Intanto però il mondo accademico prendeva le sue contro misure. L’università della California a Berkeley ha rimosso un sistema di video conferenza prodotto da Huawei, mentre il campus di Irvine ha sostituito cinque componenti di fabbricazione cinese della tecnologia audio e video utilizzata. Anche l’Università del Wiscosin si è mossa in questo senso, rivedendo la lista dei fornitori delle proprie attrezzature tecniche. E così hanno fatto l’università del Texas e la Stanford University.

Ma il colosso cinese non deve essere visto solo come un fornitore di tecnologia. Diversamente, in questi anni ha partecipato ai programmi di ricerca di molte istituzioni accademiche, sotto forma di sponsor ed elargendo finanziamenti. In seguito alle accuse di Washington e alle preoccupazioni per la cyber security, alcune di loro hanno dichiarato di rinunciare ai fondi di questi colossi cinesi, come l’università di California a San Diego. Una tendenza che non è rimasta confinata all’interno degli Stati Uniti. In Gran Bretagna, la Oxford University aveva annunciato nel gennaio scorso che per il momento non avrebbe accettato altre “donazioni filantropiche” e “finanziamenti alla ricerca” da parte di Huawei.

Al di là dei rischi percepiti, questa presa di distanza del mondo accademico americano è giustificata anche dalla necessità di non perdere risorse finanziarie pubbliche. Lo scorso agosto infatti, è stato approvato il National Defense Authorization Act (Ndaa), che obbliga le realtà che percepiscono fondi federali a non usare tecnologie di telecomunicazione, servizi di video registrazione e attrezzature di rete prodotti da Huawei e Zte. Una black list che include anche altri fornitori cinesi di tecnologia, come Hikvision, Hytera e Dahua Technology.

Marco Cimminella, Business Insider Italia