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La lunga notte di una riforma

di Michele Ainis
La tela di Penelope si cuce di giorno, si disfa
nottetempo. Ora è di nuovo notte, e nulla ci assicura che la legge
elettorale vedrà mai le luci del mattino. I partiti di maggioranza ne
avevano promesso il battesimo entro giugno, poi a luglio, poi a
settembre; però anche questo mese sta volando via, come una rondine
davanti ai primi freddi. E allora meglio prepararci al peggio, meglio
attrezzarci per resistere all'inverno della democrazia italiana.
Perché è questa la stagione che ci attende, se i partiti ci
costringeranno a votare per la terza volta col Porcellum . In assenza
del popolo, ne prenderà le veci il populismo. Avremo due Camere amputate
(nell'autorità, non nei posti a sedere: la riduzione dei parlamentari è
l'ennesima promessa tradita dai politici). Questo Parlamento dimezzato
ospiterà tuttavia un partito raddoppiato, grazie al superpremio di
maggioranza: 55% dei seggi, quando attualmente nessuna forza politica
supera il 25% dei consensi. Infine verrà delegittimato anche il prossimo
capo dello Stato, eletto da un Parlamento ormai negletto.
C'è modo di sventare la sciagura? Uno soltanto: che sia il governo
Monti, per decreto, a scrivere la nuova legge elettorale. Una soluzione
disperata, ma di speranze ormai ne abbiamo poche. Sicché non resta che
la dottrina del male minore, teorizzata da Spinoza come da
Sant'Agostino. È un male scavalcare le assemblee legislative? Certo che
sì, anche se alle Camere spetta pur sempre la conversione del decreto: e
a quel punto niente più gioco del cerino, chi vi s'oppone ne risponde
agli elettori. Ma è un male minore, giacché il male maggiore rimane la
crisi democratica in cui siamo avvitati. Ed è un male evitabile: se
gruppi di cittadini e di parlamentari sosterranno questa stessa
soluzione; se l'esecutivo ne verrà corroborato per metterla poi nero su
bianco; se i partiti, vista la malaparata, riusciranno infine a
scongiurare la mossa del governo, siglando un testo condiviso. Talvolta
una minaccia serve più di tanti bei sermoni.
Resta però una duplice obiezione: di forma e di sostanza. La prima
chiama in causa l'ammissibilità dei decreti in materia elettorale,
negata dall'art. 15 della legge n. 400 del 1988. Che tuttavia è una
legge ordinaria, e dunque non può vincolare le leggi successive, né i
decreti con forza di legge; tant'è che in questo campo non si contano i
provvedimenti del governo, dalla disciplina delle campagne elettorali
alle modalità di selezione delle candidature. Senza dire che ogni
decreto legge si giustifica - Costituzione alla mano - in nome
dell'emergenza, della necessità. Necessitas non habet legem , dicevano i
latini: quando la società corre un pericolo, l'unica legge è la salvezza
collettiva.
Già, ma spetta a un governo tecnico la più politica delle decisioni?
Come potranno Monti e i suoi ministri scegliere fra maggioritario e
proporzionale, fra collegi e preferenze? Difatti non possono, non
devono. Possono soltanto estrarre dai cassetti l'unico modello già
incartato: il Mattarellum . Anche perché dal 1994 al 2001 lo abbiamo
usato per tre volte, senza eccessivi danni; l'anno scorso un referendum
che intendeva riesumarlo raccolse un milione e 200 mila firme in pochi
giorni; ed è la prima scelta per vari dirigenti di partito (Parisi,
Vendola, Di Pietro). Poi, certo, si può fare di meglio. Anche di peggio,
tuttavia. E in questo caso il peggio coincide col non fare.
michele.ainis@uniroma3.it
CORRIERE DELLA SERA, 14-09-12
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