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Quando la Bomba ritorna a farci paura

di Vittorio Zucconi
Credevamo di averla esorcizzata o almeno rinchiusa nella cripta degli
incubi di una generazione, ma l’arma della fine del mondo è sempre con
noi. Quella Bomba che torna ad allungare la propria ombra sul nostro
tempo, proiettata oggi dall’Iran, non potrà essere mai “disinventata”.
La sera del 6 agosto 1945, quando esordì nella storia polverizzando
Hiroshima, il presidente americano Harry Truman «ringraziò Dio» per
averla «data a noi invece che ai nostri nemici». È una tragica ironia se
oggi coloro che la vorrebbero, e forse la stanno producendo, invochino
di nuovo il nome di un Dio che somiglia a quella divinità che uno
sconvolto Robert Oppenheimer, guardandola esplodere, definì «il
distruttore di mondi».
Dalla “Jornada del Muerto”, come si chiamava il deserto del New Mexico
nel quale esplose il prototipo, alla cruda illustrazione dei progressi
iraniani fatta da Benjamin Netanyahu alle Nazioni Unite, la “Bomba” è il
filo rosso, il fiume di lava sotterraneo che da ormai quasi settant’anni
lega la nostra storia e corre sotto la crosta delle tante, piccole
guerre, senza eruttare. L’umanità, dopo averne visti gli effetti su due
città giapponesi, aveva capito, come tutti i “War Games”, le
simulazioni, avevano dimostrato, che nessuno può vincere una guerra
atomica. Ma la tentazione dell’onnipotenza che il possesso dell’atomica
genera è stato più forte della ragione.
Quell’arma che anche Albert Einstein implorò Franklin Delano Roosevelt
di costruire, nel 1939, prima che ci riuscisse Hitler, si è diffusa come
una pestilenza che nessun Trattato anti-proliferazione, nessun accordo
fra i primi detentori, Usa e Urss, nessuna agenzia internazionale sono
mai riusciti a circoscrivere. Se ora i rottami dell’Unione Sovietica e
gli Stati Uniti hanno ridotto la demenziale quantità di testate dal
picco di 60mila raggiunto alla fine della Guerra Fredda a un totale —
pur sempre insensato — di 10mila totali, il “Club Atomico” ha continuato
ad accogliere nuovi e sempre più instabili membri.
La “Bomba” è da tempo negli arsenali di Cina, Francia e Regno Unito, le
sole tre nazioni, oltre a Russia e Usa, autorizzate a possederne. Ma ne
hanno a dozzine l’India e il Pakistan, con i vettori balistici necessari
per lanciarle, Israele, molto probabilmente la Corea del Nord e, se il
premier israeliano ha ragione, fra meno di un anno anche l’Iran.
Tentarono di produrla, o di acquisirla, la Siria del vecchio Assad, la
Libia di Gheddafi e l’Iraq di Saddam Hussein, prima del 1991. Di fronte
al gonfiarsi del fiume di lava radioattiva sotterranea, e ai rivoli che
affiorano dalla crepe della crosta, aperte sempre e naturalmente per
“legittima difesa” secondo i proprietari, oggi fa quasi tenerezza
rivedere le immagini, e rivivere i ricordi, dei decenni nei quali noi
tutti “figli dell’Atomica” siamo cresciuti. I filmetti di propaganda
internazionale e interna prodotti dal Pentagono e dall’Agenzia per
l’energia nucleare americana riflettono prima il sussiego della potenza
che si credeva monopolista della Bomba nel nome di Dio e poi raccontano
il panico, di fronte alla scoperta che appena quattro anni dopo
Hiroshima e Nagasaki, esplose nel 1949 “Pervaya Molniya”, il “Primo
Fulmine”, la copia di “Fat Boy”, l’ordigno che annientò Nagasaki.
Nei cartoni animati proiettati nelle scuole, negli uffici, nelle
fabbriche americani, bambini e adulti erano invitati dalla tartaruga
Bert a fare come lei, a cercare rifugio, in mancanza di guscio, sotto i
letti, i banchi, le scrivanie. “Duck and Cover”, abbassati e copriti,
divenne la colonna sonora per milioni di americani cresciuti nella
certezza che i “rossi” volessero annientarsi. Duecentoventi modelli
diversi di rifugi anti-atomici, da semplice cassoni individuali foderati
di piombo a mini- bunker di cemento armato che padri di famiglia con la
vanga e madri alla betoniera costruivano in giardino, offrivano
l’effimera speranza di sopravvivere almeno per qualche giorno
all’attacco. Senza pensare a che cosa avrebbero trovato quando sarebbero
usciti. I più fortunati, fu detto all’epoca, sono quelli che moriranno
subito, in un attacco nucleare.
La psicosi da annientamento atomico fu il prezzo che l’Europa
occidentale, e l’America, pagarono come contrappasso alla propria
ritrovata prosperità. Attori nei panni di medici spiegavano che l’ansia
da bomba era “atomite”, una forma di paranoia che ingigantiva gli
effetti della radiazioni. Ammiragli spiegavano agli abitanti dell’atollo
di Bikini, dove fu testata la ancora più micidiale, prima bomba
all’idrogeno, che tutto era fatto per il loro bene. Nel documentario del
1982, Atomic Cafè si vede la sequenza commovente degli indigeni di
Bikini che se ne vanno, deportati su una nave della Marina americana
cantando in coro “You are my sunshine”, “Tu sei il mio sole”. Certamente
ignorando che quella bomba avrebbe raggiunto e superato la luminosità e
il calore proprio del Sole.
Fu dopo l’incontro fra Reagan e Gorbaciov, prima a Ginevra nel 1985
quando i due leader si appartarono soltanto con gli interpreti in una
casetta nel bosco e soprattutto a Reykjavik, in Islanda, dove Reagan
sbigottì il russo, e i propri generali, proponendo l’Opzione Zero, la
distruzione dell’intero arsenale, che la lava sarebbe tornata a scorrere
sotto la superficie. Finalmente si poteva esalare, dopo avere trattenuto
il fiato per quarant’anni, quando tre volte il mondo era arrivato a
pochi minuti dallo scenario Stranamore, dallo scontro nucleare.
Avevamo sfiorato il volto di Armageddon nella Corea dove lo stesso
Truman aveva ipotizzato l’uso di armi atomiche per fermare i cinesi,
prima di ripensarci e di licenziare in tronco il generalissimo MacArthur,
che insisteva. Lo vedemmo sogghignare nelle acque del Caribe nel 1963,
dove l’invasione americana di Cuba era già pronta, prima che le navi di
Krusciov invertissero la rotta, e gli americani ignoravano che reparti
sovietici sull’isola già possedevano piccole testate tattiche
antisbarco. Ai pezzi grossi della Casa Bianca erano già stati
distribuiti i “pass”, le chiavi magnetiche, per entrare nella caverne
predisposte sui monti Catoctin del Maryland. E pochi seppero che nel
1980, nelle ore della ribellione polacca che avrebbe demolito l’impero
sovietico, una manovra di routine delle forze Nato fu fraintesa dai
generali russi come la preparazione di un assalto in forze. La risposta
nucleare preventiva era già pronta, prima che una disperata spia russa
nel quartiere generale proprio della Nato a Evere, in Belgio, riuscisse
a convincere Mosca che erano soltanto manovre.
Per quasi vent’anni, dalla morte di Breznev nel 1982 al 2001, l’ombra di
Hiroshima era sembrata rimpicciolirsi, il fiume lavico raffreddarsi,
quando anche la Cina della Rivoluzione Culturale si era convertita al
«fate i soldi, non la guerra». Ma in un giorno di settembre a Manhattan,
l’isola che dette il nome al progetto atomico, in un’altra mattinata
chiara come quella di agosto sopra Hiroshima, i piazzisti della ennesima
guerra santa hanno riaperto il timore che qualcuno, incurante di vite e
di morti, possa riprendere in mano quel filo rosso. Le lancette di
quell’orologio della fine del mondo che dal 1947 i fisici
dell’Università di Chicago, dove Enrico Fermi lavorò, regolano, si sono
rimesse in movimento e la mezzanotte non era mai stata così vicina. Il
dottor Stranamore è emigrato, ma continua a lavorare.
LA REPUBBLICA, 01-10-12
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