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LO SPECCHIO DEFORMATO

DI GIAN ARTURO FERRARI
Non è detto che i problemi più clamorosi, quelli che la cronaca ci mette
sotto il naso tutti i giorni, siano anche i più importanti. A rigore non
sono neanche problemi, nel senso che la soluzione è nota e arcinota,
solo che mancano o la forza o la volontà politica (o entrambe) di
metterla in pratica. Sono vizi, vizi incancreniti e per ciò stesso
accettati e quasi giustificati. Così è ad esempio per le vicende
laziali, da cui si leva un acre odore di stalla. Qui, semmai, merita
sottolineare le novità, che sono tre. La prima, conforme alla grande
tradizione giuridica del nostro Paese, che adesso si ruba per legge. La
seconda che non si nega, non ci si discolpa, non si cerca di fuggire. Al
contrario si rivendica con legittimo orgoglio il proprio operato e si
fanno fermi proponimenti di perseverare. La terza che finalmente, e per
grazia di Dio, si può mandare al diavolo tutta la retorica del
territorio, del legame tra elettori ed eletti e della libertà di
scegliersi i propri rappresentanti attraverso il bel meccanismo delle
preferenze. Comunque qui, sul tema generale della corruzione, non c'è
nulla di problematico. Basta decidere di smettere e si smette. Se non si
smette, vuol dire che non si è deciso.
Su un piano ben diverso e più alto, anche il problema economico-politico
del nostro Paese non è a ben vedere un problema, nel senso che anche qui
si conosce perfettamente la soluzione. La Banca centrale europea ce l'ha
addirittura messa per iscritto, in dieci smilze righette, mirabile
esempio di sintesi, specie se confrontato con la media lunghezza di un
discorso politico italiano. Ma se poi le liberalizzazioni si fanno un
po' sì e un po' no, se il mercato del lavoro lo si tocca un po' sì e un
po' no (e non certo per colpa del governo Monti...), se si prendono le
amare medicine non una volta al giorno, ma un po' sì e un po' no, va a
finire che non si guarisce o che la guarigione sfuma in un indefinito
futuro. A questo punto anche il richiamo continuo al lavoro, alla sua
priorità, alla sua urgenza, diventa una lamentazione rituale, un altro
capitolo della sterminata retorica nazionale. Non è invocandolo, non è
esibendo la sofferenza di chi l'ha perduto o teme di perderlo che se ne
crea di nuovo. Per crearne, allo stato c'è una sola ricetta, quella
delle riforme in chiave europea. Che è poi la strada seguita vent'anni
fa, e con successo, dalla Germania. Se qualcuno pensa che ve ne siano
altre, lo dica e ce lo spieghi. Altrimenti siamo autorizzati a pensare
che si tratti solo di propaganda elettorale.
Quello che è veramente importante e che è un vero problema, nel senso
che non abbiamo già pronta la soluzione, è l'orizzonte verso il quale ci
muoviamo, noi italiani e noi europei. Diceva Aristotele, un grande
europeo, che delle quattro cause la più importante è il fine, il telos,
ciò a cui si tende. Un falso pragmatismo ce l'ha fatto dimenticare. Noi
italiani a tutto abbiamo pensato tranne che alla cosa principale, cioè a
investire a lungo termine sul capitale umano. Abbiamo creduto che fosse
una spesa, poveri sciocchi. Il risultato è quella condizione del lavoro
disastrosa che abbiamo sotto gli occhi. E che peggiorerà, perché il
lavoro di domani - più intelligente, con più valore incorporato - è
precisamente quello cui non abbiamo saputo prepararci. Noi europei
balbettiamo penosamente sulla nostra unità, ognuno pattuglia arcigno i
propri confini mentali, non ci accorgiamo di scivolare nell'irrilevanza.
Di questo dovremmo preoccuparci, di questo dovrebbe parlare la prossima
campagna elettorale. E lasciare ai suoi miasmi la stalla laziale.
CORRIERE DELLA SERA, 27-09-12
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