“Zero maggio a Palermo”, il libro (per me) introvabile di Fulvio Abbate

Share

(di Tiziano Rapanà) Cosa provate quando perdete un libro? Non ditemi che non vi sia mai capitata una sciagura del genere? Non fatemi passare per il cretino che perde libri. Forse esagero a parlarvi di sciagura, avrei dovuto definirla una piccola quanto detestabile seccatura. Ma le cose non cambiano, ho perso un libro e non riesco a ritrovarlo. È una tortura! Sto girando per le stanze, sto trovando di tutto: L’uomo comune di Pino Caruso, I saggi di Bacone, l’autobiografia di Leo Sanfelice, con tanto di carinissima dedica di Leo che raccomanda la mia anima a padre Pio. C’è tanto ben di Dio, il romanzo incompiuto di Umberto Saba, Ernesto, un libro di riflessioni sull’amore carnale di Franco Califano, ma di Zero maggio a Palermo di Fulvio Abbate nemmeno l’ombra. Eppure ero convinto di averlo lì di fronte a me, accanto ad un libro di interviste di Roberto Gervaso ed un giallo di Scerbanenco. No, non c’è. Ma com’è possibile? C’era. Era lì, piccolo e pronto all’uso nell’agevole edizione di Baldini e Castoldi Avevo visto, su Youtube, alcuni video di Pack il nuovo canale di Fulvio Abbate, che dopo vent’anni ha deciso di chiudere l’esperienza di Teledurruti. Tanti personaggi affollavano questa nuova esperienza televisiva, dal solito Bobo Craxi a Red Ronnie. Mi era venuta voglia di rileggere il suo esordio letterario, che tanto mi era piaciuto. Nel frattempo, continuo le mie ricerche: davanti a me ho il terribile La donna leopardo di Moravia e l’avvincente Il compagno di Pavese. Spero di non essere costretto a mettere a soqquadro la casa. Anche perché in famiglia non è apprezzata questa mia improvvisata caccia al tesoro. La ricerca mi spinge a riflettere sulle ragioni che mi hanno portato ad amare questo romanzo. Una storia sui bei tempi andati dell’adolescenza comunista a Palermo, negli anni settanta. Dove la sezione del partito è il luogo dei sogni, delle speranze di fare la rivoluzione. Ho adorato l’atmosfera sognante che permea tutto il romanzo. C’è la magia, quella vera, della narrazione che rende interessante anche il dettaglio insignificante. L’autore non fa mica l’errore di sir Thomas Malory, che racconta le vicende di re Artù con la creatività di un impiegato del catasto. Eh no, in Zero maggio, la fantasia impera sull’ordinario. Abbate costruisce le piccole vicende del romanzo, con una cura della messa in scena invidiabile. Una messa in scena che mi ha fatto dono di un mondo letterario affascinante e inconsueto. E per la letteratura di quegli anni e soprattutto per la disprezzabile letteratura di questi anni. Ho voglia di rileggere questa perla e prima di tutto ho voglia di ritrovarla per ritrovare le emozioni che hanno accompagnato la mia lettura. Spero che queste lodi sperticate vi abbiano ingolosito e spinto a voler tentare di leggere questo primo libro di Fulvio Abbate, che potete ordinare in libreria o prendere via e-commerce nella nuova edizione della Nave di Teseo.

tiziano.rp@gmail.com

Share
Share