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IL MESTO TRAMONTO DEL FEDERALISMO ALL’ITALIANA

DI ROGER ABRAVANEL
Il governo sta rispondendo agli scandali delle Regioni con
norme che tentano di rafforzare i controlli sui bilanci degli enti
territoriali e inasprire le sanzioni. Le intenzioni sono giuste ma
controllare i 30 mila euro del Suv che Fiorito «Er Batman» ha comprato
per la neve a Roma assieme ai 10 miliardi della spesa sanitaria non sarà
facile. Ma la risposta del governo Monti agli italiani è il massimo di
ciò che si può fare oggi. Le Regioni sono diventate ormai il pilastro
del federalismo sostenuto prima dalle sinistre, poi dalla Lega e oggi
ancora dai neoliberisti che credono in uno Stato leggero e vicino ai
cittadini e invocano un «vero federalismo» ispirandosi a quello degli
Stati Uniti.
Ma il federalismo Usa da noi non è fattibile perché negli Usa gli Stati
sono nati prima dello Stato federale (come è stato anche il caso dei
Cantoni svizzeri) e si sono confederati in un patto (foedus) per la
difesa e la moneta. Vantavano una storia e esperienza di governo
autonomi. Che non è il nostro caso perché le Regioni non hanno nessuna
base storica, un senso di appartenenza ridotto da parte dei loro
abitanti, che si vedono semmai come cittadini del loro comune (pensiamo
a pisani, livornesi e fiorentini che appartengono alla regione Toscana).
Non hanno un’identità linguistica (come avviene invece in Catalogna e
nei Paesi baschi) con la sola eccezione dell’Alto Adige, non a caso una
delle poche che funzionano. Sono artificiali, più lontane dai cittadini
finanche dello Stato centrale, senza peraltro averne i controlli (come
il Tesoro e la Corte dei Conti) e la responsabilità nei confronti dei
contribuenti perché sono finanziati dallo Stato centrale. Quello che è
stato fatto in Italia non è un «federalismo» ma una «devoluzione» dei
poteri dello Stato a enti locali, senza nessuna esperienza di
autogoverno in epoca moderna (a parte il Piemonte e la Toscana i regni
preunitari non coincidevano con le regioni). Questo «federalismo
all’italiana» è costato un’enormità al nostro Paese, ben al di là dei
rimborsi dei consiglieri regionali.
I costi delle strutture regionali sono esplosi e rappresentano oggi un
parte importante e crescente dei costi dello Stato. Si sono moltiplicati
i fronti della corruzione e le strutture federali sono diventate terreno
fertile di quella cultura del non rispetto delle regole che ha ucciso
quel po’ di liberismo che c’era in Italia. Per esempio, la regolazione
dell’ambiente è in mano alle Regioni e il disastro va ormai oltre la «monnezza»
di Napoli (lo testimoniano Malagrotta a Roma e l’inceneritore di Parma).
I fallimenti delle Regioni sono anche nel loro ruolo di fornitori di
servizi. La sanità in mano alle Regioni, oltre ai famosi «buchi», ha
prodotto enormi differenze tra Nord e Sud: i cittadini del Sud Italia
spesso devono migrare al Nord per avere cure decenti e spendono di tasca
propria per la sanità più di quelli del Nord. Se il federalismo delle
Regioni non ha senso, diverso è il caso dei Comuni. Questi sì che hanno
una storia pluricentenaria, sono il vero riferimento sul territorio nel
nostro Paese verso i quali i cittadini sentono un forte senso di
appartenenza e hanno esperienza di governo. Ma dal 1400 il mondo è
cambiato, l’urbanizzazione è irreversibile (ogni settimana la
popolazione urbana mondiale aumenta di 1,3 milioni) e la rivoluzione dei
trasporti e la nuova sensibilità ambientale rendono la dimensione del
comune non più adeguata: non si va più a cavallo, ma in aereo e in treno
e i rifiuti non vanno più in discarica ma negli inceneritori. Il ruolo
delle città sul territorio è destinato a restare, ma non è detto che i
Comuni dei prossimi anni siano quelli del passato. E allora quale
federalismo? Responsabilizzare le Regioni con controlli e sanzioni non
servirà a granché, come già detto. Peraltro eliminare tout court tutte
le Regioni non è proponibile perché è ingiusto imporre ai cittadini con
una buona sanità a basso costo (lombardi, toscani, ecc.) di metterla
nelle mani di uno Stato che in passato non ha dato grandi prove di
servizio pubblico di qualità.
Ci vuole un modello di articolazione territoriale dello Stato meno
basato sui principi (il federalismo, il ruolo costituzionale delle
Regioni) e più su quello che funziona in pratica.
Ciò che bisogna fare è «nazionalizzare» subito le competenze oggi in
mano alle Regioni iniziando da ambiente ed energia, rafforzando e
rendendo più indipendenti le authority. Dove fare gli inceneritori lo
deciderà lo Stato e non il territorio. Poi sarà necessario trasferire la
titolarità delle miriadi di concessioni e la proprietà pubblica delle
aziende dei servizi locali dai Comuni e Regioni allo Stato, che
successivamente le privatizzerà. E forse alla fine ci libereremo di
tante piccole imprese che in passato sono state in mano alla criminalità
per vederne nascere qualcuna grande come la francese Veolia. Il
«territorio» sarebbe molto diverso da oggi, costruito probabilmente sui
Comuni delle grandi città. Vanno create le aree metropolitane,
introdotti coordinamenti forti a livello di macroregioni per i temi
ambientali: che senso ha l’Ecopass solo a Milano se l’inquinamento
proviene da auto che provengono dalla Lombardia? E la politica dei
trasporti deve essere fatta a livello nazionale quando ci sono di mezzo
degli aeroporti: come concepire lo sviluppo di Fiumicino e Malpensa
senza trasporti ottimali dall’aeroporto al centro città?
Anche per la sanità ci vuole un percorso in cui lo Stato recuperi la
leadership nel definire gli standard nazionali («livelli minimi di
assistenza» e costi) più efficacemente di quanto fatto sinora e
commissari le Regioni che sono sotto gli standard. E il commissario deve
essere lo Stato, non il presidente della Regione commissariata, come
avviene oggi. La Regione che non raggiunge gli standard verrebbe
«espropriata» dei suoi poteri, fino allo scioglimento dell’assemblea
regionale e il subentro dello Stato in tutte le sue funzioni... La fine
del federalismo quindi? No, perché il federalismo vero in Italia non è
mai nato, e gli italiani dovrebbero cominciare a occuparsi del
federalismo in Europa.
meritocrazia.corriere.it
CORRIERE DELLA SERA, 07-10-12
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