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Fermiamo la legge bavaglio

DI FRANCESCO MERLO
Era meglio per tutti, anche per Sallusti, tenerlo in galera. Era meglio
per tutti, persino per noi, sopportarlo come un finto eroe e non
ritrovarsi invece con un testo di legge che massacra anche il buon
senso. La Commissione Rancore del Senato ha scelto insomma di liberare
Sallusti e imprigionare la stampa. E dico che non mi interessa la
corporazione, non difendo i salari o le pensioni di una categoria e
neppure i suoi privilegi di casta.
Il testo che va in aula stamani al Senato non è infatti un sopruso
contro noi giornalisti ma è quel bavaglio all'informazione che,
perseguito come una chimera maligna negli anni del berlusconismo, solo
ora sta per diventare legge nella complice distrazione dei tecnici.
Certo, è un colpo di coda del regime che muore. Ma è a doppia firma. C'è
la destra che fa il suo solito sporco lavoro, ma c'è la sinistra che
mentre millanta nobiltà approfitta dell'inghippo liberticida per mettere
a frutto il suo gruzzolo di vendette.
Ieri la Cassazione ci ha spiegato che la condanna di Sallusti sanziona
non il giornalismo fazioso, che rimane nobile qualunque sia il punto di
vista, ma il giornalismo in malafede fondato sull'insulto, la
disinformazione e lo stravolgimento della verità. Tuttavia secondo noi
la galera rimane una pena spropositata, sempre e comunque, anche nel
caso di Dreyfus-Sallusti che non ha mai chiesto scusa e continua ancora
oggi a negare la diffamazione.
E però solo uno sgherro travestito da senatore poteva immaginare una
rettifica che pur non estinguendo la querela diventa una gabbia, una
prigione di parole da pubblicare comunque e subito, a prescindere dal
processo, sempre in testa alla pagina, senza replica, senza limiti di
rigaggio e senza l'obbligo più ovvio, che si tratti cioè di verità. Se
io per esempio scrivo un articolo documentato su Formigoni, lui
l'indomani può impaginare il mio giornale come gli pare. Ed è evidente
che gli conviene presentare una rettifica ogni volta che viene scritto
il suo nome e sperare anzi che venga ripetuto molto spesso: solo così
può violentare le notizie e farne propaganda. Come si vede, questa idea
di rettifica non è soltanto un'occhiuta operazione di censura
preventiva, ma è anche un orrore di incompetenza, un insulto
all'intelligenza.
E come può un piccolo giornale pagare le multe che oggi arrivano sino a
cinquemila euro e che invece da cinquemila partirebbero per arrivare a
centomila euro? I minimi diventano massimi e i massimi diventano ceppi
su cui inchiodare le notizie. Tanto più che alla multa bisogna
aggiungere il danno che partirebbe - nientemeno - da trentamila euro
impedendo così quelle transazioni con le quali oggi si risolvono molti
conflitti prima di arrivare a processo.
E al giornalista recidivo raddoppiano la pena. Con la diffamazione per
fatto determinato il giornalista è interdetto d'ufficio da uno a sei
mesi la prima volta, da sei mesi a un anno la seconda volta, e per tutte
le altre volte da uno a tre anni. Davvero è una tagliola che nessun
Paese civile conosce, inedita e inaudita. Nessuno di noi si sentirebbe
libero. Non solo perché l'editore (spaventato) entrerebbe in redazione,
ma perché vogliono zittire le parole, "talking without speaking, hearing
without listening" cantano Simon e Garfunkel.
Ad ogni condanna per diffamazione all'editore toglierebbero parte
dell'eventuale finanziamento pubblico. E alla terza diffamazione gli
sospenderebbero il contributo di un anno. È un crescendo di trovate
rozze ma efficaci. Se i colpevoli sono almeno tre (basta una doppia
firma e il consenso di un caporedattore) la pena è raddoppiata. E il
direttore, del quale tutti capiscono l'abnormità dell'omesso controllo,
risponderebbe come autore se l'articolo non fosse firmato, e non importa
se si trattasse di una breve o di una notizia di agenzia.
E ce n'è pure per gli editori di libri che verrebbero sommersi di
rettifiche da fare pubblicare a loro spese sui quotidiani. Pensate ai
libri di inchiesta e all'indice dei nomi. Ognuno di quei nomi ha diritto
ad una rettifica preventiva e illimitata. È chiaro che l'inchiesta, per
non parlare del pamphlet, sparirebbe dalle librerie italiane. Solo
narrativa. Solo le poesie di Sandro Bondi e i romanzi di Veltroni.
E tutto va esteso ai siti Internet purché facciano informazione, non
importa di che genere, da Dagospia a Lettera 43, Blitz quotidiano, il
Post, Giornalettismo... E da tutti i siti potranno essere cancellati, a
semplice richiesta del presunto diffamato, senza cioè sentenza, articoli
e dati personali. Non ditemi che esagero: è come Fahrenheit. Anziché
bruciare i libri cancellano le parole, è una forma sofisticata di rogo
di scrittura, e anche di memoria, di storia, sono buchi negli archivi.
Immaginate che anziché in un archivio di Internet entrassero in
un'emeroteca per bruciare i microfilm.
Rimane da dire una cosa sola. Da oggi la legge va in aula dove tutto è
pubblico e dove si vota con la faccia e con il nome. Nessuno può fare
finta di non aver visto, di non essersi accorto, di non avere capito.
Non è materia che consente pilatismo. E noi che non abbiamo altra forza
possiamo solo seguirvi uno per uno, pubblicarvi uno per uno, tutti e
315, anche a costo di morire soffocati sotto il peso di 315 lunghissime,
querule rettifiche.
LA REPUBBLICA,
24-10-12
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