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OBAMA SCONFITTO DA ROMNEY IN TV
Un presidente nell'angolo
 
di Sergio Romano
A giudicare dai sondaggi, oracoli delle società moderne, Mitt Romney è
stato molto più convincente di Barack Obama. Ma non è chiaro se la
maggioranza degli americani abbia creduto al suo programma o abbia
soprattutto apprezzato la sua recitazione. La politica è sempre stata
spettacolo e l'agorà fu, sin dagli inizi, un palcoscenico. Ma la
democrazia di massa, il suffragio universale, la personalizzazione del
potere, la televisione, i riflettori puntati sul volto dei contendenti e
i tempi assegnati dall'arbitro ai loro interventi hanno trasformato il
confronto delle idee in una gara in cui i giocatori vengono giudicati
per il loro stile, la prontezza dei riflessi, la capacità di alternare
fermezza e ironia, l'efficacia di una battuta usata come un colpo di
fioretto.
Obama è uno straordinario oratore. Il suo primo successo politico
nazionale fu il discorso che pronunciò alla Convenzione del Partito
democratico il 27 luglio del 2004: una commovente combinazione di
ricordi familiari e di idealismo americano. Il genere in cui eccelle è
quello delle disquisizioni accademiche, appreso e praticato lungamente
sulla cattedra dell'Università di Chicago. Ma preferisce parlare a una
platea e non essere interrotto. Romney invece è disteso, rilassato,
spontaneo. Le sue numerose gaffe sono il sottoprodotto di un'oratoria
più affabile e naturale.
Sulle cose che faranno i due avversari non hanno detto alcunché di
nuovo. In una diversa sede, di fronte a un centinaio di persone, il
rigore di Obama sarebbe stato più convincente degli argomenti con cui
Romney ha sostenuto che i ricchi sono tanto più bravi, nell'interesse
del Paese, quanto meno vengono tassati. Ma di fronte a una platea
composta da milioni di elettori la sua ricetta è parsa migliore di
quella dell'avversario. La partita, tuttavia, non è finita. Molti
spettatori si chiederanno a mente fredda per quale dei due contendenti
convenga davvero votare e vi saranno ancora due dibattiti durante i
quali Obama farà tesoro della lezione che gli è stata impartita a
Denver. Ma non dovrà dimenticare che lo scontro televisivo per la Casa
Bianca è ormai la versione moderna del giudizio di Dio. Non è un
fenomeno recente. Si dice che Richard Nixon abbia perduto la sua gara
contro Kennedy, nel 1960, perché i riflettori avevano spietatamente
rivelato che sul suo volto vi era «l'ombra delle cinque del pomeriggio»,
quel velo nero che resiste alla più accurata delle rasature.
Al di là di queste riflessioni sulla politica come teatro, il duello di
Denver sembra dimostrare che Romney, dopo una campagna impostata su temi
che piacevano alla destra repubblicana e al movimento del Tea Party,
vuole ora conquistare i voti del centro moderato. Quando annunciò che il
candidato alla vice-presidenza sarebbe stato Paul Ryan, irriducibile
avversario dei programmi sanitari di Obama, Romney parlava a tutti
coloro per cui il presidente è un pericoloso socialista. Di qui al
giorno delle elezioni, invece, dovrà parlare a chi non è necessariamente
schierato da una parte o dall'altra. Sono questi gli elettori che
decideranno il risultato dell'elezione. Per loro, probabilmente, i dati
economici non sono meno importanti dei duelli televisivi. Se la politica
monetaria della Federal Reserve (acquisto illimitato di titoli di
credito a tasso zero per favorire la crescita) continuerà a segnalare
qualche progresso, forse Obama ha ancora qualche possibilità di restare
alla Casa Bianca.
CORRIERE DELLA SERA, 05-10-12
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