Tim, ecco gli ostacoli per la rete unica

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La Borsa festeggia (+3,9%). E Gubitosi assolve il governo: “No interferenze su Kkr”

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Il progetto di una rete unica parastatale in fibra piace al mercato, che ci crede, e premia Tim con un rialzo del 3,99% a 0,38 euro. A spingere il titolo, anche la previsione positiva sul debito: «Miglioreremo il nostro obiettivo, portandolo entro il 2021 sotto i 18 miliardi», ha promesso l’ad Luigi Gubitosi in conference call con gli analisti.

Tuttavia, è lastricata di ostacoli la strada da qui al 31 agosto, data fissata dal cda del gruppo tlc per definire l’intesa con Kkr e delineare quelli che Gubitosi ha definito «i principi e le linee temporali» della rete unica. Del resto è lo stesso Gubitosi ad ammettere che «ci sono voluti 8 mesi per trasformare un’idea con Kkr in un progetto e, realisticamente, non ci si può aspettare un deal sulla rete in poche settimane».

Assolvendo di fatto l’esecutivo, che martedì ha bloccato l’offerta del fondo americano per la rete secondaria di Tim, ieri Gubitosi ha chiarito agli analisti «di non aver percepito una interferenza, ma qualcosa di positivo». D’altra parte, l’ad di Tim punta a giocare un ruolo da protagonista nella partita e ha spiegato chiaramente che il gruppo «vuole detenere una quota superiore al 50% – e quindi di maggioranza – della società che controllerà la rete unica». Una questione che sicuramente renderà la trattativa con il grande storico competitor, Open Fiber (che fa capo per il 50% a Cdp e per l’altro 50% a Enel) piuttosto complicata. L’ad di Enel, Francesco Starace, ha infatti sempre dichiarato di non essere contrario alla costituzione di una rete unica, purché non verticalmente integrata. In soldoni, «deve essere una infrastruttura terza, indipendente, anche di Stato, ma non verticalmente integrata con chi opera nei servizi e contenuti della telefonia». Se mai si riuscisse a mettere d’accordo le parti su questo punto ci sono poi altri numerosi nodi da sciogliere.

Il primo è un problema di Antitrust. Tim ritiene irrinunciabile mantenere la maggioranza di controllo della rete, ma sia l’Agcom (Autorità di garanzia per le telecomunicazioni), sia l’Agcm (Autorità per la concorrenza e il mercato) si sono già espresse pubblicamente in senso contrario. Inoltre, le sinergie non si vedono, perché le due reti sono profondamente diverse, i problemi regolamentari da affrontare per unire le due società notevoli, e le strutture organizzative perfettamente duplicate. Secondo Elisabetta Ripa, ad di Open Fiber, in questa fase, con le regole appena modificate per riaccelerare la posa della fibra «qualsiasi operazione di fusione o acquisizione bloccherebbe le attività e gli investimenti che Open Fiber sta realizzando. Il risultato sarebbe un ritardo». E a farne le spese sarebbe il digital divide italiano.

Quale governance avrebbe poi la società? Gli azionisti in campo sono tanti e di peso: Cdp, Enel, Vivendi, Elliott; Iliad e Poste hanno accordi con Open Fiber. Ricordiamo, inoltre, che sul tema, Vodafone ha un’opzione che le consente di raggiungere il 15% del capitale azionario di Open Fiber, nel caso di un cambio di controllo. Chi chiama in causa la rete unica come essenziale per creare un campione nazionale dimentica, poi, che ci saranno comunque altre reti di telecomunicazioni (come Eolo o Linkem). Infine, l’operazione ha anche una forte connotazione politica visto che proprio il fondatore del M5s Beppe Grillo ha apertamente dettato la linea al governo sul tema, ordinando la nazionalizzazione. Un diktat che la componente pentastellata dell’esecutivo intende seguire e che, come detto, non dispiace ai competitor di Tim. Per ora, l’unico argine è il ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, tutt’altro che entusiasta di dover consolidare nuovo debito pubblico.


Ilgiornale.it

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