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LE SEDUTTRICI
Bellezza, l’ultima risorsa nella caccia ai voti


inviato a BRESCIA e UDINE SLOGAN elettorale dettato dal presidente del Consiglio al candidato sindaco di Brescia: «Forza Viviana, fagliela vedere!». «Lì per lì non me ne sono accorta. No, davvero. Me l’ha fatto notare un mio amico. Hai sentito cos’ha detto Berlusconi? Ho pensato a una gaffe. Un errore. Involontario: avrebbe potuto dirlo anche di un uomo. Ne ho parlato in casa, con mio marito Enzo, con i parenti. Mi hanno detto: ma quale gaffe? Ma quale errore? L’ha fatto apposta. Io non saprei. Se fosse stato La Russa non avrei dubbi. Berlusconi, non saprei...». L’ha fatto apposta. E non venite a dire che il sesso non c’entra. Che la bellezza è secondaria. Che l’aspetto fisico cosa volete che conti. Le candidate del centrodestra a Brescia e in Friuli Venezia Giulia, per le elezioni del 28 maggio, non sono state scelte a caso. Berlusconi è venuto a incoronarle entrambe. E non si è tenuto. A Brescia ha imperversato: «Viviana Beccalossi è più brava che bella. Il contrario di Rosi Bindi!». Al Castello di Udine, con Alessandra Guerra, è successo di tutto. Fuori di sé dall’orgoglio per la vittoria politica, Bossi ha presentato la sua pupilla al premier con uno slancio apparso eccessivo per un ministro della Repubblica alle Riforme istituzionali. «I ‘a toca’ le tete» mormorano, un po’ scandalizzati un po’ divertiti, i leghisti giuliani. Insomma, ancora una volta gli uomini non sono stati all’altezza delle loro donne. Che valgono, davvero. Si assomigliano anche, e non solo negli occhi chiari. Sono vicepresidenti della loro Regione. Sono giovani ma fanno politica fin da piccole. Hanno ereditato la passione dai padri: la Beccalossi figlia di un militante missino che dipingeva vedute del lago di Garda, la Guerra di un leader autonomista che fondava movimenti per la difesa della cultura friulana. Hanno bambini piccoli per cui hanno rinunciato a Montecitorio, staff femminili per la campagna elettorale, e rivali maschi difficili da battere, che seppelliscono con parole durissime. Sono conservatrici, tradizionaliste, cattoliche, antiabortiste; legate alla terra, all’agricoltura (la Beccalossi è pure assessore regionale), al Volkgeist e al folklore: musica, scrittori, cantanti, dialetti delle loro parti. Spiccato accento regionale. Sono due destrorse vere. Nello stesso tempo, accattivanti. Sanno muoversi. La Beccalossi, ad esempio. Intanto ha cambiato lo slogan di Berlusconi: «Guarda negli occhi il futuro di Brescia». Anche questa è un’allusione, agli occhi azzurri in primo piano nella foto sui manifesti, firmata Bob Krieger. «E’ la stessa dell’altra volta, però. Odio farmi le foto». L’altra volta è stato due anni fa. Memorabile campagna elettorale di coppia, in elicottero: Vivi e Dani, la bionda e la bruna, la Beccalossi e la Santanché. Se ne inventarono di tutte. Padrino, Gnazio La Russa («non devono fare colore, devono fare politica. Po-li-ti-ca»). «Andremo nelle stalle con i tacchi a spillo!» annunciò la Santanché. Fatto. E altro. Alla fine furono elette entrambe. Per sfinimento. Al proporzionale di Lombardia 3, circoscrizione ritenuta impossibile. «Ma sono andata alla Camera solo per votare la fiducia al governo, perché me l’ha chiesto il presidente Fini. Poi ho lasciato il posto a Daniela» racconta la Beccalossi. Né ha preso casa a Milano. Va e torna in treno. La sera si occupa di Giovanni, il figlio di cinque anni e mezzo, il giorno di Roberto «Wandissima» Formigoni, di cui è vice («ma quando si va in tv lui passa venti minuti più di me in sala trucco» confidò lei una volta). Mamma tedesca. Marito imprenditore (fabbrichetta di essenze). Padre missino. Viviana si iscrive al Fronte della Gioventù il 10 settembre 1985, giorno del suo quattordicesimo compleanno, e due anni dopo al partito, che a Brescia non va oltre il 3,5%. «Erano gli anni in cui cominciavamo a uscire dal ghetto. Ma per papà e i suoi amici era stata dura. Mi raccontavano di Piazza della Loggia, del clima di sospetto, degli anni in cui non si poteva uscire di casa. Io però non ricordo. Avevo 3 anni». Ora, 31. Partita in salita, contro il sindaco uscente, con la Lega che fa le bizze e va per conto proprio. Poi i sondaggi sono risaliti. Strano duello, un postcomunista contro una postfascista, nella città bianca del cattolicesimo progressista, dei Papi e dei banchieri, di Montini e di Bazoli, del virtuoso Martinazzoli e del pragmatico «Attila» Prandini, ossessionato dalla gelosia («possibile che ogniqualvolta Martinazzoli fa una pisciatina - si sfogava - finisce sulla prima pagina dei giornali?»). Di tutti questi signori la Beccalossi non sa molto. «Prandini, che essendo dell’Udc in teoria dovrebbe appoggiarmi, ha detto in un’intervista di non conoscermi. Neanch’io conosco lui. Martinazzoli ce l’avrò contro. Un personaggio. Di lui si parla molto in città, si raccontano un sacco di storie. Per Brescia però ha fatto pochino. Il sindaco Corsini è un cattocomunista che ama apparire. In questi giorni poi è tutta un’inaugurazione. Nastri tricolori dappertutto. Ha inaugurato pure una pista ciclabile di 200 metri; dieci pedalate ed è già finita. A casa ho una lavatrice nuova e un tricolore, potrebbe inaugurare pure quella». Il tricolore è anche qui, nella sede di An, in periferia, vicino all’ospedale. Foto di Fini, «il presidente» dice lei. La Russa, «Ignazio», in carne e ossa. La parola d’ordine, spiega il capogruppo alla Camera, è una sola, categorica e impegnativa per tutti: «Vincere!». E vinceranno. Forse. «L’entusiasmo sta crescendo in modo esponenziale - assicura la Beccalossi -. Posso farcela». Distintivo della Leonessa (associazione sportiva) all’occhiello, gode dell’appoggio di viticoltori (crediti ai giovani e più vigneti Doc e Docg), pescatori (ha concesso la licenza gratuita a minorenni, pensionati e handicappati), cacciatori (appoggia la campagna per prolungare la stagione). «Sono una sportiva. Palestra, jogging, tennis. Motociclette. Di nascosto dal marito e dall’ortopedico: ho avuto tre fratture multiple alle gambe». Rieccoci: le gambe. «La Guerra ha le gambe lunghe e gli occhi da cerbiatta» disse Bossi per illustrarne le doti. «E’ una che buca il video, le basta un passaggio in tv per spostare centinaia di elettori» garantì il segretario leghista Zoppolato. «La candidata sarà Alessandra perché è bella» sintetizzò Roberto Caldaroli detto Pota, vicepresidente del Senato. La Guerra si secca molto: «”Lei cosce, lui testa”. Il Piccolo lo scrive tutti i giorni. Una vergogna». Lui è Riccardo Illy, candidato dell’Ulivo. «Illy ha un curriculum da Vip. Io vengo da Buja, dalla campagna, dal popolo» sorride lei tra il malizioso e il maligno. Ha dovuto combattere, racconta. Quattro volte in giunta, presidente del Friuli per 18 mesi tra il ‘95 e il ‘96, «fatta fuori, ora lo posso dire, da Saro, ex socialista passato con Forza Italia». Stavolta Saro ha fatto una sua lista, poi l’altra sera si è affacciato al ristorante dove la Guerra cenava con il ministro Tremonti e un gruppo di imprenditori, ma non l’hanno fatto entrare. Si è potuto accomodare Tondo, presidente uscente di Forza Italia, venuto a fare pace («la vita continua» sospira come chi ha subito un lutto ma si sta riprendendo). La Lega ha imposto la Guerra e ora si gioca molto. I sondaggi della Swg la danno staccata da Illy, così come davano in vantaggio Cacciari su Galan. Finì diversamente, e l’Ulivo comincia ad avere paura, dopo aver pensato di vincere elezioni amministrative difficilissime, in città e regioni dove il centrodestra parte con un forte vantaggio. Quarant’anni a luglio, studi in seminario, laurea in storia dell’arte con Vittorio Sgarbi, ora candidato contro di lei (ma è ancora possibile un accordo), marito ingegnere, due figlie - Emilia di 11 anni ed Elena che ne ha appena compiuto uno -, la Guerra è il volto migliore della Lega. Non greve, non volgare, ma profondamente legata alla tradizione e alla conservazione: la croce di Aquileia al collo, i libri di Sgorlon, le arrampicate in montagna, il beato D’Aviano difensore della cristianità, la polka saltata alla austriaca, le guardie anticlandestini, le feste celtiche con fuochi epifanici e lancio augurale del cidulis o ruota di legno infuocata, gli assegni alle mamme dal secondo figlio in sù, il dialetto anzi la lingua, ostile e cattiva, l’unica in cui ciao non si dice ciao (bensì «mandi»). Il leader verde locale Puiatti l’ha accostata a Isabella la Cattolica. Altri, più modestamente, alla Pivetti. Che lei detesta, la considera fredda, superficiale. A lei non piacciono «le ragazze sole in discoteca, gli uomini usa e getta, le spinte eccessive per l’emancipazione che hanno costruito donne tutte lampada e palestra». L’hanno definita la leghista dorotea, «ma io non mi sono mai tirata indietro. Ho messo le mie camicie verdi, magari di raso, ma le ho messe». Ha sostenuto la secessione e non se ne è pentita, si sente «rivoluzionaria, anche se non è tempo di rivoluzioni. Ma la storia va da quella parte». Ha incontrato Haider e non le è piaciuto, «c’è qualcosa di poco chiaro in lui». Non è facile che un uomo le piaccia, soprattutto i politici: «Non mi guardano mai negli occhi - ha detto di loro -, quando mi parlano si torcono le mani, poi finiscono a cena e discutono per ore senza decidere». E’ stata presidente della Conferenza Stato-Regioni e ministro degli Esteri del governo padano. Può diventare un personaggio simbolo, o restare tutta la vita in Friuli. Come vorrebbe lei. Nella casa-torre del ‘400, quattro piani di scale, a Tricesimo, con le finestre che danno a Nord sulle Alpi, a Est su Cividale con il tempietto longobardo, a Sud verso Udine e la pianura friulana, «regione ponte, crocevia di popoli, il patriarca di Aquileia e l’imperatore Ottone, lo scisma dei tre capitoli. L’Irlanda d’Italia». VIVIANA BECCALOSSI E ALESSANDRA GUERRA, PROTAGONISTE DELLE PROSSIME ELEZIONI AMMINISTRATIVE

La Stampa 28/4/2003