La favola delle scarpe di Totti
di GABRIELE ROMAGNOLI
Ci dev'essere, da qualche parte in Indonesia, Vietnam
o Sri Lanka, un bambino di dieci anni, sfruttato e malpagato, che ha
improvvisamente scoperto il sapore della felicità. Ha mal conciato una
tomaia, stracucito un calzino e alè, è successo l'imprevedibile: i puponi
viziati si son messi a piangere, il più costoso giocattolo in circolazione
si è rotto ed è caduta, perfino, l'ultima vera dittatura mondiale, quella
dello sponsor, improvvisamente convertito ai valori della libera scarpa in
libera Europa.
Il re è nudo, con le vesciche ai piedi. Che bella favola sarebbe, se
soltanto potessimo crederci.
C'erano una volta ventidue uomini che giocavano a pallone. Se uno si
faceva male, cercava di resistere. Se non si era fratturato un pèrone,
andava a fare lo zoppo all'ala e qualche volta si rendeva pure utile.
Adesso entrano in campo una trentina di "galacticos" che fanno meraviglie
nelle pause pubblicitarie e pena dal vivo, poi escono e accusano scarpe e
calzini. "Smettiamola prima di renderci ridicoli", ha detto Nesta, ma è
stato uno dei suoi rari interventi tardivi. Erano già cominciate le
comiche. Totti si era lamentato perché "gli sembrava di giocare sulla
sabbia bollente", ossia la situazione che ha formato schiappe come Pelè,
Garrincha e Zico. Panucci aveva rivelato la tortura subita da un "filo di
cotone spesso", fiabescamente sensibile come la principessa sul pisello.
Dispiace prendersela con questi ragazzi.
Per tre motivi. Primo: sparare su Beckham e i suoi fratelli è diventato
uno sport di massa. Secondo: anche così, fai loro pubblicità. Terzo: non
si sarebbero convinti di essere altro che calciatori se centinaia di
migliaia di persone non avessero comprato i loro libri e sottolineo la
parola libri. Ma questi prìncipi sulla vescica rischiano di declinare al
ribasso la parola "campioni", incarnandone il significato secondario di
"esemplari". L'esempio che danno è già ampiamente diffuso: si possono
assumere molte cose, ma non la responsabilità. Non si dice: "Non ero in
giornata", "Ho sbagliato", "Farò meglio alla prossima". Si parla di
rossore ai talloni, invece. E non ce n'è neppure bisogno. Quando l'Under
21 di Gentile le ha prese dalla Bielorussia, usando gli stessi calzini, ha
tenuto la testa bassa e l'ha rialzata insieme con la Coppa. Forse l'ha
vinta anche per quello.
Qui, invece, siamo già all'alibi, che come sport nazionale è pari al
calcio. Una partita che doveva essere vinta con la testa è stata preparata
badando piuttosto alle acconciature e l'esito infelice viene imputato non
alla scarsa bontà dei piedi, ma a quella delle calzature. Esistono molte
autorevoli teorie su quale momento abbia segnato la fine del calcio come
era stato immaginato: il gol di Turone, le luci di Marsiglia, la sentenza
Bosman. Nel novero va fatta rientrare anche la stagione in cui
improvvisamente apparvero scarpette bianche, rosse, grigio metallizzato,
spostando l'attenzione dall'atleta all'accessorio, avviando il percorso
che avrebbe reso l'atleta stesso accessorio, sostegno a cui appendere
divise, occhiali, un orecchino di qua e un cellulare di là, una valletta
sotto un braccio e sotto l'altro un libro, il suo. Se oggi possiamo
credere che il rendimento di un calciatore dipenda da quel che indossa,
siamo alle soglie di una controrivoluzione copernicana, di un ribaltone
ontologico per cui l'essenza è determinata da ciò che l'avvolge o, invece,
ci siamo rimbambiti e, dopo essere precipitati dalla scarpa di Kruscev a
quella di D'Alema, ora vogliamo scavare sul fondo e filosofeggiare su
quella di Totti.
Così non è, perché non crediamo né alle polemiche né
alle favole. Non c'è nessun bambino felice in Indonesia (lo sponsor non ne
usa più, vero?), non ci sono fili a manovrare le mosse di Panucci, questo
non sarà il migliore dei mondi possibili e la predeterminazione (specie se
contrattuale) può avere parte nelle cose, ma abbiamo abbastanza libero
arbitrio da scegliere che cosa metterci ai piedi. Non c'è l'eternità a
disposizione, ma centottanta minuti sì, per dimostrare che l'essenza non è
l'apparenza e uno scarpino non fa uno scarpone.
(La Repubblica 16 giugno 2004)