Perciò, nella precedente puntata, vi avevo sintetizzato la cosiddetta Smorfia, il manuale per tradurre ogni tipo di sogno nei numeri da giocare. Ma vi avevo annunciato che sul lotto sarebbe stata indispensabile una seconda paginata: c’è molto altro da dire. Ad esempio, proprio in relazione ai sogni, non vi avevo detto che, secondo una diffusissima diceria, i numeri prescelti vanno giocati tre volte di seguito. E una diceria, ovviamente, non suffragata da alcun riferimento razionale. Però ero solo un bambino quando mi capitò di assistere a una scena patetica. Dolorosa, non solo patetica, visto che la ricordo ancora oggi, come spesso succede per le tristi esperienze infantili. Debbo premettere che la mia famiglia, come tante altre dopo la fine della seconda guerra mondiale, non se la passava affatto bene. E così mia madre, meridionale e superstiziosa, ogni tanto tentava la fortuna al lotto. Vincite? Non ne ricordo neanche una. Invece ricordo la sua disperazione, la volta che puntò un terno su tre numeri che le aveva affettuosamente indicato, durante un sogno, mia nonna, cioè la sua mamma defunta. Per non dimenticare i tre preziosi numeri, la mia povera mamma si era svegliata e li aveva trascritti su un foglio, lasciandolo sul comodino. Al mattino, si precipitò a giocarli. Non uscirono, neanche uno. Ricordo la sua delusione. E tuttavia, fiduciosa, la seconda settimana tornò a giocarli. Non uscirono, neanche uno. Nuova delusione, e questa volta lei si arrese, sconsolata.

Ma la terza settimana andò a controllare sul giornale, per curiosità o per un malinconico presentimento, ed eccoli i tre numeri, uno dietro l’altro: sulla ruota di Genova, la città dove abitavamo. Struggente fu, non solo nei giorni ma anche nelle settimane seguenti, l’infinita, piagnucolosa recriminazione della povera mamma: perché i soldi della eventuale vincita sarebbero stati davvero preziosi, per le nostre esigenze. Dunque, anche noi avemmo in modo brutale la conferma che i numeri, gli stessi numeri, vanno giocati (almeno) tre volte di seguito. Vi ho già detto che il lotto è un gioco d’azzardo sconsigliabile: le probabilità di vincere sono minuscole, rispetto a quanto – nel caso di improbabile vincita – il banco abbia stabilito di pagare. Ma non si tratta solo di questo! Ci sono altre perfidie. La principale è questa: le ruote – così si chiamano, per evocare ricordi e fantasie – sono dieci, tutte chiamate col nome di varie, importanti città italiane, per dieci diverse regioni: Bari, Cagliari, Firenze, Genova, Milano, Napoli, Palermo, Roma, Torino, Venezia. Alle dieci si è di recente aggiunta una undicesima, la ruota Nazionale. E il problema è proprio questo. Riprendiamo il sogno di mia madre: puntò su Genova perché abitavamo a Genova, e questa era la sola suggestione possibile: tra le ruote non ce n’era neanche una calabrese e lei era nata a Cosenza. I numeri uscirono, proprio a Genova, ma come vi ho detto lei non li aveva più puntati, nella terza fatidica settimana. Vi immaginate il suo scoramento se, in una delle due prime settimane, fossero stati estratti, ma non a Genova, bensì – per esempio – a Roma o a Venezia? Questa è esattamente la perfidia! Vuoi fare una puntata, mettiamo di cinquanta euro. Ma non sai su quale ruota giocare, vuoi evitare l’amarezza di veder uscire numeri su una ruota diversa da quella che hai scelto… E allora delle due l’una. o punti cinquanta euro su tutte le ruote, cioè in totale cinquecento, ma la somma è alta e il rapporto probabilità/vincita (già sfavorevole) si abbasserebbe ulteriormente. Oppure dividi la puntata di cinquanta euro sulle dieci ruote, e l’eventuale vincita, derivata da cinque euro non sarebbe più quella che avevi in mente. Molto interessante è anche la storia delle origini del gioco. Il lotto, come lo pratichiamo oggi, è in fondo, e semplicemente, una variabile di tanti altri giochi di popoli antichi: greci, egizi, babilonesi e romani. Anche da queste origini nasce la sua storica popolarità (razionalmente, per tanti aspetti, inspiegabile).

Nel 1576 nasce il gioco del lotto ed è Genova, e non Napoli come molti credono, la sua patria. È qui, tra 120 nobili genovesi, ricchi di capacità ed esperienza, venivano estratti, due volte l’anno, cinque nominativi che subentravano ad altrettanti membri del Senato e del Consiglio dei Procuratori per i quali era scaduto il mandato elettorale. Il sorteggio, per le importanti conseguenze che implicava, era seguito con il massimo interesse da tutto il popolo: ne derivarono scommesse sui nomi che sarebbero stati estratti. Dopo un primo lieve e inutile tentativo di proibire queste scommesse da parte del governo della Repubblica di Genova, perché erano ritenute offensive per i candidati, seguì l’istituzione di un vero e proprio banco del lotto, gestito dai privati. Come dice il proverbio, di buone intenzioni sono lastricate le vie dell’inferno! I genovesi – anzi, più precisamente tutti coloro che erano interessati al gioco – potevano puntare ragguardevoli somme di denaro, sui nomi dei nobili che sarebbero stati estratti, quelli che avrebbero deciso il futuro della Repubblica. Da Genova e da quel momento il gioco del lotto si diffuse a poco a poco in tutti gli altri numerosi stati italiani (Piemonte, Stato Pontificio, Veneto, Regno delle due Sicilie…) con regole più o meno simili. Nel 1871, dopo l’Unità, furono scelte otto città italiane (Bari, Firenze, Milano, Palermo, Roma, Torino e Venezia) denominate comunemente ruote 0 compartimenti, a cui si aggiunsero, nel 1939, Cagliari e Genova (paradossalmente, la città in cui era nato il gioco del lotto, fu designata per ultima, 70 anni dopo!) Le estrazioni dovevano avvenire il sabato alla presenza di tutti i cittadini.

Il lotto negli anni ha affascinato poeti e scrittori italiani: tra gli altri Gabriele D’Annunzio, Emilio De Marchi, Matilde Serao e perfino stranieri come Clarles Dickens. La Serao e Dickens hanno scritto interessanti pagine in cui descrivono, con ricchezza di particolari, un’estrazione del lotto. La prima ne Il paese della Cuccagna (1891) e lo scrittore inglese in Picture from Italy (1846). Il Paese della cuccagna rappresenta una denuncia della rovina morale e sociale di Napoli, perseguitata dal gioco del lotto, che mandò sul lastrico molte famiglie. Apparso nel 1890, per la prima volta, sulle pagine del quotidiano napoletano Il Mattino, sotto forma di varie puntate, l’anno seguente fu trasformato in volume presso l’editore Treves di Milano. La Serao, acuta osservatrice della realtà, intese cogliere un aspetto assai sentito, a quell’epoca, dal popolo napoletano, appunto il gioco del lotto. In verità il lotto, si era profondamente sviluppato a Napoli, diffondendo euforia e speranze tra la gente meno abbiente che vedeva in una vincita la possibilità di rifarsi. Il sogno di un facile arricchimento che consentisse di arrivare alla cuccagna, superando d’un colpo dolori e miserie di una vita di stenti, era alla base della popolarità di questo gioco, legato alla cabala. La Serao, vista l’inquietante situazione, volle denunciare apertamente gli effetti devastanti sulla società napoletana. Già ne Il ventre di Napoli, Serao aveva scritto: «Ma non credete che il male rimanga nelle classi popolari. No, no, esso ascende, assale le classi medie, s’intromette in tutte le borghesie, in tutti i commerci, arriva fino all’aristocrazia. Dove vi è un vero bisogno tenuto segreto, dove vi è uno spostamento che nulla vale a riequilibrare, dove vi è una rovina finanziaria celata ma imminente… ivi il giuoco del lotto prende possesso, domina». E aveva aggiunto: «Il popolo napoletano, che è sobrio, non si corrompe per l’acquavite, non muore di delirium tremens; esso si corrompe e muore pel lotto. Il lotto è l’acquavite di Napoli». Anche Giacomo Puccini, in una lettera alla madre, suggeriva tre numeri per la puntata di un terno: 18,30,13 (che oggi appaiono, essendo inferiori al fatidico 36, più adatti per giocare alla roulette).

Tutt’altra storia, divertente e per niente moralistica, quella di D’Annunzio. Lui detestava i numeri pari, era convinto che portassero sfortuna. Il Vate manifestò la «superstizione assidua», come lui stesso la definì, attraverso il culto dei numeri, al quale attribuiva «poteri magici». Il suo preferito era l’ii; seguivano nell’ordine il 9, il 7, il prediletto letterariamente, il 21 e il 27, multipli di 7 e 9. Emerge da una ricerca negli archivi del Vittoriale, a opera dello studioso Attilio Mazza, che arricchisce di numerosi particolari le notizie finora note sul simbolismo del Vate, fornite dal suo segretario Tom Antongini nel libro Vita segreta di Gabriele D’Annunzio, pubblicato nel 1938. Altri documenti indicano come lo scrittore citasse spesso, superstiziosamente, quelli che chiamava i «ventisette sette»: ad esempio i 7 doni dello Spirito santo, i 7 colli di Roma, le 7 porte di Tebe oppure le 7 Pleiadi. Sono piene di «numeri magici» alcune lettere inviate da D’Annunzio al suo medico personale, il dottor Antonio Duse, per informarlo dei suoi malanni. Non esitò neppure a correggere la numerazione delle pagine di diverse opere letterarie in cui erano raccontate disgrazie. Con i numeri D’Annunzio ebbe molta fortuna al lotto, era un assiduo giocatore. E in queste occasioni faceva le uniche eccezioni per i detestati numeri pari: ogni volta però in cui li giocava, si proteggeva con lo scaramantico segno delle corna. Gli andò bene (si faceva sedurre dalle lotterie) con un gran bel terno vinto nel settembre del 1907, di 42.000 lire. D’Annunzio stava attraversando uno dei ciclici periodi di crisi finanziaria e si ritrovava a Brescia per seguire una corsa automobilistica. Così riferì Benigno Palmerio (amministratore di D’Annunzio nel periodo del suo soggiorno a Firenze alla residenza Capponcina), testimone diretto assai attendibile anche per avere amministrato in arte il frutto di quella fortuna. I numeri giocati da Gabriele erano 14-6468, rilevati dalla lettera di una nobile donna fiorentina, sua buona intima e compiacente amica. In alcune carte del Vittoriale sono poi conservate le disposizioni date dal poeta ai suoi collaboratori per giocare al lotto: preferiva il terno secco, soprattutto sulle ruote’di Firenze, Milano e Venezia. In genere, giocate tra le 60 e le 100 lire. E fu proprio con un terno secco che nel 1927 vinse altre 80.000 lire, utilizzate per organizzare un sontuoso banchetto con le sue dame al Vittoriale.

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