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Il mendicante con la porpora

di Ferruccio de Bortoli
Se lo avesse voluto, magari attenuando qualche sua posizione
riformatrice, avrebbe potuto varcare il soglio pontificio. Ma a Roma
preferì Gerusalemme. E al potere, gli studi e la gente. Martini non è
stato soltanto un grande arcivescovo di Milano, negli anni difficili del
terrorismo e dello sgretolamento morale della Prima Repubblica. Non è
stato soltanto il tenace promotore della cattedra dei non credenti, il
teologo raffinato e anticonformista, l'oppositore creativo pur nella
disciplina delle gerarchie ecclesiastiche. È stato soprattutto un padre
comprensivo in una società che di padri ne ha sempre meno, pur avendone
un disperato bisogno.
Nessuno avrebbe mai immaginato che l'algido rettore gesuita, scelto da
Giovanni Paolo II alla fine degli anni Settanta come successore di
Sant'Ambrogio, così aristocratico e apparentemente freddo, avrebbe
parlato al cuore di tutti, non solo dei fedeli, con tanta concreta
semplicità. Delle molte lettere alle quali Martini rispose, negli anni
in cui tenne la sua rubrica sul Corriere , fino al giugno scorso,
rubrica che spiacque a Roma, ne vorrei ricordare una sola. Di un non
credente, convinto però che «quella cosa bellissima che è la vita non ha
potuto crearla nessun altro che un essere straordinario». Martini
rispose così: «Nonostante la differenza tra il mio credere e la sua
mancanza di fede siamo simili, lo siamo come uomini nello stupore
davanti al creato e alla vita». Sono parole bellissime che disegnano il
senso profondo di un destino comune.
E interrogano la nostra coscienza, un «muscolo», diceva Martini, che va
allenato. Nel suo libro Le età della vita , il cardinale ricordava un
proverbio indiano che divide la nostra esistenza in quattro parti. Nella
prima si studia, nella seconda si insegna, nella terza si riflette. E
nella quarta? Si mendica, anche senza accorgercene. Il mendicante con la
porpora ha avuto l'umiltà di dismettere i suoi abiti curiali e di
condividere con noi timori e fatiche. E come un padre ha tentato di
aiutarci a sciogliere i dubbi che ci assalgono «la notte, quando
l'oscurità affina i sensi e l'immaginazione».
A rispondere a quelle domande sui valori della vita che assomigliano a
tanti «sassi che cadono nel buio del pozzo» e ad insegnarci, da grande
comunicatore qual era, le insostituibili virtù del dialogo e
dell'ascolto. In Conversazioni notturne a Gerusalemme , scritto con
Georg Sporschill, Martini affrontò molti argomenti scomodi per la stessa
Chiesa: dalla contraccezione all'adozione dei single , dalla comunione
per i divorziati alle tematiche del fine vita, forse tra le cause del
suo isolamento ecclesiastico. E il rifiuto finale di un accanimento
terapeutico, quasi un testamento biologico, farà discutere e riflettere.
Nell'ultimo colloquio che avemmo, Martini, ormai senza voce, soffriva
per gli scandali che scuotevano la Chiesa (indietro di 200 anni, dice
nell'ultima intervista che pubblichiamo) e, pur su posizioni diverse,
manifestava tutto il suo affetto e la sua vicinanza al Pontefice.
Sarebbe un gesto altamente simbolico per l'unità della Chiesa, persino
rivoluzionario, se lunedì in Duomo, per l'estremo saluto, ci fosse anche
Benedetto XVI.
CORRIERE DELLA SERA, 01-09-12
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