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IL
Pd sul filo del rasoio
Serve un accordo urgente sulle regole

di Stefano Folli
Il rischio è reale. Il Partito democratico si sta incartando intorno
alle regole delle «primarie», con il pericolo di trasformare un modello
di democrazia interna in una spaccatura che potrebbe essere fatale. Si è
arrivati al momento delle decisioni tardi e male, quasi controvoglia.
All'inizio Bersani ha avuto coraggio nell'accettare la sfida, senza
nascondersi dietro lo statuto che identifica la figura del candidato
premier con quella del segretario. Ma poi ci si è complicati la vita,
man mano che cresceva l'inquietudine del gruppo dirigente messo sotto
accusa dal sindaco di Firenze.
Ora, a poche ore dalla mega-assemblea dei democratici, si è alla ricerca
del «magico punto di equilibrio», come dice Enrico Letta. Quale
equilibrio? Ovviamente si tratta di fare in modo che il leader del
centrosinistra sia scelto dagli elettori o simpatizzanti del
centrosinistra: sotto questo aspetto un controllo è necessario come pure
la pubblicità data ai nomi dei votanti, anche per un'esigenza di
trasparenza. Ma l'idea di alzare un sistema di barriere volto a
scoraggiare i cittadini dal recarsi ai «gazebo», fino all'obbligo di
registrarsi in precedenza in un ufficio separato dal luogo del voto,
somiglia a un disastroso «boomerang».
Il gruppo dirigente, benché impaurito, non può dare l'impressione di
arroccarsi in un'estrema autodifesa contro il «barbaro alle porte».
D'altra parte, la forza mediatica di Renzi ha coinciso fin qui con la
sua capacità di raffigurarsi come uno spavaldo rinnovatore del Pd e
della sinistra; se domani venisse percepito come uno che frantuma il
partito per costruirsi una piattaforma personale, le cose cambierebbero.
Certo, sarebbe un'ambizione legittima e la storia italiana è piena di
scissioni. Ma equivarrebbe a un salto nel vuoto. E forse non a caso ieri
sera il sindaco fiorentino ha offerto una disponibilità a trovare il
punto di equilibrio sulle regole.
C'è una logica, visto che Renzi ha saputo costruirsi un'immagine di
riformatore della sinistra: un piccolo Tony Blair con il Pd al posto del
«Labour». E Blair la sua battaglia la fece sempre all'interno del
partito laburista. Un Renzi fuori dal Pd che mette in piedi una sua
lista destra/sinistra per il momento non è molto credibile.
Ne deriva che il buonsenso auspicato da Enrico Letta non dovrebbe essere
impossibile. Le regole non potranno essere tanto asfissianti da tenere i
cittadini alla larga dai «gazebo» (salvo che si tratti di militanti di
lungo corso). Avendo deciso di attraversare il fiume, Bersani e i suoi
avrebbero torto a tornare indietro a metà percorso. Anche perché il
segretario del Pd sembra possedere la forza politica e organizzativa per
prevalere nelle urne, soprattutto al secondo turno. A maggior ragione il
suo interesse dovrebbe essere quello di sedurre una più larga fetta di
opinione pubblica, non di indispettirla.
Il passaggio in ogni caso è stretto per i democratici. Del resto, chi
accetta le primarie accetta tutte le incognite connesse. Poi si tratterà
di dimostrare che Renzi non ha l'esclusiva del rinnovamento. Non va
sottovalutata, ad esempio, la scelta di candidare Nicola Zingaretti alla
regione Lazio. Zingaretti ha tutte le caratteristiche del moderno
esponente di una classe dirigente di centrosinistra. È pragmatico e
concreto. Renzi e Zingaretti: due modi diversi per leggere il riformismo
di domani.
IL SOLE 24 ORE, 05-10-12
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