L’ allenatore perdente che non ha saputo gestire il purosangue Francesco Totti

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di Cesare Lanza

L’ennesima sconfitta di Spalletti: pretendere una Roma senza Totti

Il Pupone ha un carattere difficile, è vero, ma è fra i più grandi calciatori italiani della storia. Il tecnico toscano invece lo tratta come un ragazzino. Privando lui (e noi) del giusto tributo: un finale di carriera tra gli applausi

«Se tornassi indietro, non verrei mai ad allenare la Roma», questa è l’ultima sciocchezza esternata da Luciano Spalletti, a proposito del campionissimo, da lui incompreso, Francesco Totti. Sulla spudoratezza di quest’allenatore, non ho più parole. È straordinaria la sua abilità dialettica. Da una parte si propone come una sorta di maestro e studioso del calcio, parla con insopportabile supponenza, come se tenesse una lectio magistralis universitaria. Ma sappiamo tutti che il risultato di un match calcistico può dipendere da un ciuffo d’erba, da un rigore mal concesso, da un pallone fuori dalla porta di qualche centimetro… Per altro verso, è formidabile nella scaltrezza con cui riesce ad attribuire le colpe delle sconfitte sempre agli altri, e comunque in qualsiasi situazione a concedersi il ruolo della vittima. Il risultato è che, salvo in Russia, non ha vinto mai niente. Il caso Totti è esemplare, dice tutto. Intendiamoci: conosco bene Francesco, ha un bel caratterino, è un giocatore freddo, sornione e astuto. Nel calcio come nella vita. E anche a poker. Quando Spalletti venne per la prima volta ad allenare la Roma, anni fa, confidò a un amico comune, che puntualmente mi riferì il suo sfogo: «Come posso allenare una squadra in cui Totti mi dice al mercoledì o al giovedì se può e vuole giocare? Al venerdì o al sabato in quale ruolo preferisce schierarsi?». Non so se la confidenza fosse puntuale ed esatta, ma è verosimile. Tuttavia, Spalletti oggi dice che non tornerebbe indietro, ma nel 2016 accettò con entusiasmo l’incarico, e sapeva bene che nella Roma lo aspettava un certo Totti e che attorno al suo nome c’erano intrecci e problemi. Nella gestione del caso, l’allenatore toscano ha mostrato tutti i suoi limiti umani, tecnici e psicologici. Non ha capito, l’anno scorso, che Totti era ancora un protagonista prezioso, decisivo, perla squadra. Un errore tecnico fondamentale. Sul piano umano, basta confrontare il suo comportamento con quello di altri allenatori, alle prese con campioni scomodi. Helenio Herrera fingeva di non ascoltare, in allenamento, gli insulti di Mariolino Corso. Di recente, Massimiliano Allegri ha mandato a quel paese e messo fuori squadra Leonardo Bonucci, colpevole di atteggiamenti impropri e sgarbati (pretendeva di decidere le sostituzioni, al posto dell’allenatore). E Carlo Ancelotti, forse il più bravo, certo il più simpatico di tutti? Franck Ribéry, nel Bayern, strepitava a male parole, uscendo per una sostituzione indesiderata: Carletto lo abbracciò e gli diede un bacio in fronte, facendogli gli auguri per il compleanno. Un incidente polverizzato in 3 secondi. Cosa ha fatto, invece, e cosa avrebbe dovuto fare Spalletti? Ha provato a mortificarlo, espellendolo dalla squadra. Poi è stato obbligato, a furor di popolo, a recuperarlo. E Totti lo ha salvato, l’anno scorso, segnando goal decisivi. A quel punto, l’irascibile Luciano ha fatto marcia indietro, si è battuto il petto, ha chiesto venia e ha proclamato – incredibile, inattendibile – la sua stima e l’amicizia per Francesco. Una figura ridicola. E contraddittoria. Quest’anno, lo ha di nuovo umiliato in tante occasioni, consentendogli di giocare varie partite, importanti, solo per una decina di minuti, poco meno, poco più. A risultato acquisito. Per coinvolgerlo nelle sconfitte? Non si tratta così un purosangue! E anche domenica sera, sulla base di una vittoria scontata, 4-1, sul Milan, non ha consentito a Francesco – applauditissimo perfino dai tifosi avversari – di scendere in campo: neanche per quei pochi minuti, nella ultima possibilità del campione di giocare sul prestigioso campo meneghino. Cosa avrebbe potuto e dovuto fare, Spalletti, se fosse un bravo comandante di un gruppo? All’inizio della stagione, era semplice, prendere Totti da parte e dirgli: «Francesco, è chiaro che non hai più la resistenza fisica per giocare una partita intera, a 40 anni. Mettiamoci d’accordo: ti farò entrare in campo, in qualsiasi momento, quando mi dirai che te la senti e sarà il momento opportuno». Oppure, avendo gli attributi, avrebbe potuto dichiarare ufficialmente che non si sentiva più, come allenatore, di schierare ancora Totti in campo come titolare e, di conseguenza, rinunciare alla sua presenza in squadra. Invece, facendo un passo avanti e due indietro, ha estenuato tutti: pubblico, dirigenti, compagni di squadra, mass media. Solo Totti non è riuscito ad estenuare. Perché, come ho detto e ribadisco, Totti è sornione: l’anno scorso ha incassato in silenzio, poi aveva dato un’educatissima ma esplosiva intervista al Tg1 (si noti la finezza, non a una qualsiasi rubrica sportiva, ma al giornale più seguito) per esprimere la sua insoddisfazione, infine è tornato a subire e incassare in silenzio ogni mancanza di rispetto. Il pubblico, non solo romanista, è con lui. Per parte mia, come ammiratore quasi assoluto di questo straordinario astro del football, ho solo un’osservazione critica e perciò ho scritto «quasi». In qualche intervista Totti avrebbe potuto esprimere il suo riconoscimento ai compagni e il desiderio che il pubblico, sempre in visibilio per lui, applaudisse anche la squadra. Oggi tutti dicono che questo è il suo ultimo campionato e che darà presto un addio ufficiale. Francesco, grande pokerista, tuttavia tace. Concludo con due speranze. La prima, che Spalletti possa essere presto sostituito da un allenatore più esperto, più sensibile, più coerente. La seconda, che Totti, anziché accettare di ammuffirsi con un ruolo fittizio di dirigente, giochi ancora per un anno almeno, per quei pochi minuti in partita che il cuore e i muscoli gli consentiranno. Sarebbe sempre un incanto, per noi spettatori.

di Cesare Lanza, La Verità

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