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La stagione avvelenata

di Stefano Rodotà
Sopravviverà la democrazia italiana alle cinque crisi che la stanno
pericolosamente avvolgendo? Mai, nella storia della Repubblica, si erano
manifestate insieme, e via via sempre più intrecciate, una crisi
istituzionale, una politica, una civile, una economica, una sociale.
Cogliamo ogni giorno i frutti amari e avvelenati di una cosiddetta
Seconda Repubblica nata dall’improvvisazione e dall’imprevidenza, di un
dissennato “bipolarismo feroce” (copyright del direttore di Avvenire),
di una lotta politica degenerata in rissa continua, del degrado del
linguaggio, della fine del rispetto dell’altro, di una regressione
culturale senza fine.
La crisi civile e morale ci avvolge. Implacabili, i quotidiani
bollettini di guerra ci indicano i protagonisti di una torbida stagione
vissuta all’insegna della cancellazione d’ogni confine tra lecito e
illecito, tra privato e pubblico. Ma gli arrestati, gli indagati, gli
autori di furti legali non sono soltanto gli occasionali “testimonial”
di vicende corruttive, le “pecore nere”, le “mele marce”. Si rivelano
ogni giorno di più come l’avanguardia di schiere infinite, gli emuli a
ogni livello di chi si è scritto leggi ad personam e ha coltivato
conflitti d’interesse. Questa logica si è generalizzata, un numero
crescente di persone ha trasferito risorse pubbliche nelle sue
disponibilità private, anche sulla base di norme predisposte proprio a
questo fine – dalle ordinanze della Protezione civile alle regole a
maglie larghissime dei consigli regionali, che consentono ai mariuoli di
dire d’aver seguito prassi legittime. Si è costruita una “legalità
parallela” per legittimare il malaffare.
Oggi è saltato proprio quello che era stato giustamente definito il
“compromesso permanente tra legalità e illegalità”. La politica sembra
attonita, balbetta. Che cosa sarebbe accaduto se, all’indomani
dell’assassinio del generale Dalla Chiesa, il Parlamento si fosse
limitato alle esecrazioni rituali, invece di approvare tempestivamente
la legge La Torre-Rognoni? Che cosa sarebbe accaduto se, all’indomani
dell’assassinio di Giovanni Falcone, il Parlamento, riunito per
l’elezione del Presidente della Repubblica, avesse proseguito nel rito
di innumerevoli votazioni, giungendo per sfinimento all’elezione di
Giulio Andreotti, invece di rompere l’incantesimo eleggendo subito Oscar
Luigi Scalfaro?
Non sono richiami azzardati, di fronte al quotidiano assassinio della
credibilità delle istituzioni, della legalità democratica. Non arriva
nessun segnale forte, se si fa eccezione per lo scioglimento del
consiglio comunale di Reggio Calabria. Il Parlamento, in un sussulto di
dignità, avrebbe dovuto approvare subito una vera, seria legge sulla
corruzione. E invece rimane prigioniero di ricatti, si sfianca nella
ricerca di un nuovo compromesso.
La crisi della politica, allora. Palese nell’altro infinito
inseguimento, quello ad una legge elettorale ormai concepita soprattutto
come un mezzo per neutralizzare un esito elettorale temuto, per regolare
preventivamente conti all’interno del sistema dei partiti. Le elezioni
come un intralcio, un problema, e non come il momento in cui la parola
torna nella sua pienezza ai cittadini? Non si vuole più correre il
“rischio democratico” del voto. Ecco, quindi, l’ossessiva ricerca della
continuità, che s’impiglia nell’altro vizio di questi anni, l’estrema
personalizzazione della politica. Monti con la sua“agenda”, quindi, che
diviene un modo per sfuggire alle responsabilità proprie. Un vero
transfert, che rivela la difficoltà della politica di liberarsi dei suoi
mali e tornare ad essere davvero tale. Ma i promotori del “giuramento
Monti” si sono presto rivelati come degli apprendisti stregoni, aprendo
la strada alla nuova scorreria di Berlusconi. Un Monti ostaggio, pedina
di manovre interne ai partiti, strumento per trasformare le elezioni in
un referendum pro o contro la sua persona? Diciamo, piuttosto, una
vicenda che rivela una volta di più le miserie della politica.
Tutto questo avviene all’ombra non dissipata d’una crisi istituzionale.
I tre soggetti che negli anni pericolosi del berlusconismo hanno
impedito il collasso della legalità e, con essa, della democrazia –
Presidenza della Repubblica, Corte costituzionale, magistratura – si
trovano ora divisi, contrapposti. È il lascito di un’estate avvelenata,
che ha visto il trasformarsi di una discussione legittima in una furia
polemica che sembra inconsapevole del pericolo di una terra bruciata.
Ovvio che si potesse discutere intorno alla opportunità politica e alla
portata istituzionale delle posizioni assunte dal Presidente della
Repubblica nella nota vicenda delle intercettazioni telefoniche
conservate presso la Procura di Palermo. Ma che senso ha descrivere le
posizioni in campo come un conflitto tra “trombettieri del Quirinale” e
difensori della verità, delegittimando preventivamente chi esprime
un’opinione diversa dalla propria? Vizi diffusi, e non da una parte
sola. E che hanno progressivamente impedito di vedere che un problema
esiste, che nasce proprio da controversie intorno alle prerogative
presidenziali e che non può essere risolto con un meccanico rinvio a
regole della procedura penale. La posizione costituzionale del
Presidente della Repubblica ci indica un orizzonte più largo e va oltre
quei soli riferimenti (e non può certo essere strumentalizzata per
chiedere salvacondotti per altri soggetti istituzionali o per mendicare
la stretta autoritaria sulle intercettazioni). Lo ha ribadito ieri lo
stesso Presidente, sottolineando l’improprietà di una personalizzazione
della questione e la necessità di non lasciare alcuna ombra sui rapporti
tra il Capo dello Stato e altri soggetti istituzionali..
Proprio nella temperie politica e costituzionale che viviamo, una
precisazione così importante appare indispensabile (e rischiano di non
contribuire al chiarimento alcuni toni della memoria a difesa della
Procura di Palermo). E non mi pare che sia stato apprezzato
adeguatamente il fatto che Giorgio Napolitano abbia deciso di sottoporsi
al giudizio di un organo terzo, la Corte costituzionale appunto. Una
mossa democratica, che si è cercato di delegittimare delegittimando la
stessa Corte, presentandola come un organo privato di autonomia proprio
dall’iniziativa presidenziale, persino con argomenti di tipo
berlusconiano, quali sono quelli che richiamano il fatto che alcuni dei
giudici della Consulta sono stati nominati da lui.
La verità è che, di fronte ai molti misteri della Repubblica, prorompe
quasi sempre un bisogno di giustizia sostanziale, insofferente d’ogni
regola. Ecco, allora, la presentazione della posizione del Presidente
della Repubblica come un intralcio alle indagini dei magistrati
siciliani. Tesi contraddetta dalle stesse dichiarazioni della procura di
Palermo sulla non rilevanza delle intercettazioni a questo fine. Ma di
cui si è data una versione tutta politica, insistendo su un isolamento
dei magistrati siciliani che, se mai, ha le sue origini altrove.
È ancora possibile ricostruire un clima nel quale la decisione della
Corte venga intesa come la definizione del quadro costituzionale e non
come una pronuncia che dà torto ad una parte e ragione all’altra? Non è
questa la logica del giudizio costituzionale. Certo, pieno deve essere
il sostegno al lavoro dei magistrati dai quali, se riusciranno a fare
finalmente chiarezza sulle violazioni della legalità, verrà un
contributo essenziale per la ricerca di quella verità storica e politica
che è comunque responsabilità di altri organi costituzionali.
Questo contesto politico e istituzionale non è il più propizio per un
governo adeguato della crisi economica e di quella sociale, che non può
essere affidato, come sta accadendo, all’erosione dei diritti di
cittadinanza, a partire da quelli fondamentali alla salute e
all’istruzione, a una rinnovata riduzione del lavoro a merce. La
sospensione di fondamentali garanzie, che toccano lo stesso diritto
all’esistenza, non può essere giustificato con nessuna emergenza.
Tutto questo determina tensioni sociali sempre più forti, alle quali si
accompagna un passaggio dai rischi del populismo a quelli della
demagogia. Qui è il pericolo per la democrazia e le sue istituzioni che,
se vogliono riconquistare fiducia, devono rimettere in onore i diritti
delle persone. Questione, a ben vedere, che riguarda pure le necessarie
trasformazioni dell’Unione europea, irriducibili al solo rafforzamento
del governo dell’economia. A chi conviene una democrazia senza popolo?
LA REPUBBLICA,
16-10-12
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