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Non difendiamo la casta dei giornali
ma un principio

di Vittorio Feltri
Vorrei che la gente non fosse ingannata dalle parole in libertà di molti
commentatori che sono intervenuti sulla vicenda giudiziaria di
Alessandro Sallusti, condannato in via definitiva a quattordici mesi di
carcere per un reato commesso a mezzo stampa. Il rischio di fare
confusione è molto alto. Alcuni affermano che i giornalisti hanno
sfruttato questo caso paradossale e abnorme onde ottenere due scopi:
difendere il direttore del Giornale per difendere se stessi dal pericolo
di finire nei suoi stessi guai. La loro, in sostanza, sarebbe soltanto
una presa di posizione per tutelare la categoria. Non sarebbero cioè
mossi dal desiderio nobile di segnalare una ingiustizia, bensì da quello
di fare quadrato attorno a una corporazione che godrebbe di privilegi.
Persino un collega straordinario quale Massimo Fini, bravo ma
schiacciato dall'esigenza di recitare sempre e comunque la parte del
bastian contrario, in un articolo sul Fatto Quotidiano si è piegato al
luogo comune secondo il quale gli iscritti all'Ordine usufruiscono di
imprecisati privilegi. Il che è semplicemente falso. Essi, in realtà,
nella misura del 95 per cento, sono sottopagati. Un ragazzo alle prime
armi, praticante, supera a malapena 1000 euro netti al mese. Quando poi
diventa professionista, percepisce al massimo 1.500 euro. Qualche anno
più tardi, se è fortunato, arriva a 2.200 euro, compreso il lavoro
straordinario, notturno e festivo. Poi ci sono la anzianità e la
progressione di carriera (quando avviene) a incrementare la busta paga
dal 10 al 30 per cento.
Un caporedattore, se intasca, in età matura, 4.000 euro si considera
fortunato. Un vicedirettore mediamente ha una retribuzione mensile di
6.000. E questi signori sarebbero dei privilegiati? Un tempo era
diverso. Trenta-quarant'anni fa, i cronisti guadagnavano il doppio o il
triplo di ora. Oggi sono ridotti male. Oddio. Le cosiddette grandi firme
incassano parecchio, dipende dalla loro forza contrattuale. Ma si tratta
di una minoranza esigua che non costituisce corporazione. Non lo è di
fatto. Semmai è una casta. Una castina. Per quanto riguarda i direttori,
il discorso è diverso. Ciascuno di essi ha un prezzo, non esistono
tabelle che ne regolino la remunerazione. Ma non si pensi che siano
tutti dei nababbi.
E allora, caro Fini, come puoi dire che la categoria ha interesse a
erigere barricate intorno a se stessa? Tra l'altro, i giornalisti si
sbranano fra loro. Se ne metti due in una stanza, dopo dieci minuti hai
creato due correnti avverse. Dirò di più. Sono stato per una quindicina
di anni dipendente del Corriere della Sera, che aveva un organico di
quasi 300 professionisti: ebbene ci scannavamo, altro che corporazione,
una gabbia di matti. Per una promozione a caposervizio, qualcuno era
disposto a far scorrere sangue. Ne avrei tante da raccontare.
Fini correttamente dichiara che i cittadini sono tutti uguali davanti
alla legge, giornalisti inclusi. Nessuno sostiene il contrario. Se io
uccido la portinaia, vado in galera come un tranviere o un geometra. Il
punto è un altro. È sbagliato che un collega sia perseguito penalmente
per un articolo. Ciò non significa affatto che sia lecito diffamare. Chi
lo fa, deve pagare, risarcire e pubblicare la rettifica; non andare in
prigione. Ciò non serve all'offeso né alla società, ma al potere
tirannico. I danni si riparino e basta. Avviene così in tutti i Paesi
dell'Occidente eccettuato l'Italia, che ha una legge perfetta per un
regime dispotico e inadatta a una democrazia decente e rispettosa della
libertà di opinione, condivisibile o no che sia.
Non chiediamo la luna nel pozzo. Semplicemente che i politici si rendano
conto di questo: i reati a mezzo stampa vanno puniti severamente sul
piano civile e non su quello penale. Lo raccomanda l'Unione europea, non
solo noi scribi.
Non capisco perché tu, Fini, difenda una norma antiquata e fascista in
nome di un malinteso egualitarismo. Da quando in qua un cittadino - non
giornalista - è andato in prigione per una opinione sballata e
offensiva? E allora perché ci deve andare Sallusti o qualche altro
Sallusti (ce n'è sempre uno). Il codice Rocco ha un pregio. È scritto
bene. Ma se scrivessi bene che tu sei da condannare a morte, non
renderei un buon servizio alla civiltà giuridica. Non è la prosa che si
pretende di cambiare, bensì il contenuto della legge di cui discutiamo.
Alcuni anni fa ebbi a polemizzare con Deborah Bergamini (Pdl) sulla
legge riguardante le intercettazioni. La deputata era favorevole al
carcere per i giornalisti che le pubblicassero; io contrarissimo. Lo
scontro avvenne su Libero. Questo per dire che anche il centrodestra è
incline alla carcerazione dei giornalisti. Ha nel Dna la mania di
sbattere «dentro» chi osi disturbare il manovratore. Retaggio fascista?
Giustizialismo plebeo? Arroganza? Spietatezza? O ignoranza del diritto
anzi dei diritti? I sedicenti liberali probabilmente hanno nostalgia
dell'olio di ricino da somministrarsi ai nemici. Per gli amici della
parrocchietta basta la vaselina.
IL GIORNALE, 28-09-12
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