LJUBA ROSA,
UNA VITA ROMANTICA E TRAGICA

 



di Cesare Lanza 

 

        Ljuba Rosa Rizzoli, una delle donne più belle e corteggiate, più ricche e chiacchierate del nostro tempo, mai propensa ad interviste e a parlare di sé, acconsente a rispondere ad alcune domande su una vita straordinaria, caratterizzata dal lusso sfrenato e da una mondanità spesso impudica, da errori e vizi, da amori clamorosi e memorabili imprese nei casinò e infine (se può esistere la parola fine, con Ljuba) segnata da una tragedia non superabile, il suicidio della figlia, Isabella.

        Vive a  Montecarlo e in giro per il mondo, come capita. Senza programmi. E’ stanca, lucida. Lieve e drammatica, come sempre. E, inaspettatamente, autocritica.

        “Ho vissuto una vita senza vie di mezzo,  piena di eccessi. Oggi ho pochissime nostalgie. Ho sciupato tanto. E niente mi è mai  stato facile, comunque.”

        - Prova a guardarti indietro: cosa vedi? 

        “ Momenti di felicità e di allegria che si accavallano con le illusioni, tante delusioni, e poi tutto scompare, sommerso dalla mia tragedia, fino a  un dolore incolmabile. Ridere e piangere: forse non ho fatto altro nella mia vita.”

        - Dicono che ci vorrebbe Dostoevskij, per raccontarti: sei drammatica, complicata.

        “ Al fondo, io mi considero una persona semplice, perfino timida. Ma è vero che mi sono subito, e sempre, trovata di fronte a situazioni più grandi di me. Spesso non sono stata capace di affrontarle. Ho sbagliato tanto.”

-         Proviamo a  mettere ordine. Cominciamo dall’inizio: per esempio, da

questo nome esotico e un po’ misterioso, Ljuba Rosa.

        “ Tutti pensano che Ljuba Rosa sia il mio nome. Non è così. Rosa è il mio cognome da ragazza. E Ljuba non è il mio vero nome. All’anagrafe sono registrata come Maria Luisa. Ma sono sempre stata Ljuba, per tutti: un bel nome russo, che piaceva molto a mia madre... Vivevamo a Milano: se penso all’infanzia e all’adolescenza, vedo una famiglia quasi normale.”

-         Quasi, perché?

        “ I Rosa erano una famiglia agiata, con un’impresa importante. Macchine e utensili meccanici: nessun problema economico. Ma mio padre era un uomo possessivo, geloso fino alla morbosità. Terribile. Per fortuna ho avuto due bravi fratelli, Roberto e Orazio, che vivono tuttora. Ero viziata, coccolata. Mi chiamavano “cirimballuccia”.

        - E tu, com’eri?

        “ Fragile e timidissima. I primi ricordi risalgono a Salice Terme, dov’eravamo sfollati (io sono nata nel 1935) durante la guerra.  Quanta paura! La mamma, Zaira, era bellissima… Si temevano violenze, stupri.  Ricordo partigiani giustiziati, impiccati.  Immagini inquietanti, indimenticabili. Ma anche subito dopo la guerra, se mi ripenso da ragazza, ricordo molti problemi. Volevo fare l’attrice: l’idolo di tutti allora era Rita Hayworth, forse avevo una vaga rassomiglianza fisica. Un anno fui scelta per il concorso di miss Italia (a Cortina d’Ampezzo, vinse Marcella Mariani). Ma mio padre, la sera prima, per impedirmi di partecipare mi tagliò i capelli a zero. Quante lacrime… Ricordo lo stupendo vestito che avevamo preparato, tulle bianco, pizzi neri, spumeggianti.”

-         Ma perché tuo padre era tanto geloso?

        “ Forse per il mio fisico prepotente, che imbarazzava me per prima. Ho ricordi orribili. Studiavo  dalle suore agostiniane, un insegnante di anatomia mi fece violenza… Credo che questo episodio mi abbia rovinato la vita. Non voglio parlarne.”

        Ljuba riprende, dopo una pausa.

        “ Ricordo tanti problemi, sempre per la bellezza e l’invadenza del corpo. Era un vero supplizio, ogni giorno, andare e  tornare da scuola, a Milano: attraversavo piazza Risorgimento e Tricolore, camminando ingobbita, per nascondere il seno. Al mattino me lo bendavo, lo stringevo, per appiattirlo. Battute, fischi, oscenità per strada. E mio padre, geloso, sempre pronto a frenarmi. Un giorno conobbi Alberto Lattuada, che mi voleva per un film con De Laurentis e Ponti. E mio padre, inflessibile: no, no, no.”

        - Rimpianti? La tua vita sarebbe cambiata?

        “Io credo molto nel destino: tutto, secondo me, è prefissato. Il mio segno astrologico è il cancro, e senti un po’: mia mamma è nata il 27 giugno, anch’io il 27 giugno e anche mia figlia, Isabellina, un 27 giugno…”

         E’ la prima volta che il nome della figlia, Isabella, affiora nella conversazione. La voce di Ljuba si incrina. Dopo una pausa più lunga, prosegue.

         “Sì: penso che il destino sia scritto. E tutto spesso ricorre uguale, tormentoso. Per esempio, le mie storie sentimentali, sempre contrastate, sempre con uomini sposate: il primo vero amore fu per il giornalista Arturo Tofanelli, che aveva moglie e figli. La prima storia difficile, senza sbocco.”

         Sorride.

        “Ero una ragazzina. Mi piaceva andare a cavallo a San Siro: lì conobbi Ettore Tagliabue, che possedeva una grande scuderia, con il grande Ribot,  centinaia di cavalli di galoppo… Era pazzamente innamorato di me, e anch’io di lui. Un colpo di fulmine. Cominciò così: un  giorno, da principiante, ero caduta da cavallo e lui si fermò. “Bella tusa”,  mi disse in dialetto, “bella ragazza, rialzati e rimonta subito in sella: se no, non ci riproverai mai più.” Mi prese per i fianchi e mi risistemò a cavallo. Ci innamorammo in quel momento. Ma anche lui era sposato.”

-         Una vocazione per gli uomini sposati. Desiderio di sicurezza? Odio e amore

verso il padre?

        “ Penso sempre alla volontà del destino. Con Tagliabue fu una lunga storia che durò sette anni e mezzo. Vivevamo a Monza, in una grandissima villa,  con tutti i parenti. Una favola: lussi smodati, cavalli, viaggi nei luoghi più belli del mondo, servitù, feste, aerei privati, piscine enormi… Tutto grande ed eccessivo: come dire una vita alla Kashoggi, per scegliere un riferimento recente, comprensibile. Durò sette anni mezzo e di colpo finì.”

         - Perché?

        “ Tagliabue aveva una storia con una ragazzetta di strada, figlia di un uomo di scuderia, un  groum”, in gergo. Successe  come nelle commedie: un giorno torno in villa all’improvviso, leggo l’imbarazzo negli occhi dei camerieri, apro una porta e li trovo a letto, sul fatto, lui e questa puttanella…”

- Ehilà. Non è un termine esagerato?

“ Per me l’inganno fu un dramma. Una delusione insostenibile. Rimasi sconvolta

e ancora  adesso mi sento turbata e indignata, parlandone. Era la fine degli anni cinquanta.  Lo adoravo, Ettore Tagliabue. Ebbi crisi di nervi devastante, una lunga depressione atroce, fui ricoverata all’ospedale neurologico.”

        - Prova a fare un’analisi più distaccata: sono passati quarant’anni!”

        “ Certamente esplosero altri problemi, l’insoddisfazione per una vita piena di mancanze. Perché avevo tutto e niente. E c’era l’amor proprio. Ero considerata una delle donne più belle e desiderabili di Milano. Ed ecco questa ferita, inaspettata, inflitta alla considerazione che avevo di me. Reagii drammaticamente. Volevo morire. Durante tutta la mia vita ci sono stati, quasi sempre, pensieri di morte. Un lungo filo tenebroso. Invece mi curarono per 18 giorni, con la cura del sonno.  Ettore mi consolava: sei davvero stupida, diceva, è una storia insignificante. E oggi capisco che ero fuori dalla realtà. Ma, allora, uscii fuori di testa. Al neurologico pretesi due camere in più: sentivo, soprattutto, l’esigenza di staccare, fuggire da quel rapporto, da quella villa… E non ci ho mai più rimesso piede.  All’ospedale portai con me le cose a cui ero affezionata. Pensa un po’: la pelliccia, alcuni vestiti, gli oggetti cari, perfino la mia bicicletta. Una specie di cuccia in ospedale. Ora capisco quanto ero scema, proprio scemotta, immersa fino al collo in una certa dolce vita senza conoscerla né capirla cos’era, la vita.”

         - Solo eccessi?

         “ E tanta noia. Noia e indifferenza per la vita dorata. Le feste, le battute di caccia, le barche, i luoghi di vacanza per ricchi. Noia fino alla nausea.”

 - Non ti trovavi mai di fronte alle piccole difficoltà della vita, delle

persone normali.

        “ Mai.”

        - Crisi di nervi, angoscia, depressione… E poi?

       “ Mi guarì l’incontro con Andrea Rizzoli. Ci conoscemmo sul trenino che porta a Cortina d’Ampezzo. C’era il commenda, il vecchio Angelo: ma perché lei non fa l’attrice? - mi fa. Stetti al gioco, chiacchierammo un po’, poi all’arrivo vide che ero attesa dalla limousine di Tagliabue, capì chi ero e seppi che in seguito disse: ma cosa ci fa una ragazza così bella, con un cavallaro?  Loro erano i più grandi editori d’Europa.”

         Un’altra pausa, per disciplinare i ricordi.

         “ Andrea  è stato fondamentale per me, una svolta della mia vita. Successe a Venezia, io reduce dalla malattia ero ospite della mia più cara amica di sempre, Marina Volpi Cicogna. Lì rivedo Gaetano Greco Naccarato e altri amici, erano i giorni del festival del cinema… Altri tempi, altro mondo: a certe feste incontravi Paola di Liegi, Margaret d’Inghilterra, principi e potenti, gli uomini più ricchi del mondo. E Andrea Rizzoli mi propone: viene con noi a fare un giretto in Africa, col nostro aereo? Accettai e ci ritrovammo invece in  un casinò, a Montecarlo o Nizza, non ricordo.  E, poi, subito di ritorno a Venezia. Marina mi ammonisce: ma cosa combini, Ljuba, vai in giro con un uomo sposato, con figli? E io: Andrea mi ha detto che è libero, in ogni caso sarà un problema suo! Ma aveva ragione, eccomi di nuovo in una situazione difficile, criticata. All’interno di una vita spesso senza senso, vuota: mi vengono in mente solo i vestiti, ad esempio uno, bellissimo, di Schubert, per un ballo dei Volpi. E poi casinò e casinò, tanti casinò, a fianco di Andrea. A poco a poco  mi prese, irresistibile, il vizio del gioco di azzardo.”

- Perché?

        “ Non lo so. Una compensazione? Non voglio assolvermi e non  chiedo comprensione. Avevo, già allora, questa  fissazione di non voler vivere. E Andrea mi aiutò molto: era un uomo premuroso, severo. Mi educò. Non voleva che usassi profumi violenti, al ristorante pretendeva che mangiassi quello che avevo ordinato… Una figura paterna. E poi, come dicevo, la svolta. Nel ’63, mi accorgo che ero incinta: aspettavo Isabella. Uno choc! Ero convinta che fosse impossibile: i medici mi avevano detto che non potevo avere figli e invece, all’improvviso, ecco questa gioia immensa. Un altro segno del destino.”

       - Il destino di nuovo: perché?

      “ Pensavo di non poter avere figli e arriva la sorpresa, la felicità. Ma non sapeva quanto dolore, poi, sarebbe stato legato, a Isabella.”

        - La maternità, all’epoca, coincise con l’inserimento ufficiale nella famiglia Rizzoli.

        “ Non esattamente. La mia legittimazione, diciamo così, avvenne soltanto quando Andrea fu colpito da un  infarto: a quel punto, la famiglia ritenne che fosse giusto che io andassi ad abitare nel loro palazzo in via del Gesù, a Milano. Prima, con Isabellina, abitavo in una bella casa al Politecnico. E della vita in famiglia, con i Rizzoli, conservo ricordi bellissimi: le piccole abitudini e tradizioni familiari, quei nonni stupendi… A volte aspettavo nel letto della nonna, Anna, il ritorno a casa di Andrea, ch’era andato al “Clubino”, fino all’una di notte. C’era un rapporto sereno anche con Angelone e Alberto, nonostante di fatto io fossi andata ad occupare il posto della loro mamma, Lucia.”

        - E come sono, ora, i vostri rapporti?

        “ Il più affettuoso, quando capita – raramente -  di incontrarci, è Angelone. So che è rimasto molto traumatizzato dalla morte di Isabellina: ha portato a lungo il lutto.”

 E così è arrivato il momento, temuto anche da chi raccoglie l’intervista, di

parlare del suicidio di Isabella.  Dopo una lunga, interminabile pausa.

“ Come, cosa dirti? C’è un punto fermo: la mia vita è finita quel giorno. Non vivo

più. Mi guardo vivere, mi lascio vivere, ma è come se non ci fossi più. Magari fossi morta anch’io, quel giorno! Invece ho lottato per uno scopo che non so. Sono stata in cura da uno psichiatra a Marsiglia per sei mesi, poi ancora otto mesi… Per arrivare a cosa? Ancora oggi, dopo tredici anni, non so come difendermi dai ricordi. I ricordi sono feroci, sono più forti di tutto. Ho solo imparato a tentare di fare qualche opera di bene, pensando agli altri. Mi rimprovero di aver pensato assai poco agli altri, e poco anche a Isabellina. Fare bene agli altri: forse conta solo questo, nella vita. Per il resto qualsiasi cosa  vale un’altra cosa. Fuggo, cerco protezione: il mare, gli amici, il piccolo mondo di Montecarlo che conosco e mi conosce, dove tutti mi rispettano… dall’autista al cuoco del ristorante.  E il casinò, ancora tanto casinò: come terapia. Prima era un vizio,  adesso è una cura, per tenere i pensieri lontani da quel giorno.”

-         Debbo ancora chiederti: come successe?

        “ Era il 1987. Io avevo avuto degli incubi premonitori: sognavo sempre persone che volevano suicidarsi. E quel giorno – eravamo in casa solo io e lei, mia figlia – la casa mi sembrava una prigione, dissi ad Isabella: usciamo, andiamo a fare una passeggiata…”

- Com’era, Isabella?

        “ Fragile, sensibile.”

        - Aveva problemi di tossicodipendenza?

       Un’altra terribile pausa.

       “ Il problema non era questo. Non voglio usare la parola schizofrenia. Ma i medici dicevano che lei viveva in un mondo suo, astratto: probabilmente le mancava

la famiglia, che non c’era più, devastata dopo le vicende legate al Banco Ambrosiano e la morte di Andrea.  Isabellina voleva essere in pace col mondo, con tutti, cercava il consenso, l’affetto di tutti… Qualsiasi cosa spiacevole la impressionava terribilmente.

Gli eventi in tivu (un ricordo per tutti: il disastro di Chernobyl) la segnavano, la turbavano. Era in cura in una clinica, qualche volta uscire, quel giorno eravamo insieme…”

       Ljuba si ferma. E il cronista non ha il coraggio di incalzare. Quando riprende, la voce è scolpita nell’angoscia.

       “ Ci fu una coincidenza terribile.  Isabella guardava la tivu, un telefilm:  c’era

una scena in cui un ragazza si butta dalla finestra… Io subito spengo, con il telecomando. E le dico: usciamo, usciamo, Isabellina, andiamo al casinò a farci un black-jack, ne hai voglia? Mi stai vicina? E lei: sì, mami, va bene. Isabella va nel suo bagno, io nel mio… Le grido: cantiamo qualcosa, porta buono… La tengo d’occhio, ho le mie paure addosso. Me la ricordo davanti a me: bella, bellissima, pallida, stravolta… Mi dice: mi cambio anch’io, ci metto un attimo. Passano pochi istanti, la cerco, non la vedo. Grido. Dove ti nascondi, dove ti nascondi? Ho subito un presentimento in cuore. Forse si impazzisce così! Un dolore, un male, che non potresti augurare al peggior nemico. Corro in terrazzo, ricordo che urlavo, poi la lunga corsa giù per strada,  non ricordo altro, solo un ragazzo che chiamava la Croce Rossa e mi teneva lontana… E poi i medici all’ospedale. Mi dicono: Isabella si è liberata dai suoi mali… Liberata! Urlavo, urlavo...”

               Ancora una sosta: le parole si agggrovigliano e sono interrotte dai singhiozzi. Poi la voce ritorna pesante: calma, fredda.

               “Ho ereditato quei mali, i suoi mali, da Isabellina, in quel momento. E il tempo non passa mai. La mia vita è scissa tra ricordi, incubi, momenti di entusiasmo e di voglia di tornare a vivere, e indifferenza, indifferenza, verso tutto e tutti.  Non faccio niente che mi piaccia e se penso alla mia vita passata trovo pochissime cose che mi siano veramente piaciute. Non so se puoi capire. Vivo astrattamente: è come se fossi morta. I valori, i riferimenti non esistono più. Convivo con Isabella, come se lei fosse qui. Le parlo, la sogno. E’ una presenza continua.  Spesso vado a trovarla, a Milano, al cimitero monumentale dov’è sepolta: a fianco dei suoi nonni e di suo papà, la persona che amava di più al mondo…”              

 

               - Rimorsi?

               “Sì. Non avrei dovuto isolare Isabella in collegi di lusso. Lusso e sempre lusso. Ma questa era la vita: eccessi, eccessi. Ho avuto troppo e ho bruciato tutto. Ho vissuto in modo stupido.” 

-         Chi ti ha  aiutato?

“ Marina. Marina Cicogna mi ha aiutata a tornare a galla. E’

insostituibile. Se dovessi pensare che lei non esiste più per me, crollerei. E’ una donna forte, intelligente, generosa.”

              - Ma ora, di fatto, come vivi?

               “ A Montecarlo il mio riferimento è  un gruppo di emiri arabi, il sultano del Brunei, altri amici che mi hanno adottato, si prendono cura di me. Sono uomini semplici: dietro le loro immani ricchezze, la vita incredibile nei loro castelli, ci sono abitudini tranquille, familiari e altre sfarzose, smodate. Anche qui, per me, l’eccesso è la regola. Un giorno, con  loro, mi ritrovo a Parigi, un altro a Dubai.  Ricevo di continuo tanti inviti, da ogni parte del mondo: dico a tutti di sì, ma poi non vado quasi mai. Non certo per superbia o snobismo.  Ma perché cambio umore, all’improvviso. Come tutti i depressi, credo, mi aggrappo alle piccole cose. Vuoi sorridere?”

-         Dimmi.

         “ Per me, una piccola fissazione è cambiare ogni giorno le lenzuola di lino del mio letto. Mi dà una sensazione di benessere.”

            - Vorrei chiederti dei tuoi amori. Si favoleggia di tanti fantastici amori.

            “Relazioni amorose? Infinite. Devo fare un elenco? Pochissime cose significative. Ma avrai notato che ho fatto solo pochi nomi, quelli delle persone veramente importanti per me. Manca Roland: Roland Courbis. Questo ragazzo, ex calciatore, oggi allenatore, che mi ha tanto aiutato. Ora è un amico, ecco. Anche Roland, come Marina, mi ha aiutato a non morire. Oggi ha 48 anni, stiamo a lungo al telefono. L’amore, alla mia età, è una parola superata: c’è tenerezza, attenzione, non certo sesso.”

          - Ljuba, tra le dicerie che ti accompagnano, c’è anche quella che riguarda una propensione amorosa per le donne.

          “ Sciocchezzed. La diceria nasce dal fatto che ci sono mie amiche che amano le donne, forse qualcuna ha anche avuto dei pensieri su di me. Ma chiamiamo le cose col loro nome: non sono lesbica. Se lo fossi, lo direi. Che importanza avrebbe, adesso?”

-         E poi sei considerata una diavolessa, scatenata, del gioco. Questo è

innegabile anche se non  sarò certo io, a mal giudicarti.

“ Ti ho già detto.  Prima era un vizio e adesso è una cura. Io sono una donna

stretta dalle paure. Al gioco, davanti alla roulette, divento coraggiosa.”

        - Si dice che Andrea ti avesse regalato il casinò di Beaulieu, quasi come un giocattolo: ci rimetteva meno.

        “ Assurdità, come puoi crederci? Il gioco, all’epoca di Andrea, e anche di suo papà, era un divertimento snobe assiduo per i personaggi più illustri dell’industria e della finanza. Una sorta di club: ci ritrovavamo a Cannes, a Nizza, a Venezia: Attilio, Monti, Borghi, De Laurentis…”

- La tua vincita più forte?

“A Montecarlo una sera, durante le feste pasquali, uno dei miei numeri preferiti

alla roulette, l’8, si ripetè per cinque volte. E io lo avevo puntato per i limiti massimi: Regalai una villetta ad Andrea, a Cap Ferrat: lui mi dava tanto, io gli feci questa sorpresina…”

- E’ vero che ti sei  fatta togliere il fido, dal casinò di Montrecarlo?”

        “Bugie: abitando a Montecarlo, non ho bisogno di fido, porto con me i contanti che mi servono. Un plafond: finiti quelli, smetto.”

- Guardati ancora indietro: chi ha lasciato un segno, nella tua vita?

“ Ho conosciuto personaggi straordinari, importanti, a cominciare da Gianni

Agnelli. I più simpatici nell’ambiente del cinema… Alberto Sordi, Fellini e Giulietta.. Adoravo Walter Chiari. E Von Karajan, e Chagall che adorava il mio nome e ci invitava nella sua casa a Saint Paul de Vence. Molti sono morti. Mi sento sopravvissuta a un mondo che non esiste più.”

      - Il personaggio che ammiri di più, oggi?

“Senza dubbio, il Papa.”

-         E’ vero che stai scrivendo un libro sulla tua vita?

“ Ci stiamo provando da tre anni, con una mia amica, la giornalista e scrittrice

Milena Milani. Ma non è facile.”

- Fino a che punto apprezzi il denaro?

“Il denaro non ha importanza. Ma capisco che posso apparire ridicola. Nella mia

vita, non mi è mai mancato.”

- E cosa odi?

“La volgarità, le ingiustizie.”

- E se rinascessi…

        “Mi piacerebbe vivere in modo opposto rispetto a come ho vissuto. Mi piacerebbe essere una contadinella, mi vedo scalza, forse una montanara, a contatto con il cielo, gli alberi, i prati, gli animali.”

        - E gli uomini?

        “”Pochi, pochi uomini.”

 

Cesare Lanza