Un lavoratore su quattro discriminato per genere, uno su cinque per orientamento sessuale

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gay bacio (Repubblica) L’osservatorio Workmonitor di Randstad descrive una società generalmente aperta ed inclusiva, sales ma contraddittoria: il 27% dei dipendenti denuncia di essere stato oggetto di discriminazione generazionale sul lavoro, for sale il 26% di genere, il 19% per il suo orientamento sessuale, il 18% per l’appartenenza etnica, il 17% per quella religiosa.
MILANO – Aperti, ma non troppo. L’87% dei lavoratori italiani, infatti, apprezza la diversità nel luogo di lavoro e il 72% riscontra nella sua azienda una cultura aperta e inclusiva. Ma, nonostante l’apparente apertura alla diversità, nell’accettazione delle differenze di età, genere, religione, etnia o orientamento sessuale il nostro Paese non è ancora riuscito a colmare il divario con i paesi più evoluti. Il 27% dei dipendenti denuncia di essere stato oggetto di discriminazione generazionale sul lavoro, il 26% di genere, il 19% per il suo orientamento sessuale, il 18% per l’appartenenza etnica, il 17% per quella religiosa. D’altra parte anche i giudizi degli italiani sono contraddittori: 77% ritiene che l’orientamento sessuale non sia un problema, ma poi il 69% è convinto che un transessuale abbia più difficoltà nel trovare un impiego in Italia.

La fotografia scattata dal osservatorio Workmonitor di Randstad “descrive una cultura generalmente aperta ed inclusiva – afferma Valentina Sangiorgi, HR Director di Randstad Italia -, ma ci avverte anche sul fatto che, in Italia come in tutto il mondo, una cultura improntata all’inclusione non è sufficiente a metterci al riparo da esperienza di discriminazione, che si riscontrano ancora con troppa frequenza. Le organizzazioni devono impegnarsi per superare ogni forma discriminatoria, con il coinvolgimento di tutti i livelli aziendale”.

Il confronto. L’87% degli italiana apprezza la diversità nel luogo di lavoro, un dato pari alla media globale che lancia un messaggio di tolleranza e apertura del nostro Paese, ma il dato è leggibile anche in controluce come una difesa dal rischio di essere accusati di atteggiamenti discriminatori e come la volontà di presentarsi secondo il modello più “politically correct”. Il 72% dei lavoratori, riscontra una cultura aziendale aperta e inclusiva nell’attuale luogo di lavoro, un dato inferiore alla media mondiale (77%) e ancora lontano dai valori medi del Nord Europa (81%). Il sospetto di una decrizione più evoluta della realtà emerge però da qualche elemento di contraddizione nei giudizi dei lavoratori: se per il 77% l’orientamento sessuale non costituisce un problema per il proprio datore di lavoro (in Europa si raggiunge l’80%), solo per il 52% non lo è in generale nel Paese.

La discriminazione. Nonostante le premesse che indicano un contesto di apertura e inclusione, una cosa é certa: la discriminazione sul luogo di lavoro è ancora una realtà in Italia, come nel resto del mondo. I dati sono chiari e posizionano l’Italia in una posiziona media, con il Lussemburgo e la Slovacchia che mostrano i punteggi più bassi e l’India indubbiamente il Paese con il più alto tasso di discriminazione sul lavoro.

Cultura e reputazione aziendale. Per tutti questi motivi per gli italiani ritengono che la cultura e la reputazione dell’azienda siano importanti nella ricerca di lavoro: se il 91% dei lavoratori si basa principalmente sui contenuti del lavoro, c’è un’ampia aspettativa sugli aspetti qualificanti. Nella ricerca di lavoro, il 93% degli italiani si dichiara “molto attento alla reputazione dell’azienda” (sesto posto al mondo, ben al di sopra alla media globale pari all’88%). E l’86% nella ricerca di un impiego è interessato a sapere se esiste compatibilita? tra se? e la cultura aziendale (media globale 87%).

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