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Da che pulpiti

di Marco Travaglio
Guardiamoci negli occhi e diciamoci la verità: qualcuno, anche fra i più
acerrimi nemici e odiatori di Di Pietro, può davvero credere che il
linciaggio che sta subendo abbia qualcosa a che fare con la questione
morale? Non parlo naturalmente di Report, che non ha mai fatto sconti a
nessuno e non può certo essere associato a manovre di alcun genere. Non
parlo nemmeno degli house organ di B., che giustamente hanno sempre
individuato in Di Pietro il nemico pubblico numero uno del loro padrone
e da vent’anni tengono puntato il mirino nella stessa direzione.
Parlo dei cosiddetti giornali indipendenti, cioè dipendenti da banche e
grandi imprese, i cui capi entrano ed escono dalle patrie galere o
sarebbe ora che ci finissero. Se sparano a zero sull’ex pm per dargli il
colpo di grazia non è per i suoi errori, che ci sono, e sono enormi. Ma
per i suoi meriti. Negli anni di Mani Pulite la grande stampa lo
blandiva, nella speranza di trattamenti di favore per i propri editori,
che per fortuna non vi furono. Quando poi si affacciò sulla scena
politica, i giornaloni e i loro padroni tentarono di metterci il
cappello sopra per omologarlo, e ancora una volta ne furono delusi. Se
una cosa, in 14 anni di vita fra luci e ombre, l’Idv non ha fatto è
stato mettersi al servizio di qualche potere. I padroni del vapore
spingevano per l’amnistia? Di Pietro la fece saltare. Premevano per
l’inciucio in Bicamerale? Lui fu contro. Predicavano un’opposizione
“riformista”, cioè complice, al berlusconismo in nome della
“pacificazione”? Lui fece sempre saltare il banco: non si contano le
volte in cui il centrosinistra era pronto ad accordarsi con B. sulle
peggiori nefandezze, ma si fermò in extremis per paura di regalare voti
a Di Pietro. Chi ha trovato pavido il centrosinistra non sa quanto
avrebbe potuto essere peggiore senza il timore di “fare il gioco di Di
Pietro”.
Con tutti i suoi difetti ed errori, Di Pietro non s’è mai lasciato
omologare, anche contro il proprio tornaconto. Nel 2000 il
centrosinistra ricicciò Amato, l’uomo che sussurrava a Craxi, e lui solo
gli votò contro. Infatti fu espulso dalla Margherita ed estromesso
dall’Ulivo, che nel 2001 tracollò contro B. Negli anni dei girotondi,
lui in piazza c’era sempre, la nomenklatura sinistra mai. Nel 2002,
quando Flores d’Arcais organizzò il Palavobis per i 20 anni di Mani
Pulite, l’Idv diede un contributo fondamentale, mentre Violante metteva
in guardia gli elettori dal “festeggiare le manette”. Naturalmente gli
elettori parteciparono lo stesso, anzi a maggior ragione: tuttora, se
dipendesse da loro, il Pd si alleerebbe con Di Pietro e Vendola,
mandando Casini dove sappiamo. Ma, se nel ventennio berlusconiano Di
Pietro era un pericolo perché impediva al centrosinistra di inciuciare
con B., oggi che l’inciucio è cosa fatta (vedrete che delizia, nella
prossima legislatura) il pericolo per il sistema è doppio: se i cento e
più giovani di 5Stelle che invaderanno le Camere trovassero sponda in un
partito già strutturato all’opposizione irriducibile dentro il palazzo e
fuori, la miscela esplosiva potrebbe far saltare tutto.
Perciò il Corriere titola giulivo: “Di Pietro cade dal podio delle
virtù” (e il giornale dei Ligresti, Tronchetti, Marchionne, Mediobanca e
Mediobande è il pulpito ideale per insegnare le virtù). E gli house
organ della santa alleanza Pd-Casini-Vendola tripudiano per la “fuga” di
alcuni deputati Idv, noti frequentatori di se stessi. Solo Grillo,
l’altro leader non omologabile, con un atto di generosità e non certo di
convenienza, ricorda i meriti del Di Pietro di ieri e anche di domani
candidandolo al Quirinale. Naturalmente è una provocazione. Ma almeno,
con Di Pietro sul Colle, se Mancino avesse chiamato per aggiustare il
suo processo, si sarebbe beccato una pernacchia. Anzi, forse non avrebbe
nemmeno osato telefonare.
IL FATTO QUOTIDIANO, 02-11-12
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