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IL DOVERE DI FARE PULIZIA




DI GIOVANNI SABBATUCCI

Prima la notizia-choc del comune di Reggio Calabria commissariato dal ministro degli Interni perché di fatto in mano alla 'ndrangheta. Poi, in rapida sequenza, l'arresto di un assessore della regione Lombardia, membro di una giunta ormai decimata da arresti e imputazioni prima di essere definitivamente azzoppata dalla defezione in extremis della Lega: l'accusa è di aver comprato (e nemmeno a buon mercato) pacchi di voti dalla malavita organizzata. Infine, l'ultimo capitolo dell'interminabile saga del Lazio-gate, col capogruppo dell'Italia dei valori al Consiglio regionale indagato per peculato: avrebbe distratto dai finanziamenti destinati al suo partito (che non risulta averne mai denunciato la dismisura) una somma pari più o meno alla metà di quella che alimentava le spese folli del suo omologo Pdl, l'ormai celeberrimo Franco Fiorito.

É come se una sapiente quanto maliziosa regia avesse guidato le mosse degli inquirenti, per mostrare al mondo come le pratiche corruttive legate al finanziamento della politica al livello degli enti locali (regioni in primo luogo) si siano spalmate uniformemente sull'intero Paese, distribuendosi senza differenze apprezzabili tra Nord, Centro e Sud, tra regioni sprecone e regioni virtuose, tra partiti di destra e di sinistra, compresi i più fieri giustizialisti. Ovviamente non esiste nessuna regia occulta (c'è piuttosto una reazione a catena, uno scoperchiamento del vaso di Pandora simile a quello cui si assistette vent'anni fa con gli scandali di Tangentopoli).

E la stessa immagine di una corruzione che tutto assimila e tutto avvolge indistintamente non rende giustizia a una realtà assai più articolata, dove è necessario valutare livelli di allarme e gradi di responsabilità.

Paradossalmente, per restare ai casi appena citati, gli scandali della regione Lazio, che più hanno colpito l'opinione pubblica per i loro aspetti di pittoresca improntitudine, appaiono comparativamente meno gravi di quelli della Lombardia: la regione più ricca e per molti aspetti più efficiente Il dovere di fare pulizia d'Italia, dove un'amministrazione già nata sotto cattivi auspici (il pasticcio delle firme false, la candidatura di Nicole Minetti) è poi inesorabilmente affondata negli scandali, senza che il suo potentissimo presidente, anche lui indagato, sentisse il bisogno di farsi da parte e di restituire la parola agli elettori. E la situazione in Lombardia, dove le inchieste hanno svelato sciagurate connessioni con la'ndrangheta, è comunque meno allarmante di quella di Reggio, dove la compenetrazione fra governo cittadino e cosche mafiose sembra essersi compiutamente realizzata.

Certo, il momento che stiamo vivendo poco si presta alle distinzioni e alle analisi comparative. Prevalgono lo scontento generalizzato e la protesta indiscriminata contro la politica e il ceto dirigente. E su tutto domina l'attesa di un grande lavacro giudiziario in stile Mani pulite, destinato però a lasciare le cose come stanno, ove non sia accompagnato da un congruo apparato di leggi e regolamenti atto a scoraggiare i cattivi comportamenti e a premiare quelli virtuosi.

Una legge anti-corruzione come quella a cui governo e Parlamento stanno faticosamente lavorando, tra obiettive difficoltà e trappole interessate, è necessaria, se non altro come segnale, ma non basta; come non bastano gli inasprimenti delle pene e l'individuazione di nuove figure di reato.

Quel che occorre innanzitutto è, da un lato, ristabilire e potenziare la rete dei controlli e delle sanzioni amministrative operanti nella quotidianità, prima che si renda necessario l'intervento dell'autorità giudiziaria. Dall'altro ridisegnare i rapporti fra Stato ed enti territoriali, oggi squilibrati in favore di questi ultimi, cancellando per quanto possibile le aree di discrezionalità che rappresentano il terreno ideale per appropriazioni indebite e malversazioni e condizionando l'autonomia di spesa a un'effettiva assunzione di responsabilità da parte dell'ente erogante. Il governo ha già mostrato di volersi muovere in questo senso, anche a costo di oltrepassare i confini segnati dalla sua natura «tecnica».

Si attendono segnali dalle forze politiche. E non sarebbe male se qualcuno, nell'occasione, riscoprisse le virtù del tanto invocato, e subito dimenticato, federalismo fiscale.



IL MESSAGGERO, 11-10-12