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Una sentenza inquietante

di Pierluigi Battista
Dal pagamento di 5.000 euro alla detenzione di 14 mesi senza
condizionale per il giornalista condannato considerato «soggetto
pericoloso»: come non essere inquieti e sconcertati per un divario così
clamoroso tra due gradi di giudizio? Alessandro Sallusti, la cui
condanna al carcere è stata confermata ieri dalla Cassa- zione, deve
pagare se ha commesso un errore. Ma se la pena non è proporzionata, se
c'è una dismisura di valutazione così forte persino tra i giudici che
hanno emesso sentenze tanto diverse, se le porte della pri- gione si
spalancano per il direttore respon- sabile di un giornale che non ha
nemmeno scritto l'articolo incriminato ma che paga in virtù della sua
«oggettiva» responsabi- lità, allora è una brutta giornata per la
libertà di stampa.
Nei commenti sulla sentenza della Cassazione è affiorata qui e lì anche
una certa malcelata soddisfazione per la condanna di un giornalista
«nemico». Peccato, ed erano bei tempi quelli in cui la sinistra si
batteva per l'abrogazione di una norma come quella del «direttore
responsabile». Si è parlato anche di un eccesso «corporativo» per la
difesa della libertà di Sallusti: e i «poveri cristi» che patiscono
ingiustamente la galera? Ma è strano che, mentre si critica l'eccesso
carcerario, si invochi il carcere, o comunque non se ne mena scandalo,
per un giornalista. Per un giornalista che va in carcere nell'esercizio
delle sue funzioni giornalistiche, per ciò che ha messo in pagina, per
le cose scritte (non direttamente da lui) sul suo giornale. Non si può
contestare un eccesso di attenzione per un giornalista, se poi è proprio
un giornalista che deve scontare 14 mesi di carcere come giornalista,
per un articolo scritto due anni fa.
Ovviamente non è in questione la solita divisione tra innocentisti e
colpevolisti. Se Sallusti è colpevole paghi, risarcisca le persone che
il tribunale sostiene siano state danneggiate. Ma ci sarà un motivo
perché, prima di Sallusti, le porte del carcere per i giornalisti sono
state aperte in Italia solo due volte, con il caso famoso di Giovannino
Guareschi, e poi nel 2002 con Stefano Surace? È stata solo distrazione o
perché lo spettacolo di un giornalista in galera per le cose che ha
scritto o fatto scrivere rappresenta un'immagine che contrasta con un
regime liberale in cui sia tutelata la libertà d'opinione, anche
dell'opinione più estrema e più sgradevole? Adesso c'è da attendere il
verdetto del Tribunale di sorveglianza, anche se Sallusti si è detto
contrario per principio a qualsiasi misura alternativa al carcere. A
questo punto, quando Sallusti varcherà la soglia della prigione, il
giornalismo in Italia sarà un po' più intimidito e la libertà di tutti
si sarà accorciata. Di tutti, anche di quelli che legittimamente
detestano le posizioni politiche dell'ex direttore del Giornale , che è
diventato «ex» per essersi dimesso ieri subito dopo la sentenza della
Cassazione. Anche di quelli che sono libertari a giorni alterni e sono
incapaci di cogliere la dismisura di una conclusione giudiziaria che
parte con una condanna di 5.000 euro e approda alla richiesta di
detenzione per un anno e due mesi. Detto senza enfasi e magniloquenza,
ma per una semplice constatazione di fatto: un giornalista in galera è
un pezzo di libertà che viene meno. È una garanzia che si incrina. Una
remora in più a dire ciò che si pensa, anche se si pensano cose
contrarie all'opinione prevalente. Ecco perché la solidarietà ad
Alessandro Sallusti non ha niente di «corporativo». Indica solo che ci
si tiene davvero, alla libertà di tutti.
CORRIERE DELLA SERA, 27-09-12
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