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Quel no all'accanimento ridà umanità alla
morte

di Stenio Solinas
Veniamo al mondo per morire. È una constatazione, e insieme una
maledizione, ma è così. Nel tempo che ci è assegnato, da Dio, dal
Destino, dal Caso, scelga il lettore il termine a lui più consono,
cerchiamo di impiegare al meglio questa unica, irripetibile chance che
ci è concessa e procediamo fra gioie (...)(...) e dolori, feste, lutti,
successi e malattie, con coraggio, con il coraggio della disperazione,
con incoscienza. È la nostra vita e nessuna persona sensata accetterebbe
che qualcuno la decidesse per lui. Rispettiamo le leggi, rispettiamo i
diritti degli altri e però c'è una soglia, quella dei nostri diritti
individuali, che non vogliamo sia varcata.
Fra questi ultimi ci dovrebbe essere anche quello a una morte decisa da
noi nel momento in cui riteniamo che vivere non sarebbe più vivere, ma
un'altra cosa, che non vogliamo, non accettiamo, non siamo più disposti
a sopportare. So che mi inoltro in un terreno delicato, e non voglio
offendere nessuno, ma il suicidio è questa cosa qui, una scelta estrema
di libertà di dire basta. La sua indicibilità è dovuta al fatto che di
norma il desiderio di vivere è talmente violento, talmente totalizzante
che quel gesto ci risulta incomprensibile. Anche per questo lo
spieghiamo e/o lo esorcizziamo con motivazioni psicologiche: parliamo di
resa, di vigliaccheria, di confusione mentale... Ci fa paura, ci appare
inspiegabile, è fra i gesti umani forse il più calunniato, come fosse
inumano. E invece è terribilmente umano.
Fermiamoci un istante e proviamo a partire da un altro punto. La notizia
della morte del cardinale Martini e della sua richiesta, accettata, che
i medici si astenessero dall'accanimento terapeutico nei suoi confronti,
non ha naturalmente nulla a che vedere con l'eutanasia. In dichiarazioni
pubbliche, Martini era stato del resto molto chiaro in proposito. Da un
lato si era riferito a un «supplemento di saggezza necessario a non
prolungare i trattamenti quando ormai non giovano più alla persona».
Dall'altro, nel sottolineare l'importanza della «volontà del malato»,
aveva sostenuto «l'esigenza di elaborare una normativa che consenta di
riconoscere la possibilità del rifiuto (informato) delle cure e protegga
inoltre il medico da eventuali accuse (come omicidio del consenziente o
aiuto al suicidio) senza che questo implichi in alcun modo la
legalizzazione dell'eutanasia».Come religioso e uomo di fede, non penso
che al cardinale Martini si potesse chiedere di più ed è chiaro che il
suo caso, come del resto sottolineato dal Vaticano, è del tutto diverso
da quello di Piergiorgio Welby, che si fece sedare e togliere il
respiratore che lo manteneva in vita, o da quello di Eluana Englaro, per
la quale decisero i giudici sulla base delle testimonianze raccolte dal
padre e tendenti a far rispettare quella che anni prima era stata la
volontà in proposito della figlia.
Detto ciò, resta sul tappeto, inevaso, il tema da cui siamo partiti e
che si può formulare in un altro modo: chi decide la mia morte? Lasciamo
pure da parte l'atto estremo del suicidio per motivazioni che nulla
hanno a che vedere con una malattia terminale, ma in quest'ultimo caso
chi è che deve stabilire la mia volontà di vivere, e perché? Con quale
logica, ma anche con quale umanità un altro, un medico, un legislatore,
un sacerdote, deve mettersi al mio posto e condannarmi a una vita che
non voglio, perché la ritengo una non vita, perché mi umilia e fa
persino sbiadire il mio ricordo di com'ero, mi fa rimpiangere di non
essermene andato prima? Scrivo tutto questo nella maniera più piana
possibile, non uso citazioni, non chiamo in soccorso filosofi,
scrittori, scienziati più illustri (non ci vuole molto) di me, faccio il
discorso di un uomo semplice che non riesce a capire perché lo vogliano
tenere in vita se lui non vuole più vivere, non ne ha più la forza né la
volontà, e neppure il desiderio. Se mi si risponde «perché ogni vita è
sacra», mi sarà permesso osservare che è una sacralità inumana nella sua
astrazione, un concetto che non tiene conto proprio di ciò che nella
vita è il sale, gli individui e la loro diversità, l'impossibilità di
ridurli a una cosa sola, il fatto stesso che ciascuna di quelle
esistenze sia diversa in ogni cosa tranne che in una: moriamo tutti,
appunto.
E dunque? Mi rendo conto che l'eutanasia, la sua legalizzazione, il
cosiddetto suicidio autorizzato pongono problemi di ordine giuridico,
etico, medico, e però mi piacerebbe che ci fosse in un Paese civile la
possibilità di affrontarlo senza anatemi, senza gesti eclatanti, senza
sentenze di tribunale che riempiono vuoti legislativi, senza la solita
guerra di parole e di posizioni con cui ogni cosa naufraga in questa
sciagurata nazione che è l'Italia. Mi accontenterei che fosse possibile
anche e ancora affidarsi al buon senso, al rispetto di chi alla fine
difende l'unico suo diritto inalienabile, alla amorevole complicità di
chi si rende conto che «accanirsi», terapeuticamente o meno, non ha
veramente senso. Nessuno si sogna di imporre agli altri la propria
volontà e il rispetto delle posizioni altrui è sacrosanto, va difeso e
riconosciuto.
Ma è proprio per questo che non riesco a capire il motivo per cui non
possa essere io a decidere di farmi da parte allorché sento di non
essere più parte. Di questo mondo, della mia vita.
IL GIORNALE, 01-09-12
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