Manager, flop del tetto agli stipendi. Lo aggira una società pubblica su tre

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Troppe falle nella legge: il limite di 240mila euro annui è un bluff

GOVERNO VARA DEF, <a href=thumb PIL 0,7%. 10 MLD SPENDING CONTRO IVA” width=”300″ height=”200″ />ROMA, 2 MARZO 2016 – TETTO con il trucco per i super compensi dei manager pubblici. Era aprile del 2014 quando il governo Renzi varava la cosiddetta ‘norma Olivetti’: un amministratore delegato – si diceva – può guadagnare al massimo dieci volte la busta paga di un suo dipendente. Tra le pieghe della normativa – il primo passo del decreto legge risale addirittura al governo Monti nel 2011, con i tagli imposti dalla spending review – sono immediatamente fioccate le eccezioni a questo principio moralizzatore. Ad uscire dal perimetro dei vincoli sono state prima le aziende quotate e, poi, le società che, per finanziarsi, hanno deciso di mettere sul mercato strumenti finanziari, come le obbligazioni. Il risultato è che oggi, dopo un paio d’anni, il ministero guidato da Pier Carlo Padoan si ritrova in pancia azioni di una trentina di partecipate. Di queste, sono quasi dieci, una su tre, quelle che (legittimamente) sforano il limite dei 240mila euro lordi all’anno. IL TETTO, insomma, vale solo per i più sfortunati. E, con l’ondata di privatizzazioni in arrivo, questo fenomeno è inesorabilmente destinato ad allargarsi. Basta scorrere l’elenco delle società partecipate dal ministero dell’Economia per comprendere l’entità del bluff. Tutti i pezzi più pregiati nelle mani del Tesoro obbediscono a regole di mercato e non hanno l’obbligo di rispettare i vincoli per le retribuzioni fissati dall’esecutivo. Una precisazione: parliamo di tutte cifre lorde. Tanto per cominciare, sono tagliate fuori tutte le società quotate: Enel, Eni, Finmeccanica, Poste. Così, l’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi, nel 2014 ha incassato compensi per 3,3 milioni. Mentre quello di Finmeccanica, Mauro Moretti è arrivato vicino agli 1,5 milioni. Francesco Starace, ad di Enel, nel 2014 ha totalizzato 2,2 milioni di euro di emolumenti. Nel caso di Poste, invece, è stato lo stesso ad Francesco Caio a dichiarare il suo compenso: 1,2 milioni all’anno. Ma Caio non è il solo a percepire stipendi così pesanti. MOLTE delle società non quotate, infatti, se la sono cavata utilizzando un secondo privilegio: la legge, a ben vedere, esclude anche i soggetti che hanno emesso «strumenti finanziari quotati in mercati regolamentati» e le loro controllate. Questa previsione taglia fuori il gruppo Ferrovie dello Stato per intero, da Trenitalia, che gestisce il servizio passeggeri, fino a Rfi, che si occupa della rete. Stesso discorso per Cassa depositi e prestiti: la spa del risparmio postale non è quotata ma opera sul mercato con emissioni di obbligazioni che, stando all’ultimo bilancio, le consentono di versare al suo amministratore delegato, Fabio Gallia, ogni anno oltre 820mila euro, parte variabile inclusa. L’emissione di bond, però, riguarda anche Enav, l’ente di assistenza volo che, quindi, fa eccezione a sua volta, in attesa della prossima operazione di privatizzazione. Ma il caso più clamoroso è quello della Rai. Viale Mazzini, poco meno di un anno fa, ha collocato sul mercato il primo prestito obbligazionario della sua storia: in questo modo tutto l’ultimo giro di nomine si è tranquillamente svolto al riparo dalla furia dei tetti per gli emolumenti. Così per Daria Bignardi, approdata di recente alla guida di Rai Tre, indiscrezioni danno per superato il tetto di 240mila euro. Mentre per il direttore generale Antonio Campo Dall’Orto ci sarebbe una busta paga pesantissima, da 650mila euro. Oltre il limite dovrebbe andare anche la presidente Monica Maggioni, intorno ai 300mila euro. Facendo qualche conto, allora, una società del ministero del Tesoro ogni tre ha trovato scappatoie. A rispettare il tetto sono praticamente solo i fratelli minori, società come Consip, Invimit, Sogei, Eur spa, Invitalia. Anche se nei prossimi anni questo perimetro potrebbe progressivamente allargarsi: la moda delle obbligazioni, infatti, potrebbe coinvolgere altri. VOCI su una possibile emissione di bond, ad esempio, hanno toccato l’Anas, passata sotto la guida di Gianni Armani, notoriamente a caccia di strade per potenziare l’autonomia finanziaria della sua società. Ma non solo. L’ampliamento della rete di quotazioni del Mef potrebbe liberare la strada a nuovi super stipendi. Per chiudere il cerchio, poi, c’è da citare un ultimo fenomeno: quello delle partecipate degli enti locali. I tetti agli stipendi valgono anche per loro che, però, li applicano controvoglia. Il fenomeno degli sforamenti è noto ed è stato più volte segnalato dalle sezioni regionali della Corte dei conti. Fotografarlo è molto difficile, vista la riluttanza di questi soggetti a rendere noti i compensi dei loro amministratori. Per loro la norma Olivetti è, più che altro, un fastidio.

di MATTEO PALO, Quotidiano.net

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