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Piccoli faraoni in nota spese

di Sergio Rizzo
Negli altri Paesi funziona in questo modo: davanti a un fatto che mette
in discussione la credibilità delle istituzioni se ne traggono le
conseguenze. Quando lo scandalo delle note spese gonfiate ha scosso il
prestigio del Parlamento britannico, lo speaker della House of Commons,
Michael Martin, figura corrispondente al nostro presidente della Camera,
si è dimesso. Nonostante nei suoi confronti non esistesse alcun addebito
specifico, ha ugualmente ritenuto di assumersi la responsabilità
oggettiva. Ha pagato per tutti. E nessuno l’ha trattenuto.
In sedicesimi, la squallida vicenda che ha investito il consiglio
regionale del Lazio, con la rivelazione che i faraonici fondi destinati
ai gruppi politici venivano dirottati su conti personali o utilizzati
per pagare cene a base di ostriche e champagne o book fotografici,
ricorda quella storia. Quanto però a trarne le conseguenze, siamo ancora
ben lontani. Dodici ore non sono bastate ai vertici del Popolo della
libertà per indurre il loro capogruppo Franco Fiorito, indagato per
peculato dopo la scoperta di 109 bonifici bancari fatti a se stesso dal
conto del partito sul quale affluivano i soldi dei contribuenti, a
sollevare dall’imbarazzo l’istituzione di cui fa ancora parte (e vedremo
come si comporteranno gli altri partiti, compreso il Pd). Tanto basta
per rafforzare la convinzione che non soltanto non verrà imitato
l’esempio britannico, ma nemmeno quello tedesco.
Il ministro della Difesa Karl-Theodor Zu Guttenberg, astro nascente del
partito della cancelliera Angela Merkel, si è dimesso per aver copiato
parte della tesi di dottorato. Il presidente della Repubblica federale
tedesca, Christian Wulff, ha rimesso il mandato dopo le polemiche su un
prestito di favore avuto da un suo amico banchiere. E anni prima il
ministro dell’Economia del Land di Berlino, Gregor Gysi, aveva gettato
la spugna insieme ad altri suoi colleghi del Bundestag per aver
utilizzato per biglietti aerei personali i punti mille miglia accumulati
con i voli istituzionali. Perché in Germania, e non solo, le conclusioni
si traggono anche a livello individuale, e per molto meno rispetto a
quello che è successo al consiglio regionale del Lazio. Da noi, invece,
non si arrossisce neppure.
Principio sconosciuto, a certi nostri politici, quello secondo il quale
l’istituto delle dimissioni fa parte della democrazia, e la rafforza:
chi sbaglia paga, è la regola universale, Italia esclusa. Sconosciuto
soprattutto a chi interpreta la politica come un mestiere nel quale
l’obiettivo principale è il denaro, da raggiungere con qualunque mezzo.
Ce ne sono tanti, di personaggi così, purtroppo, nelle Regioni, nelle
Province, perfino nei Comuni. Lontano dai riflettori, puntati sempre sui
costi e i privilegi del Parlamento, sono proliferate piccole Caste
locali. Spregiudicate e fameliche, hanno responsabilità gravi: quella di
aver ridotto la politica, nel punto in cui dovrebbe essere più vicina ai
cittadini e ai loro problemi concreti, alla gestione di interessi
personali quando non di veri e propri comitati d’affari.
Ma ancora più pesanti sono le colpe dei partiti, che hanno assecondato
per pure convenienze elettorali la formazione di una classe politica
locale spesso indecente, girandosi dall’altra parte per non vedere.
Tanto la situazione è compromessa che servirebbe ora un repulisti
radicale. Il fatto è che dovrebbero farlo gli stessi partiti. Non resta
che augurarci buona fortuna.
CORRIERE DELLA SERA, 15-09-12
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