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I libri del  Corriere della Sera e di Repubblica

Biblioteche promosse dai quotidiani

"L´insostenibile leggerezza dell´essere" di Kundera ha sfiorato il milione di copie Nessun editore se la sente oggi di affrontare costose riedizioni dei romanzi ottocenteschi La riforma universitaria pesa soprattutto sulla diffusione dei classici In Italia non è mai esistito un grande pubblico frequentatore delle librerie, ma ci sono stati molti bestseller di qualità
 

PIETRO CITATI
 

Vista questa sfiducia degli italiani nelle librerie, Il Corriere della Sera e Repubblica hanno messo in vendita un romanzo alla settimana insieme al giornale del mattino. L´iniziativa ha avuto successo: trentacinque milioni di copie vendute in un anno. Sembra che, di colpo, tutti i lettori impauriti si siano risvegliati da un torpore secolare, precipitandosi dal loro giornalaio di fiducia, a piazza Ungheria, a via del Tritone, a Corso Umberto, a Tor Pignattara, a Tor Bella Monaca, come se possedere un libro fosse sempre stato il più grande desiderio della loro esistenza. Le collane dei tascabili non hanno subito effetti troppo negativi: mi parlano di un calo del cinque per cento nelle vendite. Gli acquirenti delle edicole sono dunque, in gran parte, dei lettori nuovi. Prima non avevano mai posseduto una biblioteca. Ora, seguendo le scelte dei giornali, comprano a prezzo modico, per loro e i figli, una piccola collezione con i romanzi più noti del XX secolo.

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Negli anni tra il 1940 e il 1950, esistevano due modi per possedere una biblioteca. Il primo era la biblioteca di famiglia. A quattordici anni, un ragazzo borghese si ritrovava talvolta tra una moltitudine di libri. Era abbandonato a se stesso, davanti a migliaia di volumi accumulati dal tempo, che venivano dai diversi rami della famiglia, formando un caos incomprensibile. Nelle lunghe ore d´inverno, quando studiare era disgustoso, non si poteva andare in bicicletta, e gli amici erano alla partita di calcio, egli si trovava solo tra i libri. Non ne conosceva i nomi. Padre e madre si occupavano poco delle sue letture. Allora lui saliva sulle scale della biblioteca, frugava nella polvere, si inerpicava tra romanzi russi, drammi di Shakespeare, volumi di storia, di filosofia, di religione, d´arte, di psicologia. Il ragazzo aveva l´impressione di muoversi nel bosco colorato ed echeggiante del mondo. Molti ricordano quella sensazione di curiosità, ebbrezza, sbigottimento, paura, divertimento, onnipotenza. Non c´era più tempo, spazio, né paese. Il ragazzo era solo, i libri gli parlavano con la loro voce muta, sebbene egli non potesse ancora comprenderne i significati.
Il ragazzo senza biblioteca di famiglia comprava i libri con i suoi pochi risparmi. Aveva molte ispirazioni: un romanzo di padre Bresciani contro la massoneria, scoperto in un baule della cantina: l´articolo di un giornale: un titolo affascinante: una lezione ascoltata a scuola, nel dormiveglia: una storia della letteratura italiana meno sciocca delle altre: le parole di un amico più grande: le dichiarazioni di una vecchia aristocratica lesbica che, nel 1958, condannò Lolita per pornografia; le parole di un professore che gli spiegava l´arte minoica e micenea... Qualsiasi suggerimento era buono. Giorno dopo giorno, la piccola biblioteca cresceva, figlia del caso, del capriccio e del divertimento.
Molti ragazzi stanno formando, in questi mesi, la loro biblioteca personale con le indicazioni del Corriere della Sera e di Repubblica. Questa volta (a differenza di mezzo secolo fa) il giovane non sceglie. Viene guidato (talvolta in modo eccellente) dai giornali, nei quali egli nutre maggiore fiducia che nei professori di liceo, nei professori di università e nella famiglia. Il suo futuro non è più nelle sue mani e nel caso. Un´autorità misteriosa e senza volto decide il suo gusto, il suo presente, il suo futuro: qualcosa di delicatissimo e di intimo, quasi più intimo di un amore giovanile.

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I lettori e gli editori italiani hanno un´immagine troppo positiva dell´editoria americana, inglese e tedesca. Essa ha molti meriti, ma molti difetti. In primo luogo, rinchiude intere parti della letteratura in veri e propri ghetti. In Inghilterra e in America esiste un´eccellente editoria di cultura: libri su Omero, Sofocle, Virgilio, il Medioevo, la Cina, l´Induismo, la letteratura inglese, scritti con dottrina, leggerezza ed eleganza. Ma le case editrici ritengono che sia più proficuo stampare questi libri a quattrocento, ottocento e mille copie ad altissimo prezzo, quasi tutte destinate alle biblioteche, piuttosto che affrontare l´avventura del mercato. La stessa sorte condanna edizioni fondamentali, con testo, traduzione e commento, della Metafisica di Aristotele, o della Anatomia della Melanconia di Burton, o, in Francia, la famosissima collezione delle Belles Lettres. Dopo un anno questi libri sono esauriti, e non verranno mai più ristampati.
Certo, questi volumi sono raccolti nelle eccellenti biblioteche americane ed inglesi, e ciascuno può consultarli, e talvolta leggerli. Ma coloro che hanno male alla schiena, coloro che preferiscono leggere a letto, in poltrona o in giardino, coloro che desiderano possedere i libri, non amano andare alla British Library, o alla Bibliothèque nationale, o alla Biblioteca del Congresso. Il risultato è pauroso. Mentre la cultura moderna pretende di accogliere tutte le voci e le idee, cancella quasi completamente una parte della cultura del passato e del presente. Omero, che gli americani hanno riscoperto, non c´è più: Aristotele, non c´è più: Burton, che ha compreso le forme della malinconia, non c´è più; i classici sono aboliti, a causa della legge democratica e tirannicissima di un mercato immaginario.
In Italia, non è mai esistito un grande pubblico di lettori: ma, almeno fino a pochi anni fa, esisteva un numero di buoni lettori forse superiore a quello inglese, francese e tedesco. Non saprei dire quanti siano, chi siano, come si formino, come si sviluppino, come comunichino tra di loro, come muoiano e rinascano. Credo che siano persone stravaganti, professori, banchieri, avvocati, impiegati, molte donne, non pochi studenti poveri, e naturalmente moltissimi tassinari. Tutti sono curiosi ed attenti, capricciosi, mutevoli, pronti a prendere il tram e l´autobus appena viene annunciato un libro che li appassiona.
Voglio fare qualche cifra. L´insostenibile leggerezza dell´essere di Milan Kundera (Adelphi), un testo di straordinaria raffinatezza intellettuale, ha venduto novecentocinquantamila copie: mentre i libri di Kundera, negli Stati Uniti, vendono di solito ventimila copie. Giobbe di Joseph Roth (Adelphi), uno scrittore quasi sconosciuto in lingua inglese e francese, centottantamila copie: Le nozze di Cadmo e di Armonia, un arduo racconto di mitologia greca, di Roberto Calasso (Adelphi) duecentotrentasettemila copie. Le poesie di Giuseppe Ungaretti (Mondadori-Meridiani) più di centomila copie: quelle di Emily Dickinson (Meridiani) diciottomila: l´Odissea in sei volumi, con testo greco, apparati critici, traduzione, millecinquecento pagine di commento, settantaduemila copie (Fondazione Valla-Mondadori): Il signor Mani di Abraham Yehoshua, scrittore noto solo in Israele e in Italia, settantacinquemila copie (Einaudi). Ancora più straordinarie mi sembrano le quattordicimila copie della Mistica ebraica (Einaudi), perché comprende i testi religiosi più incomprensibili che siano mai stati scritti. Quando parlavo di queste vendite ai miei amici francesi ed inglesi, dicevano: «Questo, da noi, non è possibile. Come siete fortunati».
Conosco le obiezioni che verranno affacciate. Nessuno o quasi nessuno, a quanto si dice, legge Kundera, Emily Dickinson, Calasso, l´Odissea commentata, la Mistica ebraica. I lettori comprano questi libri, perché ne parlano i giornali, li sfogliano rapidamente, e poi li mettono in biblioteca, dove conosceranno l´eterno silenzio e l´eterno abbandono. Mi sembra un´obiezione sciocca. Ogni vero libro suscita una vasta irradiazione, che si diffonde nello spazio e nel tempo, raggiunge ogni paese e classe sociale, affascinando persone che lo capiscono in piccola parte. I ciabattini, gli artigiani del legno e della pietra, i venditori d´ortaggi, i tessitori, i contadini, i mendicanti e i viandanti d´Italia dal quattordicesimo al diciottesimo secolo conoscevano a memoria la Divina Commedia, l´Orlando Furioso e la Gerusalemme liberata, colorando il loro linguaggio di parole dantesche e tassesche. Forse non comprendevano Dante e Tasso. Ma forse lo comprendevano assai meglio di quanto Saverio Bettinelli comprendesse Dante e Galileo Galilei La Gerusalemme liberata. Come I Vangeli, la letteratura ha questo di straordinario: spesso è nascosta ai potenti, ai professori, ai buoni lettori, mentre si rivela agli umili, agli indotti, ai viandanti, ai frequentatori di edicole, a tutti coloro che non sanno scrivere e non leggono mai le note.
Negli ultimi anni, i nostri buoni lettori sono diminuiti: come rivelano i recenti dati sulle vendite dei libri belli o di cultura. Oggi, un successo come quello della Leggerezza di Kundera, o della Odissea in sei volumi, o delle Nozze di Cadmo sarebbe impensabile. Non so cosa sia accaduto: forse in parte i buoni lettori sono morti di vecchiaia, in parte sono rimasti affascinati-ossessionati da Silvio Berlusconi. Inoltre, la Riforma della Facoltà di Lettere e Filosofia ha quasi distrutto il sistema dell´adozione dei testi. Mentre un tempo era lecito proporre Duby, o Vernant e Detienne, o Huizinga, o Mazzarino, o tutta la Divina Commedia o quattro libri ben commentati dell´Odissea, oggi a nessun universitario che segue un "modulo" viene consentito di studiare, in due mesi, più di duecentocinquanta pagine stampate. Ciò significa che uno studioso di filosofia antica non deve leggere mai, in nessun caso e per nessuna ragione, l´intera Repubblica di Platone. Se la leggesse tutta intera, invece che riassunta o masticata o tagliata o a pezzettini, perderebbe la salute fisica e l´equilibrio mentale: così, almeno, pensa la Riforma Berlinguer.
Ormai i grandi romanzi dell´Ottocento interessano a pochi, a meno che li impongano i giornali. Nessun editore ragionevole oserebbe affrontare le edizioni dei romanzi di Tolstoj e Dostoevskij, accompagnate da redazioni abbandonate e da varianti, che cinquant´anni fa pubblicò Sansoni. Intanto diecimila persone hanno acquistato avidamente le opere di Paul Celan (Meridiani): un grande poeta, di cui poche centinaia di persone, in Italia (e forse in Germania), sono in grado di comprendere la lingua e i procedimenti mentali. Ma questo non deve meravigliarci. Oggi una parte dei lettori non vuole possedere libri, leggerli e capirli. Vuole numen, aura: Celan, Emily Dickinson, Hölderlin hanno numen, mentre Tolstoj e Flaubert non l´hanno più, almeno per ora. Per alcuni, i libri sono diventati profumi, che si percepiscono col naso: lampi, che colpiscono e acciecano la mente, senza che noi dobbiamo comprenderli.

"La Repubblica" 9-1-03