Primo maggio dominato dalle polemiche: per 600mila italiani è una normale giornata lavorativa

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La liberalizzazione degli orari di apertura dei negozi, varata nel 2011 in piena crisi, inizia a essere messa in dubbio. I sindacati sono contrari, come sfavorevoli sono i piccoli commercianti, già travolti dall’avanzata della Gdo. Un disegno di legge è pronto, ma chi lo vara?

Gli addetti alla ristorazione, così come tutto il comparto dei fuori casa, deve lavorare

Era tutto chiuso il primo maggio fino a qualche anno fa. Certo qualcuno lavorava, ma erano in pochi. Le trattorie, qualche bar e tutti coloro che bene o male non potevano fare altrimenti, medici, infermieri, benzinai, taxisti, farmacisti, vigili del fuoco e così via a cominciare dai servizi pubblici essenziali. Ma la Festa del Lavoro non era certo una giornata per fare shopping, ordinare la cena a casa, fare la spesa. Se ti eri dimenticato di acquistare il pane e il latte dovevi attendere il giorno dopo. La cena, se avevi il frigo vuoto, la facevi in trattoria o con fave e pecorino, vendute da qualche contadino lungo la strada. Non è più così. Siamo nell’economia H24, globalizzata, figlia della legge che ha liberalizzato le aperture, ma anche della gig economy, dove orari di lavoro e diritti poco contano visto che i tanti giovani e meno giovani che ti portano la cena a casa sono considerati, almeno fino a oggi, “operatori indipendenti”. E i lavoratori eseguono: se il centro commerciale li chiama a lavorare il primo maggio non è che puoi dirgli di no. Se lo fai è a tuo rischio e pericolo.

Va bene così? No. I commercianti (i piccoli di Confcommercio) non sono tanto d’accordo. Denunciano che la deregulation ha già portato alla chiusura di 90mila piccoli esercenti. E nemmeno i sindacati sono a favore della deregulation, a inziare dalla Cgil. “Tenere i negozi aperti il 25 aprile e il primo maggio credo sia profondamente sbagliato – ha dichiarato la segretario generale Susanna Camusso – e non si capisce perché non si possa riconoscere a tutti coloro che non sono ai servizi essenziali, di partecipare a iniziative e manifestazioni che rappresentano feste civili importanti, la liberazione, la Festa del lavoro e il 2 giugno”. Dello stesso parere la Fisascat-Cisl, che ribadisce la forte contrarietà alle aperture degli esercizi commerciali sdoganate a partire dal 2011 con l’approvazione del decreto “Salva Italia” voluto dal governo Monti. Varato in un periodo di forte crisi voleva rilanciare i consumi e far ripartire l’economia, ma oggi qualcuno inizia a chiedersi se non sia il caso di rivederlo. E oltre ai sindacati, anche i piccoli esercizi commerciali, già colpiti dall’arrivo della grande distribuzione organizzata, sono contrari. “Quel decreto – spiega Pierangelo Ranieri segretario generale Fisascat-Cisl – non ha sortito l’effetto sperato sugli aumenti di fatturato delle imprese, ma ha generalizzato una concorrenza spietata e ampliato le vertenze nel settore del commercio”. L’invito dei sindacati è allo sciopero, che già s’è fatto sentire in alcune catene commerciali soprattutto al Nord per il 25 aprile e che potrebbe ripetersi il primo maggio in Toscana, Lazio, Puglia, Sicilia Liguria, Lombardia, Piemonte, Emilia Romagna e Puglia. Un disegno di legge per cambiare le aperture dei negozi liberalizzate è pronto, ma è fermo in un Senato che per ora è immobilie.

Gli italiani che andranno al lavoro comunque ci saranno. Secondo la Fipe, la Federazione italiana pubblici esercizi, saranno oltre 600mila gli addetti al lavoro tra bar, ristoranti, stabilimenti balneari, locali da ballo e in generale tutto il comparto del fuoricasa. E se si aggiungono tutti gli altri, compresi i professionisti o gli operatori che da sempre lavorano anche la domenica, si arriva a cinque milioni di italiani, secondo i calcoli della Cgia di Mestre. Per loro più che una festa sarà un giorno come un altro, anzi forse più faticoso del solito.

Barbara Ardù, Repubblica.it

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